Ma com’è effettivamente La passione di Cristo?

Credetemi se vi dico che valutare seriamente La Passione di Cristo a così tanti anni di distanza è semi-impossibile. I motivi sono essenzialmente tre:

1) In questi anni Mel Gibson è andato più fuori di testa che mai, dopo i primi segnali già visibili nella megalomania (è un complimento) che mise ne La Passione di Cristo, e distaccare la sua immagine dalla sua sempre più dilagante – e talmente autoparodistica da essere amabile- pazzia è sempre più difficile.

2) Rispetto al 2004, la religione oggi è un tema relativamente meno sensibile. Gli anni 2000 furono l’ultimo decennio dove scherzare sulle religione era ancora tabù, basti pensare il polverone che sollevò in quel periodo Il codice Da Vinci, che oggi viene ricordato tra le risate ma che – fa ridere a dirlo – all’epoca sollevò un vero e proprio vespaio.

3) Il terzo motivo lo avete visto arrivare da chilometri di distanza: La passione di Cristo 2 de I Griffin, passato alla storia da quando Italia 1 lo trasmise per la prima volta in seconda serata nel famigerato special de “I Griffin vietati ai minori”.

Il fatto che quella famigerata puntata de I Griffin dovesse andare in onda in seconda serata per non infastidire qualcuno, venendo persino spacciata per vietata ai minori, e che nello stesso periodo Il codice Da Vinci fosse addirittura considerato il film più controverso dell’anno vi dovrebbe dare un idea di quanto ai tempi si potesse scherzare su tutto, tranne che sulla religione. Al contrario, oggi non si più scherzare più su nulla, tranne che sulla religione.

Non sono mai stato credente, eppure quando uscì La Passione di Cristo avevo un hype pazzesco. Come poteva un non credente di 9 anni avere hype per un film su Gesù? Semplice: La Passione di Cristo non era solo uno dei tanti film su Gesù, ma il film più controverso dell’anno, un evento mastodontico (600 milioni di incasso, quinto film più visto del 2004, preceduto solo da Shrek 2, Spider-Man 2, Harry Potter e Gli incredibili), talmente discusso da ritrovarselo non di rado al TG, e centrifuga di alcune delle leggende metropolitane più divertenti dei tempi.

Inutile dire che l’intera controversia del film era relativa alla crocefissione splatter di Gesù, così violenta da sfiorare il torture porn autorizzato e mascherato da film religioso che anzi, se non fosse stata diretta dall’appurata fede semi-fondamentalista di Mel Gibson, sarebbe potuta sembrare una bestemmia visiva orchestrata da un cristianofobico che voleva solo vedere Gesù soffrire e sanguinare il più possibile. Dopo quasi un decennio da icona del cinema action, nel 1996 con Braveheart Gibson riuscì a ingraziarsi anche la critica più snob vincendo il premio snob per eccellenza – l’Oscar al miglior film – e l’Oscar al miglior regista.

Una doppietta non da poco, che consente a chiunque di poter delirare come gli pare perché ehi, l’Oscar l’hai già vinto, e la critica ti ricorderà sempre per quello perdonandoti qualsiasi oscenità. Chiedere a Benigni e al suo Pinocchio per ulteriori chiarimenti. Dunque, ad anni di distanza e armato di Oscar, Gibson poteva permettersi di dirigere senza troppe conseguenze un film nato per essere così tanto controverso che, quando propose il ruolo di Gesù a Jim Caviezel, lo avvertì dicendogli “Dopo questo film potresti non lavorare più”.

La Passione di Cristo è un biopic comunque migliore di Bohemian Rhapsody

Vi ricordate l’infinità di leggende metropolitane che giravano all’uscita del film? Si diceva che il Papa alla prima visione del film avesse detto “Così è stato” (con tanto di Vaticano costretto a smentire), che un uomo fosse andato a confessare alla polizia un suo omicidio dopo aver visto al cinema Gesù morire per i nostri peccati, che una signora anziana fosse morta d’infarto per la brutalità della crocefissione (dopo anni ho scoperto che questo in realtà era successo davvero), che molti spettatori avessero abbracciato il cristianesimo appena uscita dalla sala… insomma, di tutto e di più, giusto per far capire la portata, oggi inimmaginabile, che ebbe La Passione di Cristo.

Per avere nuovamente un film capace di far parlare di sé con così tanta controversia e leggende metropolitane annesse bisognerà aspettare Il codice Da Vinci (fa ridere dirlo ma fu cosi), a rivederlo oggi decisamente innocuo, ma uscito appunto in un momento dove discutere di religione voleva ancora dire andare incontro a grandi polemiche, e l’ancor più innocuo Joker l’anno scorso, con estratti di giornali (piuttosto esilaranti) su quanto le forze dell’ordine temessero che Joker potesse dare il via a rivolte popolari guidate da spettatori “risvegliati” dall’enorme (???) violenza del film. Dio mio le cose che può farci credere un marketing ben acchittato…

Ma a vederlo effettivamente, dimenticandoci per un secondo dei Griffin e di quanto Gesù sia ormai diventato una mascotte di internet, com’è effettivamente La Passione di Cristo?

Un delirio mistico fatto da un pazzo. Ma un pazzo dal talento indiscutibile

Beh, La Passione di Cristo è molto difficile da valutare come film. La Passione sembra una storia iniziata direttamente dal finale (beh, tecnicamente lo è), o la seconda parte di un super film di 4 ore, e di conseguenza ha una struttura talmente atipica, e sulla carta anti-cinematografica, per essere un film che neanche sarebbe giudicabile come tale.

La passione di Cristo è un esercizio di stile di 2 ore, che serve più a Gibson per mostrare la sua fede al mondo e per ostentare quanto in cabina di regia sappia il fatto suo. “Esercizio di stile” solitamente viene usato con una denotazione negativa, ma quando l’esercizio di stile in questione ha le competenze di Gibson, allora è un complimento. A dispetto di quanto il suo impatto mediatico e i suoi enormi incassi possano suggerire, La Passione di Cristo non fu una grande produzione (“solo” 30 milioni di budget, decisamente pochi per un film storico, soprattutto considerano che in quell’anno i suoi “colleghi” Troy, Alexander e King Arthur avevano budget ben oltre i 100 milioni), ma questo non gli impedì di trasudare imponenza in ogni scena, abbastanza da farlo sembrare il film più ambizioso del mondo senza esserlo effettivamente, curato così minuziosamente che il livello di violenza non poteva essere da meno.

La scelta di girarlo in aramaico e piazzare poi i sottotitoli (Gibson voleva distribuirlo senza sottotitoli a costo di risultare incomprensibile… pazzo vero) a vederla non è l’ostentazione di realismo e storicità fine a sé stessa che potrebbe sembrare su carta, ma un furbo espediente per obbligare a mantenere la massima concentrazione su una storia così conosciuta da tutto il mondo da sapere persino in anticipo i dialoghi studiati a scuola (“Giuda, tradisci il figlio dell’Uomo con un bacio?”) che distrarsi sarebbe stato facile. L’80% del film mostra la flagellazione di Cristo, andando pienamente incontro alle critiche che lo descrivevano come uno splatter con protagonista Gesù, eppure il ritmo o l’attenzione non calano praticamente mai, tenuti in piedi per forza di cose dalla dose spropositata di violenza e una resa estetica di un certo valore.

Anche parlare di splatter fine a sé stesso non è proprio vero, visto che i momenti (silenziosi, ma di certo impatto e ben riusciti) con Maria che guarda inerme il figlio andare incontro alla morte danno al film una certa dose di umanità, che lo allontanano da quel cinismo che le scene più sanguinose potrebbero far trapelare, cosi come i flashback con Gesù circondato dai suoi apostoli (anche se mi fa ridere pensare che Gibson li avesse girati solo per dare del materiale promozionale che non vedesse Gesù ridotto a una maschera di sangue come nell’80% del film). Senza contare che l’elevata violenza aveva il mirato scopo di far entrare lo spettatore più facilmente in empatia con Gesù (fondamentale, visto che al film manca tutto il preambolo pre-crocefissione per fare entrare in sintonia coi personaggi). Uno scopo che col povero faccione buono di Caviezel martoriato in quel modo Gibson raggiunge efficacemente.

Gibson è da sempre un pazzo fanatico antisemita (sì, lo so, sono cose bruttissime, ma è il protagonista di Arma letale, non riesco a volergli male) dunque La Passione era un progetto fortemente personale, qualcosa che solitamente si traduce in un film riuscito proprio perché curato nei minimi dettagli e fatto con convinzione. Forse anche troppo, come riportano numerose testimonianze di chi lavorò sul set (incluso il nostro Sergio Rubini, che descrisse il set come un posto “dove tutti si convertivano e avevano delle visioni, dove si tenevano tre messe a giorno, e dove Jim Caviezel benediceva i bambini”).

Già credente da tempo, dopo questo film Caviezel abbraccerà la fede in modo sempre più estremo, facendo parlare di sé quasi più come teologo che come attore, venendo anche ostracizzato da Hollywood dopo le critiche ricevute da La Passione dalla comunità ebraica americana, che già con Gibson non era proprio pappa e ciccia. Per chi non lo sapesse, Mel Gibson è figlio del teologo Hutton Gibson, simpatica canaglia che nei suoi 101 anni di vita passava il tempo libero a insultare gli ebrei su qualche giornale… non esattamente uno con cui la comunità ebraica potesse andare d’accordo. Tra l’altro, ironia della sorte, Jim Caviezel ha le stesse iniziali di Jesus Christ. Coincidenza? Probabile, ma conoscendo quanto è pazzo Gibson chissà se non lo abbia scelto apposta.

Un paio di riflessioni sull’imminente sequel          

Come molti sapranno, Gibson ha annunciato che farà un sequel sulla resurrezione di Gesù. Aldilà dei facili rimandi a La Passione di Cristo 2 dei Griffin, ripetere l’evento che fu il primo film nel 2004 sarà pressoché impossibile. Il primo film uscì in un momento storico sfavorevole ai film religiosi, ma aiutato comunque in parte dal boom dei film storici derivati da Il gladiatore (basti pensare che nel 2004 oltre a La passione ci saranno anche film come Alexander, Kirng Arthur e Troy) che rese l’ennesimo film su Gesù un operazione più sensata di quanto non lo sarebbe stata qualche anno prima.

Persino la percezione di Gesù dai tempi è cambiata, meno seriosa e soggetta a ironie (per i non credenti, si intende) senza venir necessariamente crocefissi (scusate, non trovavo altri termini) come sarebbe stato 16 ani fa: basti pensare a una polemica risalente all’anno scorso riguardo Second Coming, un fumetto ironico targato Vertigo (dunque DC) che vedeva Gesù reinterpretato come un supereroe che opera nel mondo moderno, chiuso per le proteste delle associazioni religiose. Sì, è stato chiuso, ma 16 anni fa sarebbe stato direttamente bruciato. Piccoli passi in avanti.

Come sarà dunque questo sequel? Ah, non ne ho la minima idea, so solo che ho (anche stavolta) un hype pazzesco. In questi 16 anni di distanza dal primo film la pazzia di Gibson è aumentata a dismisura, così come la fede cieca di Caviezel, dunque la speranza è quella di avere un film che sappia essere ai livelli del primo sia come tecnicismi che come cieco fondamentalismo, e viste le recenti dichiarazioni di Caviezel (“Sarà il più grande film della storia”, o la mia preferita, “Ho interpretato il più grande supereroe mai esistito”) sono sicuro che non rimarrò deluso.

Certo, i toni un po’ supereroistici si erano parzialmente visti nell’ultimissima scena de La Passione, con Gesù che resuscita con un epico rullo di tamburi, la scena (in realtà anche l’unica) che più di tutte a rivederla col senno del poi si può ricollegare alla gag dei Griffin, ma chissà che Gibson non voglia alzare ulteriormente il tiro. Che poi l’idea del sequel tutta questa gran follia non sarebbe, visto che il mito della resurrezione di Gesù esiste da 2000 anni, dunque un sequel de La passione di Cristo avrebbe molto più senso di quanto non ne avesse nel 2015 la trilogia sequel di Star Wars, o il 90% degli attuali sequel hollywoodiani. Ti prego Mel, non deludermi.

PS: Essendo La Passione di Cristo un film sull’uomo che ha inventato il Natale, si può considerare un film natalizio?

3 pensieri riguardo “Ma com’è effettivamente La passione di Cristo?

  • Dicembre 28, 2020 in 9:49 am
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    Piccoli passi avanti. Verso il baratro.

    Rispondi
    • Dicembre 28, 2020 in 9:59 am
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      Cos’è questo commento criptico? Motivare, grazie.

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      • Dicembre 29, 2020 in 10:22 am
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        Antolini nell’articolo scrive “Piccoli passi in avanti”. Io aggiungo “Verso il baratro”. Cosa non è chiaro?

        Rispondi

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