Perché studiare l’Iliade quando c’è già Troy?

Troy è un po’ come Il codice Da Vinci: uno di quei film che all’epoca dell’uscita sbancarono imponendosi immediatamente come fenomeni pop ma che poi magari per anni non abbiamo più rivisto, e che col senno di poi, quando rievocati in compagnia con un “Oh, ma te lo ricordi Troy?”, chiamano risate e goliardia in chi ascolta. Me incluso, almeno finché non ho deciso di rivederlo seriamente, non sapendo se mi sarei ritrovato di fronte a un film che col senno del poi avrebbe perso tutta quell’aura epica accumulata durante l’infanzia, o a un film in realtà valido. E chi l’avrebbe mai detto, Troy è proprio un film valido!

Premessa: se siete del partito “Eh ma non è fedele all’Iliade perché su The Amazing Achilles #248 lui non spara ragnatele organiche ma usa dei lancia-ragnatele” allora continuerete a trovare Troy un’americanata greca. Se invece volete godervi il film in quanto tale e basta… beh, sempre un’americanata greca rimane, ma con che stile! Oltre i fumetti da piccolo la cosa che mi appassionava di più in assoluto era probabilmente la mitologia greca, dall’Iliade, all’Odissea, a tutti i vari miti greci (o meglio: gli adattamenti per ragazzini, quelle vere non avrei il coraggio di leggerle neanche adesso).

A contribuire ci fu sicuramente anche il fatto che mi madre mi fece vedere l’Odissea del 1968 in cassetta (termine che usavamo prima di imborghesirci e chiamarli VHS), uno dei migliori sceneggiati che la Rai abbia mai prodotto. Tutto questo si unì al fatto che Troy uscì che io stavo in quarta elementare, quindi che ve lo dico a fare, era il film della vita: in quale altro film potevi vedere Achille che ammazza Nathan Jones con un solo colpo, lo stesso Nathan Jones che sempre in quel periodo ammiravamo prenderle da Brock Lesnar il sabato sera a SmackDown? Quella mossa abbiamo provato a riprodurla in ogni singola ricreazione, facendoci più male che altro. Vabbè, futili aneddoti personali a parte…

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Il genere storico era caduto un po’ in disgrazia ad Hollywood, venendo riesumato ogni tanto da chi voleva vincere l’Oscar, con l’apice raggiunto agli Oscar del 1999, dove dei 5 film nominati per Miglior film, ben 2 erano ambientati nell’Inghilterra elisabettiana del 1500 (Shakespeare in Love ed Elizabeth) e gli altri 3 erano sulla Seconda guerra mondiale (Salvate il soldato Ryan, La sottile linea rossa, La vita è bella).

Il fatto che tra questi lo abbia vinto Shakespeare in Love è ancora un mistero, ma poteva andare peggio: La vita è bella poteva fare doppietta. Ma del genere storico per eccellenza, il cosiddetto peplum, neanche l’ombra. Poi arrivò Il gladiatore, e il genere storico trovò nuova vita coi conseguenti Alexander, King Arthur, Le crociate e tanti altri, prima che arrivasse 300 a ridefinire il genere creando un po’ lo stereotipo dell’antichità come mix di sesso e violenza gratuita, che emuli come Spartacus e Game of Thrones esaspereranno così tanto che alla lunga ci è scordati di quanto 300 di tutto il filone “Storia per tamarri” sia in realtà il più sobrio.

Troy era il blockbutsterone hollywoodiano che vuole insegnarti la storia eliminando le parti noiose per eccellenza, il classico film che i professori ti facevano vedere a scuola precisando ogni due secondi quanto differisse dall’Iliade originale, ma facendotelo vedere ugualmente perché sotto sotto anche loro lo preferivano all’opera di Omero.

Basti pensare che quando andavo in primo liceo, nel 2008 (dunque appena 4 anni dopo Troy), ogni volta che il professore di greco ci faceva studiare l’Iliade passava l’80% della lezione ad arrabbiarsi nello specificare “Non dovete confondere quello che succede su Troy con quello che succede nella vera Iliade!”, contraddicendo tutti gli studenti che incappavano in errori tipo “Patroclo è il cugino di Brad Pitt” (chiamarlo Achille era facoltativo), sgamando subito chi per i riassunti aveva studiato l’Iliade e chi per risparmiare tempo si era solo rivisto Troy. Ma ammettiamolo, non importa quello che dicevano i professori: l’Iliade era quella di Wolfgang Petersen e basta. E Omero doveva adattarsi o tacere.

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Parlando seriamente, pretendere di vedere Troy come adattamento fedele dell’Iliade, o quantomeno come un affresco storico dell’epoca da far vedere nelle scuole, è come pretendere di spiegare Nietzsche facendo vedere Il cavaliere oscuro. E poi la Guerra di Troia resta un mito, sulla cui veridicità storica si dibatte tutt’ora, dunque criticare Troy per poca accuratezza storica ha poco senso: è semplicemente una libera reinterpretazione di una delle più grandi storie mai narrate dall’uomo, come può essere reinterpretabile il mito di Romolo e Remo o la leggenda di Re Artù, ma non mi pare che per Excalibur o La spada nella roccia si sia mai parlato di “falso storico”.

Il presunto falso storico è un po’ il motivo per cui spesso di Troy si parla spesso in modo ingeneroso: Troy non ha né l’arroganza né la pretesa di dare lezioni di storia, ma solo di intrattenere nel modo migliore possibile, e lo fa decisamente meglio di tanti film equiparabili.

Troy è un blockbuster nel senso migliore del termine: un film leggero, che punta a far spegnere il cervello, ma senza minimamente trascurare il minimo tecnicismo, perché fare un film leggero non significa fare un film pigro, a meno che tu non sia i Marvel Studios. Perché se c’è una cosa che Troy trasuda è l’imponenza, la volontà di fare qualcosa di grosso senza lasciare nulla al caso e di non trascurare i dettagli. Perché sì, Achille e Patroclo non erano cugini, la guerra di Troia durò anni e non 2 settimane, non ci sono gli Dei, e bla bla bla… ma probabilmente se Troy non avesse avuto alcun legame con l’Iliade avrebbe avuto ben altra considerazione, visto che viene quasi sempre valutato come trasposizione di un caposaldo dell’epica e mai come film e basta.

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Per qualcuno l’estetica di un film potrebbe sembrare secondaria o comunque trascurabile rispetto ai più “artistici” regia, sceneggiatura, recitazione, e tutte le classiche cose di cui ci possiamo riempire la bocca per sembrare più colti nelle nostre discussioni a tema cinema, non va mai valutata come cosa da poco. Spesso il lato più tecnico/estetico di un film viene volutamente tralasciato, come fossero dettagli trascurabili nella valutazione generale di un film, dimenticandosi di quanto il fascino visivo sia un linguaggio a sé stante capace sia di dare personalità al film che di salvare anche la peggiore delle sceneggiature o la più inetta delle regie. Troy è esteticamente imponente, dalle scenografie (quanto era bello il cavallo di Troia?), ai costumi, alle coreografie, forse le migliori mai viste in un film storico hollywoodiano dell’epoca (non venitemi a citare quindi il cinema asiatico), che raggiungono l’apice – ovviamente – nello scontro tra Achille ed Ettore.

Intendiamoci, anche Troy ha un po’ di tipica estetica patinata hollywoodiana (basta vedere character poster di Achille, che pare più la pubblicità di Paco Rabanne fragranza greca n.4 che di un film epico, violento, e sporco della sabbia e del sale del Mar Egeo), ma se Troy ha sul curriculum una nomination agli Oscar per i miglior costumi un motivo ci sarà. Che solitamente è un un po’ un modo per dire “Visto? Lo dice anche l’Academy che ho ragione e basta”.

Certo, l’armatura di Achille sembra più un costume di pelle di un supereroe che una corazza da guerra… ma in fondo a chi importa, era un armatura oggettivamente fichissima, non stiamo mica in un museo, stiamo qui per vedere Brad Pitt fare il coatto e conquistare da solo una spiaggia troiana in netta inferiorità numerica.

Ma anche addentrandosi nel campo della scrittura, tra i vari meriti Troy fa anche il miracolo di dare personalità e sfumature a personaggi che tecnicamente non ne avrebbero bisogno (diciamo che 2000 anni fa personaggi che andassero oltre i pipponi sull’onore non era facile trovarli), come nel confronto tra Achille e Priamo per avere il cadavere di Ettore, probabilmente la scena non-action migliore del film. Un piccolo miracolo di David Benioff, alla sua prima sceneggiatura hollywoodiana dopo il riadattamento per il suo (suo perché è anche l’autore del libro) La 25ª ora.

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Insomma, non è il classico film che diventa terribile col senno del poi come si potrebbe pensare. Certo, probabilmente con le retrospettive di oggi verrebbe massacrato da accuse di whitewashing tra troiani interpretati da australiani (Troia si trovava in quella che oggi è la Turchia), e greci interpretati da americani (la Grecia invece si trova ancora… beh, in Grecia), anche se Brad Pitt all’epoca era ancora sposato con Jennifer Aniston, che è di origini greche (il vero nome del padre era Anastasakis), dunque volendo ci si può appellare a una cittadinanza greca acquisita.

Riceverebbe qualche polemica sul plot che tratta le donne -come Elena e Briseide- come oggetti contesi dagli uomini (chi glie lo dice che l’Iliade è di 2000 anni fa?), e scatenerebbe un Hiroshima di polemiche soprattutto per la scelta di “spegnere” l’ambiguo rapporto tra Achille e Patroclo rendendoli cugini. Beh oddio, questo in parte si avrebbe ragione. E in parte no.

Per non cadere nel (comune) falso storico bisogna specificare che Achille non era gay come si tende erroneamente a riportare. Premesso che nell’antica Grecia sarebbe già semplicistico di suo ridurre tutto a etero/omo/bis-essualità, ma definire Achille gay sarebbe errato quanto definirlo etero, dato che nell’Iliade il rapporto tra lui e Patroclo non viene mai chiarito esplicitamente, con i due che verranno definiti amanti solo da reinterpretazioni successive all’Iliade. Erano amanti? Può essere. Erano amici e basta? Può essere pure quello, fatto sta che storicamente definirli amanti è una libera reinterpretazione tale e quale al renderli cugini.

Lo specifico perché “l’appropriazione” dell’orientamento sessuale di un personaggio è sbagliato in tutti i sensi, e non solo in uno. E poi insomma, facciamocela una risata, che ogni volta che ripenso alla faccia basita del mio professore appena sentiva uno studente dire “cugino di Achille” scoppio a ridere quasi quanto a vedere l’overacting di Eric Bana quando cazzia Pride (lo dico con affetto Eric, sarai sempre l’unico vero Hulk).

Ah, non importa che ormai siano passati 16 anni, io sto ancora aspettando lo spin-off sull’Odissea con Sean Bean. O anche l’Eneide, visto il cameo di Enea (oddio, non è che Il primo Re zitto zitto fa parte dello stesso universo?). Wolfgang, fammi sto regalo.

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