Highlander: Vendetta immortale è il miglior film del franchise dai tempi del primo

Sull’imminente reboot di Highlander diretto da Chad Stahelski, che tutti conoscerete per la trilogia di John Wick, si sa ancora poco o niente, anche se una piccola “anteprima” di come potrebbe essere ce l’abbiamo avuta su John Wick 3, dove un gruppo di sicari tentava di decapitare Keanu Reeves su una moto in corsa. E a giudicare dalla portata visiva della scena le premesse potrebbero essere pazzesche. Ma fino ad allora, dobbiamo accontentarci degli ultimi colpi sparati dal franchise, risalenti entrambi al 2007: Highlander – The source, e Highlander- Vendetta immortale. Il primo era il capitolo finale della storyline di Duncan MacLeod, l’highlander della serie TV iniziata nel 1992, primo Highlander ad uscire direttamente in home video anche negli USA, il secondo invece è semplicemente il miglior film del franchise dai tempi del primo.

Non sono mai stato un fan dell’animazione giapponese: gli anime, tolta qualche eccezione, non hanno mai fatto per me, motivo per cui ero molto scettico su Vendetta immortale prima di vederlo. Eppure, forse interpellare qualcuno proveniente da una cultura completamente diversa dalla nostra, come quella asiatica, era l’unica soluzione possibile per tentare di prendere strade inesplorate nel franchise, e dare nuova interpretazione a temi ormai spremuti da 5 film, 6 stagioni di serie TV e una serie animata.

Vendetta immortale parla di Colin MacLeod, un barbaro del 125 D.C. che lotta contro l’Impero romano guidato dal generale romano Marcus Octavius, e della sua ricerca di vendetta dopo che quest’ultimo ha brutalmente ucciso la sua ragazza Moya. Nel tentativo di vendicarsi, Colin viene ucciso proprio da Marcus, che però uccidendo Colin ne “sblocca” l’immortalità (nell’universo di Highlander gli Immortali non nascono tali, ma diventano impossibilitati a morire solo dopo una morte violenta).

Scoperta la sua immortalità – e realizzando che Marcus stesso è un Immortale – Colin passa i successivi 2000 anni a tentare di vendicare la sua amata, affrontando Marcus nelle epoche più disparate, dall’Impero britannico, alla Germania nazista, venendo però puntualmente sconfitto. A leggere la trama già è facile capire perché questo è il più originale e “diverso” dei sequel del primo Highlander: Vendetta immortale è infatti il primo film del franchise a mettere l’Adunanza da parte, ossia il rito secondo cui tutti gli Immortali sono chiamati a scontrarsi a vicenda finché non ne resterà soltanto uno, vero e unico leitmotiv di ogni singolo film precedente, inclusa la serie TV. Vendetta immortale è infatti una storia, guarda un po’, di vendetta, tema sempre caro al cinema asiatico, e mai davvero interpretata nell’ottica dell’immortalità del franchise.

Vendetta immortale è la prova delle infinite potenzialità del franchise

Se in tutti gli altri film di Highlander il peso e il dramma dell’immortalità erano legati al veder invecchiare e poi morire le persone care mentre i protagonisti restavano giovani e immutati, Vendetta immortale parla invece di come persino una vita lunga un eternità non possa davvero definirsi vita finché la si passa in cerca di vendetta. Nel film Colin vive più di 2000 anni, proprio come la sua nemesi Marcus, ma se quest’ultimo guarda sempre avanti, rinnovando la sua vita anche dopo aver visto il suo Impero decadere, Colin al contrario rimane fermo con la testa tanto quanto il corpo, fermo a 2000 anni prima. Una chiave di lettura ben più drammatica del fantasy dei film precedenti. Ridendo e scherzando si potrebbe persino definire una metafora del franchise stesso di Highlander: una serie di film talmente ossessionati dal ripetere la magia del primo da non essere mai riusciti a guardare oltre.

Tutto questo rende il film inevitabilmente più malinconico e decadente, ben distante (tolti i primi rockettari 5 minuti) dalle atmosfere metal che avevano fatto la fortuna del primo Highlander, che era un po’ il tentativo di Highlander 3, che fece però l’errore di seguire la continuity e i personaggi del primo film, restando sempre in bilico tra il distaccarsi dal primo film e il ricalcarlo così alla lettera da risultarne un auto-remake, un po’ come andare finalmente a vivere da soli ma portandosi comunque i genitori appresso.

Al contrario, Vendetta immortale ha una sua continuity, una sua personalità e una sua storia da raccontare, senza quasi essere debitore di nulla ai suoi predecessori: i collegamenti con i vecchi Highlander sono infatti inesistenti, se non per il nome “MacLeod”, clan che accomuna tutti i protagonisti (Connor, Duncan, Colin, e Quentin), una piccola semplice scelta che da sola legittima il distacco completo dallo spirito del film originale, rendendo la sua indipendenza un vantaggio invece che un handicap, e viene premiato nel coraggio delle sue intenzioni con un film riuscito, originale, dalla spiccata personalità (mai scontata quando si è parte di un franchise pre-settato), visionario, e che meriterebbe più fama, cosa che se si fosse trattato di un live action avrebbe sicuramente ricevuto.

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