Capone, l’horror mascherato da biopic che non è piaciuto a nessuno

Non l’Al Capone dei tempi d’oro, niente «sei solo chiacchiere e distintivo», niente ascesa e poi caduta; solo la caduta. L’ultimo anno di vita del famigerato gangster statunitense, malato, decadente e disgustoso: a 15 anni contrae la sifilide, non si cura mai, e a 48 la sua lucidità è completamente compromessa dalla malattia, arrivata allo stadio in cui viene intaccato il sistema nervoso (neurosifilide). Allucinazioni, scatti d’ira improvvisi. Lui lotta con i suoi fantasmi in preda al delirio, ed i suoi affetti sono costretti a stargli intorno mentre marcisce.

Io non vi capisco. Cioè, Capone sarebbe un film “brutto”? Ma l’avete mai visto Captain Marvel? Aladdin di Guy Ritchie? Alice in Wonderland? Quello è il cinema “brutto”: non solo nelle sue evidenti cadute di stile (la ragazzina “saggia” nel primo caso, la sciatteria dell’insieme nel secondo e nel terzo), ma nel vuoto che ti lascia a fine visione. La sensazione di aver dato tempo e denaro a qualcosa che non ha nessun reale interesse a suscitare un’emozione che sia una, delle vaccate milionarie senza capo né coda a cui di avere uno straccio di personalità non frega niente. Un cinema “brutto” perché inutile.

Ecco, Capone non è un film così. Ho letto recensioni scritte da gente competente e posso capirle, ma hanno torto: questo qua non è un film brutto. È un film eccezionale, nel vero senso del termine, e l’eccezione in questo caso è rappresentata dall’approccio del regista Josh Trank – che dopo il clamoroso flop de I fantastici 4 sente di non avere letteralmente più niente da perdere – e di un Tom Hardy (nel ruolo di Al Capone) che non ha paura ad assecondarlo, buttandosi in una performance di un marcio ed uno sgradevole tali che vi sfido a trovare tra le varie “star” contemporanee qualcuno disposto a fare un lavoro simile.

Una prova che non ha mancato di generare un certo disappunto, scomodando l’abusata espressione overacting, che bisogna un attimo capire quand’è che avrebbe un’accezione negativa o meno.

Perché sì, le prove attoriali “gridate” possono risultare di facile presa su un pubblico meno attento alle sottigliezze, ma per me il problema c’è davvero solo quando l’attore vuole farti vedere che recita. Come un chitarrista coatto che ti ammorba per venti minuti perché sa un attimo fare i trucchetti, un attore che ostenta fino alla nausea le sue “capacità” – affidandosi a un’enfasi preconfezionata, lo stampo di mille attorucoli da due spicci – è insopportabile.

Se invece ti viene chiesto di interpretare un vecchio col cervello completamente distrutto dalla neurosifilide, da che ne consegue il non capire niente, il vomitare di continuo, il cacarsi e pisciarsi addosso… beh, non mi viene in mente altro modo di portarla a casa con il giusto dosaggio: Tom Hardy grugnisce, strilla, è ripugnante, e i momenti apparentemente più “sommessi” sono comunque carichi di intensità. È una prova molto più misurata di quanto non sembri, perché riesce a comunicare esattamente lo stato emotivo in cui si trova il personaggio, perennemente assalito da orride allucinazioni, e riesce a trasmettere questo spaesamento anche allo spettatore.

È con questo escamotage, peraltro, che Trank ci parla dell’Al Capone “glorioso”, quello dei tempi d’oro, quello amato da tutti: mostrandoci quanto molte delle nefandezze che ha perpetrato o a cui ha preso parte lo logorino, in un ultimo anno di vita vissuto come un lungo incubo. Ed è un’idea grandiosa, diciamolo chiaramente.

Non la classica epopea à la Scorsese (e che di solito i registi che non sono Scorsese non sanno fare), ma il cinico quanto profondamente coinvolto e dettagliato ritratto del decadimento emotivo, mentale e fisico, della morte, di un uomo che era arrivato così in alto e che a guardarlo adesso ti domandi perché mai dovrebbe continuare a vivere. È un horror sotto mentite spoglie, ambientato nella mente di uno zombie che si ostina a rimanere in piedi.

Da segnalare una delle trovate più grottesche, divertenti e centrate del film: dopo aver avuto un altro ictus, a Capone viene tassativamente proibito di fumare il sigaro, cosa che fino a quel momento aveva fatto praticamente in ogni scena. Per ovviare a questo “problema” gli fanno tenere in bocca una carota, ed eccolo qua: completamente andato, i personaggi che gli gravitano intorno lo fanno perché vogliono i suoi soldi, e lui se ne va in giro a delirare con una carota in bocca. È cartoonesco, e stride (volutamente) con il tono “grave” del film.

Detto questo, non sempre il film tiene botta né arriva con l’efficacia che vorrebbe (mi viene in mente la scena in cui Capone se la fa letteralmente sotto durante una conversazione con l’FBI). Insomma, non è un capolavoro (e a guardarlo non sembra che abbia questa pretesa), siamo d’accordo, ed è proprio questo il punto: le opinioni in quel di Internet ormai sono schiave dell’assolutismo, le sfumature sono un ostacolo per l’immediatezza della comunicazione, e quindi vai di “capolavoro” o “merda”. In mezzo non c’è niente. Non può esistere un film non del tutto eccellente ma comunque interessante?

Qua troviamo un paio di sequenze veramente splendide (il delirio onirico in cui compare Louis Armstrong, la scena in cui Al trova un vecchio mitra d’oro…) e delle interpretazioni – oltre a quella di Hardy – mediamente convincenti: se l’ispettore interpretato da Jack Lowden è sicuramente l’anello debole e non l’unica interpretazione sottotono del film, fa sempre piacere veder recitare giganti come Matt Dillon e Kyle MacLachlan. Menzione d’onore per Linda Cardellini, un’ottima attrice a cui viene dato meno risalto di quanto meriterebbe (ultimo ruolo da protagonista assoluta: La Llorona, un film – quello sì – orrendo).

Capone è un film estremamente interessante. È coraggioso, cattivo, originale. Oserei dire memorabile, che è già molto più di quanto molta roba insulsa che ci troviamo costretti a vedere incensata riesca ad essere. Già solo per come elude brillantemente le formule stantie dei biopic merita un certo rispetto.

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