I mostri classici Universal: La mummia (1932)

1932. Un anno dopo il clamoroso successo di Frankenstein, Boris Karloff si ritrova a interpretare il ruolo di un altro mostro destinato a diventare iconico. Ha già 45 anni ed oltre 80 titoli all’attivo, ma il suo momento da “divo” arriva in quegli anni, in cui viene consacrato come icona immortale del cinema horror.

Karloff The Uncanny

La Universal capisce che a seguito di una hit come Frankenstein è il caso di trovare subito altro materiale per cavalcare l’onda della “Karloff mania”. Il pubblico infatti adora Karloff, che nei poster dei film viene talvolta presentato addirittura con il soprannome pittoresco di “Karloff The Uncanny”.

La sceneggiatrice e giornalista Nina Wilcox Putnam si presenta con il copione di una nuova versione della storia di Cagliostro – esoterista italiano vissuto nel ‘700 – pensata specificamente per il divo inglese. La figura di Cagliostro attrae il cinema a più riprese, e nel 1929 ha già avuto una versione muta diretta da Richard Oswald. La storia di una bizzarra figura che dice di aver vissuto per diversi secoli viene poi riscritta dal John L. Balderston di Dracula, appassionato di storia ed in particolare dell’Antico Egitto, e trova il protagonista ideale per una storia su qualcuno che ha vissuto realmente per diversi secoli: una mummia.

Tutankhamon come Elvis

La mummia, esordio alla regia del leggendario direttore della fotografia Karl Freund (Metropolis), esce in un periodo in cui l’Antico Egitto è roba estremamente hip: solo dieci anni prima, nel ’22, viene infatti trovata la tomba del faraone Tutankhamon, destando un clamore non indifferente. Gli effetti sulla cultura pop si vedono subito: per dire, se molti cinema americani – come il Vista Theatre di Los Angeles – vantano decorazioni d’interni a tema Antico Egitto mantenute ancora oggi, è per l’entusiasmo suscitato all’epoca da quella scoperta.

Come se non bastasse, arriva anche una leggenda popolare a tinte horror: a quanto pare chiunque abbia partecipato alla scoperta della tomba andrà incontro alla morte. I giornali ci marciano sopra, e basta la morte di un parente lontano di qualcuno coinvolto negli scavi a fare notizia, a riprova della veridicità della leggenda.

Insomma, l’Antico Egitto e le sue maledizioni mortali possono aiutare a strappare biglietti, e lo fanno: La mummia è un altro horror di successo per la Universal, ed il secondo consecutivo per Boris Karloff.

Un altro mostro a cui volere bene

Imhotep, la mummia con il triste sguardo di Karloff, è il secondo personaggio di fila interpretato dall’attore britannico a guadagnarsi l’affetto del pubblico, che nel caso di Frankenstein si era trovato ad empatizzare con un “mostro” che non aveva chiesto di essere creato ed andava incontro ad un destino ingiusto, mentre qui con uno sventurato sacerdote egizio il cui amore per la principessa Ancks-es-en-Amon gli costò la vita, ma che alla fine era “resistito più a lungo dei templi degli Dei”.

Un concept – quello del mostro dalla back story dannata – che ha spesso conquistato il pubblico, facendo ritorno anche in horror più moderni con boogeymen più truci come Candyman.

Comunque, a dispetto della sua immagine “canonica” che la vorrebbe fasciata ben bene, la mummia di Karloff rimane con le bende per una porzione esigua del minutaggio, nonostante il lavoro minuzioso dello storico truccatore Jack Pierce: dopo la prima sequenza – la più inquietante, con il risveglio di Imhotep dal sonno eterno – la troviamo infatti sotto mentite spoglie. Si fa chiamare Ardeth Bay, e nasconde col trucco il fatto di essere una mummia (anche qua, make-up di Pierce davvero splendido). Imothep è intento a riportare in vita la sua amata, finendo col mettersi in contatto con la sua reincarnazione: l’inglese Helen Grosvernor, interpretata dall’attrice austriaca Zita Johann.

L’antidiva mistica

Zita Johann era un’attrice di teatro, dichiaratamente avversa ad Hollywood (“ho più rispetto per le puttane della 42esima strada che per molti attori del Cinema”) e dal rinomato caratteraccio. Personaggio singolare, attuava un metodo da lei battezzato “Teatro dello spirito”, influenzato dal misticismo: credeva nella reincarnazione, nelle esperienze pre-morte e quelle cose lì. Era un tipo sui generis, insomma, ma portò a casa una grande interpretazione nonostante la situazione le fosse avversa, proprio facendosi forza con le sue credenze.

Karl Freund infatti non aveva un carattere più mansueto del suo, e i due si scontrarono spesso: Freund la fece rimanere in piedi per l’intera durata di una giornata di riprese, il tutto con la scusa di non far sgualcire un vestito di scena che indossava, le fece recitare una scena (poi tagliata, assieme ad altre sequenze che vedevano il personaggio di Ancks-es-en-Amon reincarnarsi in varie epoche storiche) in cui doveva camminare tra due leoni senza alcuna preparazione di sorta né particolare precauzione, e soprattutto le chiese di spogliarsi – così, per metterla alla prova –, richiesta che lei capì essere un tranello per farla dare in escandescenze e potersi poi lamentare di avere a che fare con una “star capricciosa” e alla quale dunque rispose “certo, lo faccio”, giusto per spiazzarlo.

Freund, un direttore della fotografia genio ed innovatore (come dicevamo due puntate fa, si può dire che inventò il concetto di movimento di macchina), non era invece un regista particolarmente coinvolto, cosa che andava a cozzare con l’approccio “sacro” di Zita Johann alla recitazione. Lo scarto è palpabile, il ritmo è quello che è e molte scene paiono essere portate a casa pigramente.

Eppure l’insieme appare già più solido del Dracula di Tod Browning, dal quale lo sceneggiatore Balderston si ricicla palesemente la struttura. Un film, quello di Browning, che in un certo modo era stato “diretto” da Freund, lì direttore della fotografia che si trovò ad improvvisare per dare una mano allo spaesatissimo regista, poco a suo agio con il passaggio al sonoro. Qua, trovandosi fin dall’inizio a capo del carrozzone, fa un lavoro pulito e professionale, ma in definitiva non sorprende granché: le vere star del film sono Boris Karloff (ovviamente), il trucco di Jack Pierce e le splendide scenografie di Willy Pogany. Tanto basta a conferirgli il suo fascino, che resiste ancora oggi.

Certo, per quanto romantico, per certi versi toccante, Imhotep non è il mostro di Frankenstein, che poté godere del lusso di un Karloff ancora più monumentale, e di un regista geniale come James Whale.

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