IT, il miracoloso adattamento “pop” di Andy Muschiettil

Pennywise il clown – losco figuro che si presenta ai bambini, li seduce, li spaventa e poi li uccide – è solo una delle tante incarnazioni dell’entità aliena mutaforma nota come “It”. It vive nei meandri della cittadina immaginaria di Derry, nel Maine, e ne incarna tutta la malvagità.

A combatterlo ci pensano sette ragazzini, i cosiddetti “perdenti”, uniti da un forte legame di amicizia e determinati ad estirpare il male dalla città dove sono nati e cresciuti. La loro unione è talmente forte da far venire meno la paura, che è ciò di cui It si nutre. Il loro coraggio è quasi letale per il mostro, che dopo una stremante battaglia decide di ritirarsi per tornare a colpire solo quando i sette saranno adulti e avranno dimenticato, rendendosi quindi vulnerabili.

Nel 1990 l’avevamo conosciuto con l’interpretazione gigantesca di Tim Curry in una miniserie televisiva che era riuscita a portare a casa due traguardi importantissimi: 1) spaventare a morte chiunque vi si imbattesse in tenera età e 2) deludere chiunque avesse letto il romanzo chilometrico (1200 paginelle) scritto da uno Stephen King costantemente sotto l’effetto della cocaina.

Ma It si sveglia dal suo letargo ogni 27 anni, ed eccolo quindi di ritorno nel 2017, pronto ad incontrare per la prima volta il buio della sala cinematografica.

È passato poco tempo e sappiamo tutti com’è andata: It è stato il maggior successo commerciale mai riscosso da un horror in tutta la storia. La critica lo ha accolto piuttosto bene, il pubblico anche, i fan del romanzo ovviamente hanno di nuovo battuto i piedi a terra e gridato “GNO!”.

Mi capita ancora di discutere a causa di questo film, perché c’è un’ala cinefila che per me – e lo dico a costo di sembrare arrogante – lo demolisce senza davvero avere voglia di inquadrarlo, un po’ come dicevo della miniserie televisiva (che va inquadrata per quello che è: una produzione televisiva dell’epoca), con la differenza che in questo caso il bersaglio è un film di qualità.

It è un film diretto, fotografato e recitato egregiamente. È l’aristocrazia del filone horror di cui fa parte – quello mainstream moderno, rivolto tanto a noi fighetti quanto alla casalinga di Treviso – e riesce nei limiti del possibile ad inserire momenti più aggressivi di quanto ci si aspetterebbe dallo stesso studio – la New Line – che ci propina da anni horror anemici, inoffensivi e vuoti come quelli del Conjuringverse.

In definitiva è così che va inquadrato: come un horror per le masse. Come tale presenta momenti horror per nulla timidi, che menano molto più forte dei prodotti medi che stanno plasmando l’immaginario orrorifico contemporaneo. Le scene “di paura” sono ben concepite, girate sempre con gusto e senza cadere nella trappola dell’inerzia, questo nonostante i trucchetti per spaventare restino esattamente quelli di un prodotto per masse (i tanto vituperati jumpscare), solo che maneggiati meglio.

Il team creativo giusto nel momento giusto

Il progetto avviato da Cary Fukunaga – che lasciò dopo il classico caso di “divergenze creative” con gli Studios – passò nelle mani del regista argentino Andy Muschietti, che con coraggio si mise alla guida di un carrozzone che partiva con delle premesse non proprio esaltanti, dal budget drasticamente ridotto all’esplicita richiesta di alleggerire i toni rispetto alla sceneggiatura di Fukunaga che tanto era piaciuta a Stephen King.

Comunque Muschietti, sveglio abbastanza da capire di avere in mano l’opportunità di una vita, decise di concentrarsi e fare le cose al meglio. La prima cosa da non sbagliare quando si ha a che fare con un prodotto che prevede che i protagonisti siano dei ragazzini, è il casting dei ragazzini. I sette perdenti sono scelti perfettamente e sanno davvero recitare, chi più chi meno. Chi più? Jaeden Martell (Bill Denbrough), Sophia Lillis (Beverly Marsh). Chi meno? Dai, non voglio offendere nessuno.

Le interazioni tra i protagonisti sono centratissime e molto curate: il giovane cast è diretto con evidente attenzione, l’alchimia tra tutti viene incoraggiata e soprattutto non ci si scorda di come i ragazzini di quell’età tendano davvero a parlarsi tra loro. Non c’è lo sguardo bonario e magari inconsciamente paternalistico di chi non si ricorda più com’era essere piccoli, ma il cuore di un regista “vivo”, bambinone ma nel senso buono del termine.

La sceneggiatura – decorosa, ma non l’aspetto più forte del film – ha in mente i riferimenti giusti in questo senso, da I Goonies a (soprattutto) Scuola di mostri, film da cui eredita lo spirito goliardico ed il senso dell’avventura.

L’altra cosa da non cannare, chiaramente, era Pennywise.

Sia nel design che nella scelta dell’attore Muschietti e soci hanno fatto centro: Bill Skarsgard è fenomenale (non per fare l’hipster, ma ovviamente per accorgervene dovreste vederlo non doppiato), si diverte e si sporca tanto le mani, tirando fuori dal cilindro un Pennywise famelico, animalesco, che si distingue con coraggio e decisione da quello di Tim Curry, non riuscendo a superarlo solamente per un mero fatto di concept: mostrandosi da subito mostruoso, minaccioso, il Pennywise di Skarsgard finisce per fare l’effetto di un mostro “comune” (per quanto ben concepito), mentre quello di Curry – nel look un clown “normale” – era più plausibile come adescatore di bambini ingenui, e in definitiva più inquietante.

Purtroppo poi c’è un altro problema: il sovrautilizzo della CGI. Sarebbe stato sicuramente ingenuo illudersi che il mostro potesse essere realizzato senza impiegarne almeno un minimo (si tratta comunque di una creatura aliena mutaforma), ma in momenti decisivi come – chessò – la famosa scena in cui Pennywise azzanna un braccio a Georgie, vedere una goffa animazione 3-D fatta al computer smorza di parecchio l’effetto “traumatizzante” che quel segmento vorrebbe avere.

Adattare il romanzo di King al cinema

Adattare il romanzo di King al cinema? Si può fare, a patto che noi spettatori si stia al gioco. Prima regola: non può essere il film che ci siamo fatti in testa noi leggendolo. Fin qui ci siamo? Spero di sì. Seconda regola: vale la pena di lamentarsi solamente quando un aspetto del libro, più che tralasciato, viene ripreso e fatto male. È il caso, per dire, del “ragazzino dello skateboard” nel secondo film: una delle metafore più potenti del libro ridotta ad un macchinoso espediente narrativo. Tanto valeva non metterlo.

In questo primo film il tradimento più incomprensibile verso le pagine di King è stata a mio avviso la riscrittura dei personaggi di Ben Hanscom e Mike Hanlon: quest’ultimo nel libro era il topo di biblioteca che conosceva i segreti di Derry e poteva aiutare gli altri del gruppo a venire a capo dei misteri dietro la figura di It, ed è per questo che quando diventano adulti è lui a richiamarli all’appello. Questa caratteristica viene però passata a Ben, che invece nel romanzo era l’architetto in erba.

In questo caso si tratta di un cambiamento che non paga soprattutto quando poi si guarda all’operazione nell’insieme con il secondo capitolo, quando ai profani sembrerà strano che il nerd di Derry sia diventato all’improvviso Mike.

Per il resto, beh, io penso che sia ingeneroso lamentarsi. Gridare all’affronto è un po’ ingenuo, soprattutto preso atto del peso delle 1200 pagine del romanzo contro le 120 del copione: quando si adatta un’opera così ricca e densa non si può avere tutto, ma bisogna capire su quale dei tanti elementi costruire il film. In questo caso, il fulcro è l’amicizia tra i sette e la loro battaglia contro il mostro.

Certo, si fanno accenni anche alla malvagità, al trauma, alla paura e alla crescita, ma il film ha i ritmi e le priorità di un’avventura per ragazzi annegata nell’horror, ed è come tale che riesce a brillare.

Eddie Da Silva

Cantante di un gruppo Garage Rock e, occasionalmente, un intellettuale.

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