Un ricordo della miniserie anni ’90 di IT

Impossibile per me parlare della miniserie televisiva anni ’90 di It senza 1) difenderla e 2) fare il nostalgico. Non voglio nemmeno provarci.

Quello che posso dire è che si tratta di uno di quei rari casi in cui un’opera è sia ampiamente sottovalutata che sopravvalutata: il lavoro di Tommy Lee Wallace viene infatti ritenuto aberrante dai puristi del romanzo originale di Stephen King, mentre per chi è cresciuto guardandolo è un capolavoro insuperabile. Così insuperabile, per dire, che nell’opinione di molti la versione cinematografica diretta da Andy Muschietti del 2017 non sarebbe altro che il “solito remake senza senso”.

Si tratta di due posizioni esagerate. Da una parte possiamo dire che chi ritiene questa versione meglio realizzata di quella del 2017 semplicemente si illude (non mi viene in mente modo più carino di dirlo), mentre chi la aborra… beh, sì, è questa miniserie è piuttosto modesta, ma va anche inquadrata un attimo nel suo contesto.

Prodotta dalla pudica ABC mentre la lasciva HBO mandava in onda I racconti della cripta, serie (di cui abbiamo parlato) che poteva approfittare dei benefici della TV via cavo per far vedere tutto il sangue che voleva, IT dovette arrangiarsi con le restrizioni ferree che lo volevano inoffensivo, mentre il romanzo originale di Stephen King era torbido, esplicito e disturbante.

Inizialmente la miniserie avrebbe dovuto raggiungere la durata totale di 8, forse anche 10 ore, e pronto a dirigerla c’era George A. Romero (!). Romero però era anche a lavoro sul remake de La notte dei morti viventi, progetto per lui più “urgente”, che doveva portare assolutamente a casa per non perdere i diritti di sfruttamento del suo vecchio film. Romero a malincuore lasciò il progetto, perché gli impegni erano inconciliabili. Il network decise poi di ridurre drasticamente la durata: da 8 a 4 ore.

Come regista venne infine assunto Tommy Lee Wallace, montatore di fiducia di John Carpenter che aveva già diretto l’interessante, strambo Halloween III ed il dimenticabile Ammazzavampiri 2; lo sceneggiatore era Lawrence D. Cohen, lo stesso del Carrie di Brian De Palma. E se il cast di adulti poteva contare su interpreti di tutto rispetto – tra cui spiccano il grande John Ritter ed il sottovalutato Harry Anderson – quello delle loro controparti infantili era più squilibrato, partendo dal talentuoso Jonathan Brandis (Bill Tartaglia), morto purtroppo suicida in giovane età, per passare poi all’assolutamente incapace Marlon Taylor (Mike Hanlon).

Nel ruolo di Pennywise il clown, invece, riuscirono ad ingaggiare l’uomo a cui si deve praticamente in toto lo stato di culto di questa miniserie: Tim Curry. Ecco cosa ha ancora di meglio questa miniserie rispetto alla versione cinematografica moderna: Pennywise.

Questo non perché il Pennywise di Bill Skarsgard non sia ottimo (lo è), ma perché l’interpretazione di Curry riesce meglio a trasmettere inquietudine. Nelle mani di Skarsgard emerge meglio la natura aliena ed “affamata” del mostro, ma la divertita crudeltà con cui Curry terrorizza i ragazzini è insuperabile. Quando uccide non si vedono arti mozzati o sangue come si dovrebbe, ma a compensare ci pensa il lavoro elegantissimo che fa Curry con il personaggio, riuscendo a risultare tanto spassoso quanto terribilmente sinistro.

L’altra star di questa miniserie è la bella colonna sonora di Richard Bellis (premiata giustamente con un Emmy), altro elemento capace di mettere una pezza su una regia fondamentalmente svogliata, probabilmente demotivata dalle tante restrizioni. Anche la direzione degli attori latita, con l’esempio più lampante di Harry Anderson (il Richie Tozier adulto) che si abbandona ad un overacting insopportabile (quando chi lo conosce sa che è molto meglio di così).

È chiaro che il fascino e l’amore che questo sbilenco prodotto riesce a generare debbano tutto al romanzo di Stephen King: il legame d’amicizia tra i sette, il discorso sulla paura, il male della città di Derry, il clown. E di quel romanzo – romantico, nostalgico ma anche morboso, violento, viscerale – è una versione molto, molto annacquata. Ma io il libro (tra i miei preferiti di ogni tempo, forse è utile saperlo) ho deciso di leggerlo solo dopo aver passato quasi un’intera estate a rivedere questa riduzione televisiva praticamente ogni giorno, ossessionato, innamorato della storia, dei personaggi, delle atmosfere.

Ho la fortuna di averla vista la prima volta a 8 anni, senza nemmeno il minimo accenno ad un’esperienza con il genere horror, e la ricorderò sempre come la prima cosa ad avermi fatto alzare nel bel mezzo della notte per andarmi ad infilare nel letto dei miei. Passare vicino ad un tombino, andare in bagno (IT poteva uscire dal lavandino, o dalla tazza del cesso), ma soprattutto pensare al ghigno di Tim Curry… tutte queste cose mi facevano gelare il sangue. Forse non con tutti, ma con molti questa vecchia, decrepita miniserie il suo lavoro ha saputo farlo.

Eddie Da Silva

Cantante di un gruppo Garage Rock e, occasionalmente, un intellettuale.

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