Nel fantastico mondo di Oz, l’horror camuffato da film Disney

Che strana storia. Nel 1985 Disney realizza un sequel non ufficiale de Il mago di Oz, ingaggiando come regista il leggendario montatore e sound designer Walter Murch. Lo stesso dietro a capolavori come Il padrino, American Graffiti e Apocalypse Now, qui al suo esordio dietro la macchina da presa.

Le cose non filano proprio liscissime: la Disney non è soddisfatta del suo metodo di lavoro, e lo licenzia in breve tempo. Ci mettono una buona parola proprio Francis Ford Coppola e George Lucas; quest’ultimo si offre persino di dirigere lui stesso il film nel caso si presentassero problemi. Murch viene quindi ri-assunto, e riesce anche nel suo intento di girare il film meno disneyano possibile. Diciamo pure che Nel fantastico mondo di Oz è un horror, ovviamente mascherato (male) da altro.

Nelle intenzioni produttive dovrebbe essere un film per bambini, e così viene venduto al pubblico. All’inizio vediamo il “rassicurante” logo della Disney, ed il titolo – Return to Oz – compare con i giusti accorgimenti grafici su un cielo stellato. La musica di David Shire però non sembra quella di un film per bambini. È triste, avvilente. Funerea. La ripresa si sposta lentamente fino ad arrivare di fronte alla piccola Dorothy Gale, stesa a letto con gli occhi spalancati e l’aria insonne. Non ha più il volto gioioso di Judy Garland, ma quello triste e avvilito di Fairuza Balk.

Scopriamo che sono passati sei mesi dagli avvenimenti de Il mago di Oz originale, quello del ’39, e da quando Dorothy è tornata in Kansas rinunciando al mondo di Oz non riesce più a dormire. Non fa che parlare dei suoi vecchi amici: lo spaventapasseri, l’uomo di latta, il leone codardo… noi le crediamo, ma come è logico gli adulti la vedono solo come una bambina con molta, forse troppa fantasia. I suoi amorevoli zii pensano quindi alla soluzione che meglio si addice ad un film per bambini: l’elettroshock.

Inizia che vuole subito spiazzare, Nel fantastico mondo di Oz. Non gli interessa fingere di essere un comune prodotto infantile Made in Disney, conquistare la fiducia del suo pubblico di riferimento e poi condurlo lentamente in territori inaspettati: inizia subito come un horror.

Dorothy viene portata in una clinica psichiatrica, ed il dottore che deve “curarla” le mostra la macchina per l’elettroshock cercando di rendergliela “simpatica”, descrivendola come fosse un buffo volto umano. Le atmosfere sono tetre e sinistre. Gli infermieri sono ostili e hanno facce che non sfigurerebbero in un film della Hammer.

La regia, il montaggio, il suono (le urla dalle stanze vicine a quelle di Dorothy) sono puro horror. Murch tira la corda il più possibile in quella sequenza, il dottore arriva a tanto così dall’effettuare l’elettroshock, quando un forte temporale causa un blackout e Dorothy viene portata in salvo da una misteriosa bambina.

Più avanti – quando Dorothy fa il suo ritorno ad Oz – il film potrebbe anche sembrare più ben disposto verso il suo pubblico, ma continua in realtà a turbarlo sottilmente, presentando situazioni ed archetipi “da film per bambini” che hanno chiaramente qualcosa di distorto. Tanto per cominciare, Oz è stata distrutta. La luminosa Yellow Brick Road del primo film è stata rasa al suolo, i suoi vecchi amici sono stati pietrificati.

Dorothy ne trova di nuovi: un androide ricaricabile di nome Tik Tok ed un fantoccio chiamato Jack testa di zucca, che come il nome suggerisce ha una zucca per testa e somiglia curiosamente a un futuro personaggio burtoniano dallo stesso nome:

Poi arrivano altre esplosioni di horror puro, tra Ruotanti e regine malvagie con collezioni di teste intercambiabili, tutto sempre tirando la corda quanto possibile (all’epoca) per un prodotto teoricamente destinato agli infanti.

Gli elementi per il classico intrattenimento innocuo ci sono comunque tutti: una dolce bambina protagonista, degli strambi ma premurosi compagni di avventure, dei cattivi da sconfiggere, un lieto fine. Però c’è chiaramente qualcosa che non va, e Murch non vuole che questo disagio ci abbandoni mai davvero.

Vorrei tanto poter dire di far parte di quella schiera di persone che hanno visto questo film in tenera età e si sono lasciate traumatizzare a tradimento, ma purtroppo non è così. L’ho scoperto solo recentemente e mi ha colpito in altro modo.

Nel fantastico mondo di Oz è il disperato canto del cigno dell’infanzia.

L’elettroshock è il mezzo con cui il mondo adulto vuole definitivamente estirpare la fantasia, e quando Dorothy finisce in una Oz desolata e semi-irriconoscibile non è un caso: è suggestione, è l’ostilità degli adulti che grava sulla sua immaginazione. Ed infatti non è un caso nemmeno il fatto che il Re degli Gnomi e la regina Mubi, i villain del mondo di Oz, siano interpretati dagli stessi che nel mondo reale interpretano lo psichiatra Worley e l’infermiera Wilson.

I suoi nuovi amici invece non sono altro che rielaborazioni delle ultime cose che ha visto nel mondo reale, il tentativo di aggrapparsi a qualcosa: una gallina della sua fattoria (che a Oz parla), una zucca regalatale dalla bambina misteriosa nella clinica psichiatrica (che diventa un uomo-zucca che non solo parla ma le chiede se può chiamarla “mamma”…) e la macchina per l’elettroshock che trova la sua personificazione nell’androide Tik Tok, che se manovrato esegue gli ordini e che – parole sue – “fa di tutto meno che vivere”.

Alla fine tutto si aggiusta, per così dire. L’elettroshock grazie alla tempesta non avviene e Dorothy torna a casa, sa che il mondo di Oz esiste ma sa anche che deve tenerlo per sé. E se l’inquadratura finale – un totale sulla fattoria – decide di mostrarcela finalmente spensierata mentre gioca con il suo cane, basta guardare la desolazione che la circonda per sentirsi di nuovo a disagio, inquieti ma soprattutto terribilmente malinconici.

Solito discorso: il film è diventato con gli anni un cult, ma all’epoca andò male di incassi. La colpevole, chiaramente, fu la Disney che ci credeva pochissimo. Certo resta l’incidente di percorso più curioso della carriera di Topolino, un film che oggi in quella major democristiana non si azzarderebbero mai a produrre. Un adorabile raggiro, ma anche e soprattutto un grandissimo film.

Eddie Da Silva

Cantante di un gruppo Garage Rock e, occasionalmente, un intellettuale.

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