La mummia con Brendan Fraser non invecchia

1992: esce il Dracula di Francis Ford Coppola. 1994: escono il Frankenstein di Kenneth Branagh e Wolf (adattamento moderno de L’uomo lupo). 1996: esce Mary Reilly (spin off di Jekyll e Hyde, ma ci torneremo un’altra volta)… insomma, praticamente negli anni ’90 (quasi) tutti i mostri classici hanno avuto un adattamento moderno, sebbene non fossero tutti prodotti dalla Universal, storica proprietaria dei loro diritti, e ognuno con un approccio nuovo e inedito per dei personaggi che con gli anni si erano allontanati dalle origini horror per avvicinarsi sempre più al fantasy, soprattutto a causa delle varie evoluzioni che aveva avuto il genere.

Delle interpretazioni moderne, praticamente solo L’uomo senza ombra riadatterà un classico (L’uomo invisibile) con le evoluzioni che l’horror aveva incontrato. Per La mummia il discorso era un po’ più complicato.

Al contrario di Dracula, Frankenstein, e Jekyll e Hyde, La mummia non disponeva dell’immensa eredità del romanzo gotico e del suo immaginario, ma “solo” di un film figlio delle suggestioni dei suoi tempi, dove con il ritrovamento della tomba di Tutankhamon nel 1922 la fantasia di Hollywood si scatenò creando l’archetipo della mummia che tutti conosciamo. La Universal dunque optò per un remake a basso budget, seguendo la strada dell’horror puro, contattando per la regia nomi come Wes Craven, Joe Dante e persino George Romero, specialisti nell’ ottimizzare al massimo horror di qualità pur senza disporre di grandi mezzi economici.

Ma la Universal floppò con Babe va in città, e aveva bisogno di un blockbuster per recuperare un po’ di soldi. Alla fine si scelse Stephen Sommers, che da fan dei mostri classici (non a caso ha firmato anche Van Helsing qualche anno dopo) si propose con entusiasmo alla Universal con l’idea di un film più leggero e adatto alle famiglie. La mummia si trasformò quindi da film a basso budget a film più pompato dell’anno della Universal.

Rifare un classico dell’horror e del cinema in generale in chiave family friendly sulla carta sembrava un suicidio, e invece Sommers sapeva benissimo quel che faceva, ed anche a chi affidarsi per far recepire il messaggio a tutti: Brendan Fraser.

Il faccione di Brendan Fraser è uno di quelli a cui è impossibile non volere bene, soprattutto se hai capolavori come Looney Tunes Back in Action sul curriculum (ironia? Assolutamente no). Motivo per cui è una sofferenza constatare quanto poco abbia lavorato negli ultimi 10/15 anni (complice pure una certa decadenza fisica), soprattutto considerando quanto abbia dimostrato di sapersela cavare anche in ruoli drammatici, come su Scuola d’onore (dove tra l’altro appaiono degli ancora sconosciuti Ben Affleck, Matt Damon, e Chris O’Donnell), a dispetto della sua fama di attore per film più leggeri. La mummia è praticamente un one man show di Fraser, che dà a un personaggio potenzialmente piatto (il classico eroe salva-damigelle di un avventura dove il vero protagonista è il cattivo) una carisma e una comica invidiabile, con un evidente ed inevitabile debito verso Indiana Jones, portandosi in spalla l’intero film.

Indy non solo aveva sdoganato una volta per tutte (con piccoli indizi lasciati da Sean Connery con James Bond) il concetto dell’eroe che non si prende troppo sul serio, che falliva in modo anche abbastanza comico, che prendeva più botte di quante ne dava, e che se la cavava quasi sempre con proverbiali botte di culo piuttosto che con effettivi atti di eroismo, ma aveva per primo consegnato al cinema l’opposto del classico eroe senza macchia e senza paura, risultandone una parodia nonostante a un primo sguardo ne potesse essere lo stereotipo: un eroe a cui di fare l’eroe fregava zero. Ricordate Indy che spara al tizio che fa i giochetti con la spada?

Insomma, un tipo di personaggio che non si può interpretare senza un naturale talento comico e una auto-ironia (chi l’avrebbe mai detto che il MCU prima di Ragnarok stesse castrando la vera verve di Chris Hemsworth?), e che spesso salva cliché viventi dal potenziale anonimato.

Che è un po’ il caso di Brendan Fraser/ Rick O’Connell, che butta ironia ogni volta che il film rischia di arenarsi nell’eccessiva seriosità, rendendo persino l’atto finale (da sempre nei blockbuster il più noioso) uno spettacolo a parte, più simile a un omaggio a L’armata delle tenebre che a un noioso e telefonatissimo trionfo finale dell’eroe. Tra l’altro in lizza per il ruolo ci fu anche Brad Pitt, uno che sul percularsi di continuo c’ha costruito una carriera con una classe che nessuno è mai riuscito ad eguagliare.

Il già citato Indiana Jones era la reincarnazione dei tipici eroi delle riviste pulp degli anni ’30 (Pulp Fiction ha creato la falsa credenza che si trattasse solo di storie di gangster, quando in realtà coprivano i generi più vari) contemporanee agli anni del primo film de La mummia, motivo per cui aveva un po’ messo il copyright sui film avventurosi anni ’20/’30. Dunque l’associazione Indy-Mummia oltre che scontata appariva assolutamente necessaria, e proprio l’ambientare La mummia negli anni ’20, ossia in prossimità dell’epoca del film originale, è la seconda intuizione vincente di Sommers: un modo semplice ma comunque efficace da replicare a modo suo il fascino storico e retrò dei “cugini” Dracula e Frankenstein, da sempre avvantaggiati sul piano visivo e scenografico.

21 anni dopo regge ancora benissimo

La mummia è apparentemente un semplice blockbuster molti tanti: tanta comicità, auto-ironia, struttura abbastanza semplice, effetti speciali a go go, per tutta la famiglia, tripletta “uccidi il mostro/salva la ragazza/salva il mondo”, e happy ending… tutto semplice, no? E allora perché è un film ancora cosi iconico dopo 21 anni? Perché in realtà non è un semplice blockbuster come tanti.

I blockbuster tipici, con gli schemi accennati poco fa, tendono quasi sempre a prendersi più sul serio del dovuto, spezzando il tutto con qualche momento comico abbastanza spicciolo sparso qua e là giusto per non far sbadigliare gli spettatori, ma che in fin dei conti restano comunque tremendamente noiosi nel loro pensare a divertire senza prima divertirsi loro stessi.

La mummia riesce ad essere pieno di auto-ironia senza doversi cospargere di ridicolo, un film che gira talmente ad orologeria che lascia persino poco da commentare: diverte quando deve divertire, azzecca gli elementi horror (gli scarabei-tritatutto mettevano un angoscia equiparabile solo alla morte di Murphy su RoboCop e alle cimice nella pancia di Neo su Matrix) , e centra i personaggi grazie a una scrittura apparentemente semplice ma piena di finezze che rendono eleganti persino dei “tappabuchi” di sceneggiatura, come il personaggio di Winston, l’anziano aviatore che aiuta Fraser & co. con un aereo nello scontro finale con la mummia, e che prima di quel momento era apparso nel film per… 30 secondi scarsi.

È un deus ex machina, una scorciatoia di sceneggiatura, un personaggio buttato lì semplicemente per rendere più spettacolare lo scontro o per far spostare più velocemente Fraser… ma è anche un personaggio che che in tutte le sue (poche) scene ironizza su quanto non veda l’ora di guardare in faccia la morte e, se possibile, passare finalmente all’altro mondo, mettendo sul piatto delle comiche tendenze suicide che rendono sensato e quasi per nulla forzato il fatto che… muoia dopo 5 minuti di screen time, ossia appena portato a termine il suo compito di personaggio-tappabuchi.

Un personaggio-tappabuchi che vuole solo morire, che tappa il buco, e che alla fine muore, perché lui stesso voleva solo quello dopo essersi reso utile, quasi fosse meta-cinematografico. Solo un aspirante suicida poteva, con zero scrittura dietro, risultare credibile sia come personaggio usa e getta che come personaggio decisivo senza farla passare per una superficialità di scrittura. Se non è il modo più paraculo (nel senso buono) e originale di liquidare una debolezza di sceneggiatura con ironia, intelligenza, senza fare grossi sforzi, e ribaltarla in virtù, allora non so davvero cosa sia.

Assurdo come, nonostante ci fosse lo stesso identico team dietro, non abbia saputo replicare quasi nulla nel sequel, se non la chimica tra i tre protagonisti. Forse è un po’ per quello che molti hanno timore a rivederlo a distanza di anni, con la paura che il vederlo con occhi adulti, e non più quelli dell’infanzia, possa rovinarne il ricordo. Soprattutto quello riguardo la CGI, che a 21 anni di distanza, contro ogni pronostico, regge ancora ottimamente, al contrario del sequel che con più soldi e 2 anni in più di progressi riuscì nell’impresa non solo di essere peggiore, ma di avere una CGI persino peggiore di tanti giochi per PS2 contemporanei.

La verità è che La mummia 21 anni dopo regge benissimo la prova del tempo, e non perde minimamente la sua freschezza e la sua spontaneità. Fa anzi riflettere su quanto in questi 21 anni certi schemi collaudati, soluzioni pre-confezionate, e studios onnipresenti nel processo creativo, abbiano azzoppato completamente ogni spunto personale o originale dai blockbuster, film si sempre concepiti per la massa, ma che necessitano pur sempre di una certa visione dietro, e non (solo) di una strategia commerciale. Ma soprattutto, fatti con la consapevolezza di dare al pubblico il meglio che si potesse, e non quello che il pubblico già sapeva di volere.

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