Dick Tracy: quando il cinema diventa fumetto e non il contrario

La storia è risaputa: per svariati decenni Hollywood non aveva la più pallida idea di come fare un film tratto da un fumetto, complice anche il fatto che i produttori cinematografici fossero tutti figli di una generazione che ancora concepiva i fumetti come letture per ragazzini, nonostante il medium fumetto fosse già in costante evoluzione da parecchio.

Poi nel 1978 arrivò Richard Donner, che sul set di Superman appese ovunque enormi scritte che recitavano “Questa è una storia vera” per far capire anche alla troupe che i tempi dei POW! E dei BANG! del Batman di Adam West erano finiti, e che ora proprio un cinefumetto sarebbe stato il film più serio e colossale della storia, mantenendo però orgogliosamente la sua origine fumettosa: fu inaugurata quella che Donner amava chiamare verosimiglianza, il perfetto ibrido tra realistico e fantasy di cui Superman fu capostipite, e a cui tutti i cinefumetti – ma non solo – saranno debitori fino ad oggi. Anche se non tutti recepirono il messaggio, come il Flash Gordon del 1980, molto più vicino ad Adam West che a Donner, che continuò nell’errore di scambiare “fumettoso” con “per bambini”. Non a caso Flash Gordon e il Batman del ’66 condividevano Lorenzo Semple Jr. alla scrittura.

Nonostante la verosimiglianza di Donner fosse legge nel campo dei cinefumetti, più di un regista ha tentato di applicare (e non “adattare”) il linguaggio dei fumetti al cinema, qualcosa di cui le celebri onomatopee nel Batman degli anni ’60 furono involontariamente precorritrici: qualcuno provò riproducendo immagini del fumetto alla lettera, come Robert Rodriguez con Sin City, o Ang Lee su Hulk, che propose lo schema delle vignette a suon di split screen (scelta che a molti non piace, ma che io difenderò sempre), ma anche Zack Snyder, che usa i rallenty come scusa per congelare le immagini come fossero vignette, fino ad arrivare a Scott Pilgrim, quello che più di tutti su pellicola darà la priorità al lato più surreale dei fumetti a discapito della verosimiglianza. Ma il primo a pensarci fu qualcuno che coi fumetti apparentemente non c’entrava nulla: Warren Beatty.

L’unico cinefumetto ad avere un premio Oscar alla regia

Nonostante il primo film di Superman potesse vantare ben 10 nomi vincitori di premi Oscar coinvolti (inclusi pesi massimi come Gene Hackman e Marlon Brando) non si era ancora abituati ai big coinvolti in produzioni simili, figuriamoci Beatty, che giusto qualche anno prima aveva vinto l’Oscar per miglior regista per un film tutt’altro che accostabile a un cinefumetto come Reds. Ma il progetto si chiama Dick Tracy, un fumetto che parla di detective e gangster, dunque sulla carta più convertibile ad un certo realismo di eroi in calzamaglia aderente, tanto che i nomi coinvolti nel progetto negli anni precedenti erano stati persino Clint Eastwood, Martin Scorsese e Walter Hill, non esattamente i primi nomi che verrebbero in mente per un cinefumetto.

Ma Beatty è come Donner, non gli importa minimamente se un film tratto da un fumetto qualcuno possa percepirlo come di serie B o per adulti poco cresciuti, soprattutto considerando che lui di Dick Tracy era dichiaratamente un fan (quando gli fu offerta la regia lui affermò “Accetto solo se posso interpretare io Tracy”), dunque sposa con entusiasmo il progetto e fa qualcosa di persino più coraggioso di Donner: non cercare nessuna verosimiglianza, e fare un film che prenda il lato più surreale e cartoonesco dei fumetti senza farsene beffe, ma anzi andandone orgoglioso, nonostante lo stampo poliziesco del fumetto sulla carta gli consentisse di fare un gangster movie senza grandi rimandi fumettistici per ingraziarsi la critica specializzata.

Quindi se i villain di Dick Tracy nei fumetti erano famosi per i loro volti sfregiati e deformi al limite della caricatura, il film non avrebbe dovuto essere da meno, forzando ogni attore del film ad essere sottoposto a ore interminabili di trucco pur di avere i disegni di Chester Gould letteralmente sullo schermo a discapito di ogni noioso realismo.

Qualcuno potrebbe dire “ma chi glielo fece fare ad Al Pacino, Dustin Hoffman, James Caan e persino Madonna – che all’epoca era “solo” la cantante più popolare di tutto il pianeta (tutta gente presente nel cast, il che lo rese molto più all-star di quanto fossero stati i film di Batman e Superman) – a truccarsi da cartone animato?” Probabilmente fu proprio il nome di Warren Beatty a convincere tutti della validità del progetto, anche perché a dirigere, oltre che a interpretare Tracy, c’era sempre lui, che pochi anni prima aveva vinto l’Oscar alla regia per Reds, non proprio uno che si scomoda per fare “solo” un cartone animato.

O più probabilmente siamo noi a prendere tutto un po’ troppo sul serio e ad escludere che un attore di una certa caratura possa accettare di interpretare un fumettone con punte da cartone animato (e sottolineo “fumettone”, non “film tratto da fumetti”) e persino andarne orgoglioso: Jack Nicholson, uno che poteva rifiutare tutti i ruoli che voleva, descrisse il ruolo del Joker interpretato l’anno prima come “un onore”. E parliamo del Joker cartoonesco, quello vero, non di quello intriso di filosofia spicciola a cui ci hanno abituato negli ultimi anni.

Non una paracula graphic novel poliziesca, ma un orgogliosisimo fumetto

Nell’estetica e nello stile Dick Tracy è probabilmente il cinefumetto più curato ed elaborato di sempre, complice anche l’assenza di “aiutini” come la CGI, completamente frutto di sudore e tanta creatività. Il direttore della fotografia infatti, l’italianissimo Vittorio Storaro (3 Oscar in saccoccia, mica noccioline), per rendere ancora più fumettoso il tutto decise di usare solamente colori primari (rosso, giallo, verde, blu) volutamente saturi e senza sfumature, come se ci si trovasse letteralmente dentro un cartone animato, con le scenografie che seguirono lo stesso schema volutamente pacchiano.

Ma la vera particolarità dell’esperimento che fu Dick Tracy è data soprattutto dal suo linguaggio più vicino a quello dei fumetti che a quello del cinema, con dinamiche e soluzioni con tali punte di surrealismo che la sospensione dell’incredulità va decisamente oltre, e che anzi non andrebbe neanche chiamata tale visto che non ci troviamo in un film, ma in un fumetto fatto di carne ed ossa. Diciamo che questa gif qui sotto, con Tracy che stende 7 cattivoni con un solo pugno, non è altro che una versione live action di una potenziale splash page da fumetto, e dice tutto:

Tutti motivi per cui Dick Tracy è tutt’oggi il più grande ponte tra cinema e fumetto che sia mai stato costruito insieme al primo Superman. Anzi, per alcuni aspetti persino di più. Per molti punti di vista i sui veri eredi si potrebbero considerare Sin City e Scott Pilgrim: se il primo con Dick Tracy condivide l’estetica caricaturale, nei contenuti si assesta però su un realismo grottesco, più vicino al linguaggio cinematografico piuttosto che su quello fumettistico, mentre il secondo è l’ultimo cinefumetto a portare su pellicola il linguaggio della nona arte con tutta la sua conseguente dose di surrealismo. Mischiate i due approcci e otterrete Dick Tracy, ma essendo i due film – appunto – un mix piuttosto che veri eredi, il film di Beatty resta tutt’oggi un film unico e inimitabile nel suo genere.

Beatty negli ultimi anni ha fatto parlare di sé per la gaffe sull’annuncio al miglior film agli Oscar del 2017 (in cui in realtà non ebbe nessuna colpa, ma ormai i meme, che manco facevano ridere, erano partiti), dove il sempre sobrio e mai patetico popolo di cinefili di internet gli diede del rincoglionito, del senile, del malato di Alzahimer, e tutte quelle cose carine che sui social si dicono a chiunque abbia superato i 40 anni, dimenticandosi che il rincoglionito in questione è una Leggenda con la L maiuscola, uno di quei nomi che ricorderemo sicuramente molto più di quelli degli irrilevanti autori dei suoi meme.

Dick Tracy fu apprezzato sia dalla critica che da chi ci aveva lavorato (Al Pacino la definì una delle esperienze dove si era divertito di più), e si comportò bene al botteghino incassando più del triplo del suo budget, complice anche una campagna marketing così massiccia che molti paragonarono a quella mastodontica di Batman nel 1989, eppure con gli anni sembra che molti se ne siano ingiustamente dimenticati, soprattutto nelle varie retrospettive dei vari film tratti da fumetti.

Resta comunque un film talmente riuscito, particolare e unico nel suo genere da essersi costruito un certo status di cult, abbastanza da fare venire voglia a Warren Beatty di annunciare saltuariamente da 30 anni (l’ultima volta nel 2016) di voler fare un sequel, nonostante abbia superato gli 80 anni. Qualche fenomeno di turno potrebbe stupidamente definirlo il progetto di un pensionato, di un senile, di un vecchio che deve farsi da parte, ok boomer, e tanti simpatici aggettivi sparati da gente che non ha la minima idea di cosa sia il cinema. lo invece lo definirei un progetto che ad Hollywood oggi darebbe lezioni a molti, e che gente oggi più rinomata non potrebbe mai sognarsi di fare con la stessa qualità.

Dick Tracy fu prodotto dalla Disney, ma nonostante questo non è disponibile su Disney+. Probabilmente perché sul piano qualitativo rischierebbe di oscurare il 90% del catalogo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *