Harry Potter e il principe mezzosangue non è così male

David Yates con L’ordine della fenice aveva sbagliato di tutto e di più: regia inguardabile, montaggio epilettico, pathos sotto zero, fotografia monocolore (avete presente la scena di Boris con Sorrentino che vuole tutto giallo? Sostituite il giallo col blu e avrete la fotografia de L’ordine della fenice) che rendeva indistinguibili persino i colori delle casate di Hogwarts, e una durata ridicola per l’enorme materiale sul piatto (“solo” 2 ore e 12, titoli di coda inclusi, per il libro ai tempi più lungo). Tutti difetti che relazionati ai 4 film precedenti venivano ulteriormente ingigantiti.

L’ordine della fenice era poco più che un mezzo per portare avanti la trama piuttosto che un film con tutte le sue connotazioni artistiche. Insomma, si limitava ad essere un blockbuster e poco più, sfruttando frecce non appartenenti al suo arco sempre piacevoli da ritrovare (ossia tutto il cast fisso), un personaggio azzeccato come pochi (parlo ovviamente della Umbridge), e il fatto di portare su schermo uno dei libri migliori della Rowling per salvarsi in corner. Tradotto: affidare a Yates anche Il principe mezzosangue, e di conseguenza le redini della fase più importante della saga – quella finale – sembrava un autentico suicidio, almeno artisticamente parlando.

Economicamente… beh “Harry Potter” e “flop” erano due parole che non potevano mai incrociarsi, quindi la Warner non si fece grossi problemi ad affidare il tutto a un onesto mestierante con zero esperienze nel cinema che si limitasse a portare al cinema gli eventi del libro e stop, lasciando che le emozioni campassero di rendita dei 4 film precedenti. Guardare la morte di Sirius Black per credere.

“Mica male Spinaceto, pensavo peggio”

A lungo ho condiviso il pensiero comune che Il principe mezzosangue fosse il peggiore della saga, trovandolo sin dalla prima visione al cinema la pietra tombale dell’Harry Potter che aveva appassionato milioni di spettatori, e il fatto che a distanza di anni fosse considerato da tutti il peggiore mi faceva sentire come fosse la cosa più oggettiva del mondo. Poi a rivederlo, soprattutto dopo aver realizzato quanto in realtà fosse pessimo L’Ordine della fenice, mi sono detto “Mica male, pensavo peggio”.

Ai tempi mi ero accanito come molti altri soprattutto sulle sottotrame amorose di Hogwarts, che al contrario Newell aveva gestito con incredibile naturalezza nel 4, senza mai lontanamente sfiorare il pericolo “Dawson’s Creek per maghi”. Al contrario, a rivederla non solo non è cosi terribile, coi toni comedy anche giustificati, ma è anche, udite udite, una delle cose migliori del film, un elemento che ne L’Ordine della fenice era mancato come il pane: qualcosa che desse umanità ai personaggi. Si, ne L’Ordine c’era la love story tra Harry e Cho Chang, lo so, ma non facciamo finta di considerarla emozionante o altro, che era la cosa più fredda e distaccata che ci potesse essere.

Il principe mezzosangue è praticamente l’unico film della gestione Yates ad avere dei personaggi, piuttosto che delle semplici pedine che portino avanti la trama. Se Ron ed Hermione nel precedente erano poco più che comparse sullo sfondo, finalmente tornano protagonisti di una sottotrama gestita con grande naturalezza (oltre che ribadire quanto Emma Watson del cast giovane fosse la più brava) senza cadere in grandi goffaggini tipiche delle love story adolescenziali dei film. Anzi, è praticamente l’ultima boccata d’ossigeno dopo i toni freddi de L’Ordine, e in attesa di quelli depressi CavaliereOscuroWannabe del 7 parte 1, e dell’orrendo 7 parte 2. E poi torna pure il Quiddich, che volete di più?

Per quanto riguarda il resto Yates stavolta gestisce col mestiere necessario per non ripetere il pastrocchio registico de L’ordine della fenice: fa tutto in modo ordinato, anche troppo ordinato, talmente ordinato da non prendersi rischi, limitandosi a portare avanti la storia nel modo più lineare possibile, e a far dimenticare subito gli eventi del film appena finiti i titoli di coda, momenti sconvolgenti a parte (come la morte di Silente). Cioè praticamente quello che fa oggi il 90% dei blockbuster.

Tutti i principali difetti della gestione di Yates, dall’assoluta mancanza di trovate visive, alla scarsa voglia di stupire, vengono parzialmente salvati dai personaggi, che finalmente non campano di rendita delle dinamiche che ci hanno fatto affezionare a loro nei film precedenti, senza però nascondere del tutto la sua freddezza registica, che come sempre non regala momenti particolarmente memorabili se non, appunto, quelli relativi alle tempeste ormonali di Hogwarts, che magari potranno non piacere, ma per lo meno restano l’unica cosa che quasi tutti si ricordano del film.

Una cosa che ho sempre notato è quanto tutti si ricordino a memoria i primi quattro, impareggiabili, film della saga, mentre per i capitoli dal 5 in poi molti degli eventi principali vengono spesso confusi tra di loro (escludendo chi conosce bene i libri e che quindi “cataloga” gli eventi con più facilità) senza mai ricordarsi in quale film morisse Silente, in quale Sirius Black, in quale Harry e Ginny pomiciassero, e così via… al contrario come detto dei primi 4, impossibili da confondere per chiunque con la loro spiccata personalità.

L’uomo sbagliato nel momento giusto

Ma in fondo, che fosse un suicidio artistico ormai non importava più a nessuno ai piani altri: nei primi anni 2000 infatti, l’uso massiccio di CGI era ancora talmente costoso che l’operazione doveva essere un successone assicurato per evitare perdite considerevoli. Ci si affidava quindi a registi che con il loro tocco personale li sapessero rendere accattivanti per il grande pubblico e che fossero in grado di gestire le pressioni e le aspettative di operazioni così mastodontiche, in tempi in cui i registi potevano avere ancora un certo margine di trattativa con le volontà dei produttori, riuscendo sempre a mettere un po’ della loro vena artistica, dai più vecchi Superman e Batman di Donner e Burton, fino agli Spider-Man di Raimi, o al Signore degli anelli di Jackson.

Yates fu scelto per dirigere la saga in un momento particolare, nella metà degli anni 2000, ossia quando gli studios avevano ormai capito quanto certi film si potessero promuovere praticamente da soli, abbastanza da poterli affidare a onesti mestieranti senza correre rischi sugli incassi, ma anzi guadagnandoci qualche grana in meno con il minimo di libertà artistica richiesta da ogni regista degno di questo nome, come accadde tra Sam Raimi e la Sony per Spider-Man 3. Basti pensare al polverone che sollevò quel capolavoro Batman – Il ritorno per il suo essere così fuori dai canoni del “film per famiglie”, o quanto il bellissimo Hulk di Ang Lee fosse stato criticato per avere “troppa poca azione”. Non che Yates avesse qualche colpa se prima del suo ingaggio per Harry Potter aveva fatto solo regie televisive, sono certo che nella saga ci avrà anche messo il massimo impegno, la colpa è di come l’industria era velocemente cambiata.

Oggi alcuni dei blockbuster che più abbiamo amato quasi 20 anni fa non sarebbero mai affidati a registi con una loro personale visione. Se avesse debuttato oggi, Il Signore degli anelli sarebbe stato diretto da un Colin Trevorrow di turno, Spider-Man da un Jon Watts qualsiasi (come scusate?L’hanno già fatto?), Harry Potter stesso verrebbe affidato a David Yates sin dal primo episodio, a causa della certezza di quanto ormai certi prodotti si vendano da soli, senza neanche lo sbattimento di regalare prodotti artisticamente validi. Basta guardare il principale franchise dell’ultimo decennio, ossia la Marvel made in Disney, che su questa sicurezza ci ha costruito un impero. E non è solo questione di “nomi”, perché i nomi d’autore dietro a molti blockbuster continuano ad esserci, ma del livello di libertà che gli si lascia.

Al netto di tutto questo dunque non solo Il principe mezzosangue non è malvagio come si ricorda, ma anzi, nella mediocrità del nuovo modo di concepire i blockbuster che ci accompagna da una dozzina d’anni, riesce persino a divertire. Ma non chiedetegli di essere memorabile, o di ricordarvi più di un paio di scene appena finiti i titoli di coda.

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