La terza stagione di Cobra Kai è una conferma

Vi abbiamo già parlato qui di come Cobra Kai – la serie sequel della saga di Karate Kid – sia riuscita a stregarci. La prima stagione è stata una sorpresa incredibile, la seconda la conferma che temevamo di non trovare, la terza… beh, anche. Parliamone un po’ senza fare spoiler.

Siamo ancora in compagnia del Daniel LaRusso di Ralph Macchio, storicamente il “buono” del franchise, e del Johnny Lawrence di William Zabka, il “cattivo”, il bullo da sconfiggere nel primo film.

Un piccolo riassunto sulla loro situazione all’interno della serie: quando inizia Cobra Kai il primo è un realizzato uomo d’affari, apparentemente un pallone gonfiato, mentre il secondo è finito peggio; tira avanti con lavoretti umili, beve, è separato dalla moglie ed ha un figlio che non vede mai. È lui l’emarginato, stavolta. Viste le premesse, sembra che ci troviamo davanti al ribaltamento dei ruoli auspicato da How I Met Your Mother: Johnny in realtà è il buono, Daniel lo stronzetto arrogante. E invece no!

Cobra Kai va oltre Karate Kid, partendo dal sunto del Maestro Miyagi secondo cui non esistono cattivi allievi ma solo cattivi maestri: redime quindi l’ex bullo Johnny Lawrence e ci guida attraverso il suo percorso di maturazione, ma non per questo rinuncia ad esplorare Daniel LaRusso, trovando per forza di cose i collegamenti più toccanti con la saga originale grazie a quest’ultimo. Emergono virtù e magagne di entrambi i protagonisti, fondamentalmente buoni ma con un grosso limite: non riescono ad andare oltre al passato. I loro irrisolti gravano sulle vite dei propri figli, e spesso con conseguenze serie.

Ancora generazioni a confronto, ancora nostalgia onesta, ancora botte

Se avete visto le prime due stagioni saprete che la seconda finiva col botto ed in tragedia. Un finale che sembrava voler gridare allo spettatore che non ci sono certezze, lasciandolo con mille interrogativi sulla stagione a seguire.

È come se gli autori si fossero scientemente resi la vita più difficile, costringendosi a portare oltre il discorso invece di arenarsi. E per fortuna di questa posizione “scomoda” hanno saputo fare tesoro.

In gioco c’è di nuovo molto più della nostalgia: una scrittura intelligente, tanto per cominciare. I rimandi ai film originali (in questo caso ha un ruolo cruciale Karate Kid II) sanno emozionare arrivando nei momenti giusti e servendo la narrazione anziché invaderla, si ride senza che le gag siano mai facilone (e qualcuna è davvero devastante, William Zabka è la rivelazione del decennio) ed infine si fa sul serio, osando senza il timore di spiazzare troppo. La parola chiave per l’ottimo lavoro svolto dagli sceneggiatori è ancora equilibrio.

Tra i tanti elementi che coesistono non ce n’è uno che prenda il sopravvento mandando tutto in vacca. È come se scrivessero sotto la supervisione del maestro Miyagi questi fenomeni. Certo, non tutto colpisce con la stessa efficacia, non tutte le storyline sono interessanti/illuminanti allo stesso modo, ma è sempre intrattenimento solidissimo che non perde mai la concentrazione.

La forza della serie è sempre stata la sua scrittura, mentre dal punto di vista visivo continua a mantenersi scarna, essenziale, senza velleità da “cinema impegnato prestato alla serialità”: se questo va benissimo finché siamo nel presente, si rivela purtroppo un limite nei lunghi flashback ambientati durante la guerra in Vietnam, che hanno però il merito di scavare nella psicologia dell’unico personaggio che ci sembrava ancora un po’ macchiettistico, costringendoci a “capirlo” senza per questo assolverlo.

Continua insomma a scavare, Cobra Kai. E fa anche il discorso più onesto possibile sulla nostalgia, la stessa che da anni domina l’intrattenimento di massa riflettendo raramente su se stessa. I miti anni ’80 vengono contestualizzati al presente con sincero affetto o con irriverenza a seconda delle necessità. Non c’è biasimo per la nostalgia in sé (anche perché altrimenti la serie non esisterebbe), ma l’invito è quello ad andare oltre al passato.

È quindi responsabilità di Daniel LaRusso e Johnny Lawrence quella di mettere da parte i loro capricci e di diventare fino in fondo dei buoni maestri: a noi spettatori rimane l’analisi sincera, scritta col cuore in mano, di due generazioni che lavorano su se stesse, sulla propria identità e sul loro rapporto con il prossimo. E ognuna delle due ha da imparare dall’altra. Il tutto poi è annegato nelle botte: cosa di può chiedere di più?

Anche in questo caso il finalone lascia con l’acquolina in bocca per quel che seguirà, oltre all’augurio che la prossima stagione sia anche l’ultima. Sarebbe un peccato perdere un equilibrio così perfetto.

Eddie Da Silva

Cantante di un gruppo Garage Rock e, occasionalmente, un intellettuale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *