Kiss Kiss Bang Bang, il geniale esordio registico di Shane Black

Kiss Kiss Bang Bang è un film che amo per tantissimi motivi. L’umorismo, gli interpreti, il suo essere postmoderno meglio di tanta roba più incensata… Ma soprattutto credo di amarlo particolarmente perché è stato il primo film – visto per la prima volta a 15 anni, ci tengo a precisare – che mi abbia fatto dire “questa cosa è scritta bene”.

Esistono i film dai quali restiamo ammaliati per una mera questione di “superficie”, senza che magari sotto ci sia nulla di che, ed io contro questi film non ho nulla. Veramente. Oh, se uno si mette a fare movimenti di macchina elaborati e gli escono bene alzo le mani, mica è facile. Però non sono quelli i miei film preferiti. Capisco quando mi dicono, ad esempio, che Midsommar è un film visivamente interessante per cui chi se ne frega se ha uno script brutto, ma mentirei se dicessi che personalmente riesco a godermi appieno l’esperienza. Al contrario, se un film ha una regia onesta – buona ma senza manie di dimostrazione – ed una sceneggiatura perfetta, allora eccomi qua. Comprato.

Kiss Kiss Bang Bang è l’esordio registico di Shane Black, cioè uno sceneggiatore. Va da sé che di essere visivamente ammaliante gliene frega fino a un certo punto. Qui la cosa che deve farci cascare la mascella non è il piano sequenza da otto minuti, né tantomeno la composizione dell’immagine che ci ricorda quel quadro là di quel pittore… è la scrittura. Il suo potere, la sua capacità di avvincere, di stimolare, di sorprendere. E lo fa. A patto che della scrittura cinematografica ci freghi effettivamente qualcosa.

Un neo-noir così meta da diventare una lezione sul genere. Ah, e una commedia divertente come poche.

Kiss Kiss Bang Bang è una commedia, ma allo stesso tempo è catalogabile sotto la voce “neo-noir”. Detto in soldoni, il neo-noir è un filone che ripropone i dettami del noir classico adattandoli a contesti contemporanei. È così semplice? No, non lo è. Ci sono tantissime varianti di neo-noir.

Non sempre un film neo-noir è interessato a evidenziare i suoi riferimenti. A volte è più questione di mood, altre di poetica. Tipo, il mio film preferito degli ultimi anni se si parla di questo filone è Uncut Gems, ma chi non è pratico del genere potrebbe non averlo etichettato così.

Nei suoi episodi più nostalgici il neo-noir può essere puro esercizio di stile che aderisce alle regole in maniera quasi religiosa, in quelli più audaci invece include tutti quei dettami per poi ri-adattarli o sovvertirli. Il film di Shane Black non nasconde le sue radici, anzi le evidenzia, ma appartiene comunque alla seconda categoria.

I suoi riferimenti sono chiari: le detective story con cui Black è cresciuto, che l’hanno forgiato e hanno contaminato il suo stile fin dagli esordi (gli echi c’erano già in Arma letale e soprattutto ne L’ultimo boyscout). Raymond Chandler, Dashiell Hammett, Mickey Spillane. Per dire, il film è suddiviso in capitoli, ed ogni capitolo porta il titolo di un romanzo o un racconto di Chandler (Trouble is my business, The Lady in the Lake, The Little Sister e via discorrendo).

Sono opere che Black conosce bene: ne conosce il linguaggio, l’umorismo intrinseco, i cliché. Tutto questo arriva su Kiss Kiss Bang Bang, che i suoi colpi da maestro li infila quando presenta regole assodate per poi sconvolgerle.

La cosa più geniale del film è che è una detective story “per sbaglio”. Lo è sia per come è stata concepita – Black voleva scrivere una commedia romantica, il suo amico/mentore James L. Brooks (storico produttore de I Simpson) gli suggerì di metterci del suo e quindi “almeno un cadavere” – che per come ci viene presentata. Il protagonista è Harry Lockhart (Robert Downey Jr.), che non nasce come un detective ma come un ladruncolo di mezza tacca, e viene “trasformato” dagli imprevedibili twist del racconto.

Harry è anche la voce narrante di Kiss Kiss Bang Bang, e quando racconta lo fa schiettamente, sa di essere in un film, evidenzia quando i passaggi narrativi non sono chiari e quindi ferma tutto e torna indietro per farci capire meglio di che si sta parlando. Harry è la sceneggiatura che parla di sé stessa, è il noir che parla di se stesso con autoironia ma senza perdersi per strada, continuando a raccontare il vizio, la corruzione e la disperazione nella sua cornice più celebre: Hollywood.

Quando il film inizia Harry è ad una festa a Hollywood. Capiamo subito che è un pesce fuor d’acqua: come ci è finito? Arriva un flashback: Harry sta scappando dalla polizia, quando si trova accidentalmente a fare il provino per un film. Il ruolo è quello di un detective privato. Gli va bene, viene mandato a Los Angeles a fare lezioni da detective per prepararsi per la parte.

Ad affiancarlo è Perry von Shrike, a.k.a Gay Perry (Val Kilmer), un detective privato vero che lavora per il produttore Dabney Shaw, lo stesso che ha scoperto Harry. Alla prima di queste lezioni i due si trovano immediatamente davanti a cadaveri che spuntano fuori a sorpresa, e ad un mistero da risolvere.

Harry è anche un avido lettore di romanzi hard boiled, quindi vive gli eventi con il trasporto e la consapevolezza di chi conosce le regole e ci sguazza divertito.

Una delle prime convenzioni che evidenzia è che nei romanzi che leggeva, di solito, i casi a cui lavorava l’ispettore protagonista erano due ed apparentemente slegati, ma alla fine si rivelavano essere connessi. Anche questo succede nel film, quando Harry incontra la sua ex fiamma Harmony (Michelle Monaghan) a Los Angeles e poco dopo la sorella di quest’ultima viene trovata morta. I cadaveri spuntano da ogni dove, apparentemente senza soluzione di continuità, poi scopriamo che è tutto parte dello stesso disegno.

Perché il film è così divertente? Innanzitutto ha degli interpreti sopraffini: Robert Downey Jr. e Val Kilmer sono divertentissimi ed insieme fanno scintille, e anche Michelle Monaghan è perfetta. I dialoghi sono già spettacolari su carta (“sono in pensione, da piccolo ho inventato i dadi”), e questo dinamico trio sa come rendergli giustizia.

E poi che personaggi. Harry Lockhart è il protagonista più moderno mai scritto da Shane Black: pieno di difetti, incompetente, trova indizi sbattendoci contro per caso. A volte tenta mosse da eroe (salvare una ragazza da molestie sessuali), ma il mondo lo rimette subito coi piedi per terra (viene pestato di botte). Non ha idea di quale sia il suo posto nel mondo, non ha mai portato a termine nulla di ciò che ha iniziato (parole sue). Sono gli eventi a dargli uno scossone, a fargli scoprire che è più di quel che ha sempre creduto.

Affiancato a Gay Perry, che invece è competente ma più distaccato, meno coinvolto emotivamente dalla vicenda, forma un duo tanto improbabile quanto ideale. E allora il buddy tipicamente shaneblackiano assume una funzione inedita, che è quella di dividere il personaggio tipico del detective noir in due personaggi complementari.

Principalmente è Gay Perry ad essere una decostruzione del detective classico: l’idea di un detective omosessuale è quanto di più sovversivo si possa pensare quando in mente si hanno modelli così legati al modello “classico” del maschio macho, come Philip Marlowe o Sam Spade. Moderno e rivoluzionario senza mai spiattellare retorica d’accatto per ingraziarsi la critica, Gay Perry è carismatico, divertente, tridimensionale. Così come l’agente donna della CIA interpretata da Geena Davis su Spy, il copione che Black firmò prima di questo: zero ostentazione, si cambiano le regole con disinvoltura, senza guardarsi allo specchio.

Per il resto che dire… potete anche mettervi lì con occhio vigile, ma difficilmente riuscirete a prevedere gli snodi narrativi e i colpi di scena. A volte ci sono sceneggiature che giocano così tanto ad essere imprevedibili da diventare prevedibili, ma non è questo il caso: che durante una discussione con la sua fiamma Robert Downey Jr. perda un dito semplicemente è impossibile prevederlo, ed è una trovata comica clamorosa. Cla-mo-ro-sa. Ho usato la divisione in sillabe per marcare il fatto che si tratti di un’idea clamorosa, nella vita non lo farei mai.

Redenzione

L’importanza di questo piccolo film (budget di appena 15 milioni di dollari) sta anche nell’aver redento due talenti giganteschi.

Il primo è Shane Black, che non scriveva film da quasi dieci anni perché Spy era andato male al botteghino e lo aveva messo in una cattiva luce nell’industria per via della paga spropositata (4 milioni) che il nostro si portò a casa per scriverlo. Insicurezza e periodi di dipendenza dall’alcol lo fecero sparire dai radar.

Il secondo è Robert Downey Jr., grandissimo attore con già una carriera ottima alle spalle e che dopo una parabola discendente fatta di alcolismo, dipendenza da droghe e conseguenti arresti, si rimise in carreggiata soprattutto grazie a questo film, che ad oggi è il suo preferito tra quelli a cui ha preso parte ed a sua detta è stato il suo biglietto da visita per ottenere il ruolo di Tony Stark nel MCU, portando questa sua rinascita allo step successivo: diventare la più grande star del mondo.

Innamorato di se stesso e vanesio quanto volente, ma RDJ non si è scordato degli amici: suo il merito se Black ha poi potuto rilanciarsi una seconda volta dirigendo Iron Man 3.

Ad oggi temo – ma spero di venire smentito – che vedremo scomparire di nuovo Black, che i flop non li prende bene e che con The Predator se ne è beccato uno sonorissimo. Kilmer purtroppo è stato molto male e ha deciso di ritirarsi. Downey è in pieno periodo di assestamento post-Marvel, e speriamo che prenda decisioni sagge. Chissà che non decida di tornare a fare film ambiziosi ed originali come questo.

Eddie Da Silva

Cantante di un gruppo Garage Rock e, occasionalmente, un intellettuale.

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