La storia di Ed Wood, il peggior regista di tutti i tempi

È meglio fare le cose male o non farle proprio? Dobbiamo preoccuparci di essere all’altezza, o prendere e darci da fare con il rischio di venire sì ricordati, ma come degli irriducibili inetti? Molte persone con ambizioni artistiche si pongono il problema, molte altre no.

Oggi parleremo di un uomo che voleva fare il regista ad ogni costo, annaspando ogni volta per trovare i soldi, insistendo anche di fronte all’evidenza. Non aveva talento? Può darsi. Nel dubbio i suoi film li girò uguale.

Poughkeepsie, 1924. Viene al mondo Edward D. Wood Jr., il futuro peggior regista di tutti i tempi. Un maschio, con buona pace di sua madre che sperava in una figlioletta: è da qui che si dice abbia origine il travestitismo di Ed Wood, in tenera età abbigliato spesso e volentieri con vestiti da femmina.

Ruba maglioni di angora alle sue fidanzate, combatte la guerra del Pacifico mentre indossa biancheria intima da donna sotto l’uniforme: il suo più grande terrore non è quello di morire, ma di venire scoperto. Dopo un po’ di gavetta a teatro (produzioni scalcinate, ovviamente), un paio di cortometraggi ed un film incompleto, Ed coglie la palla al balzo quando scopre che Glen Weiss – produttore specializzato in sexploitation – vuole realizzare un film su Christine Jorgensen, la prima donna transgender a fare notizia e suscitare clamore negli Stati Uniti.

Il risultato è il suo primo lungometraggio, Glen or Glenda, che non solo non parla della Jorgensen (per una questione legale), ma neanche strettamente di transessualità: il focus è infatti principalmente sul travestitismo, e il copione è fortemente autobiografico. Ed Wood si mette a nudo in un film dal taglio pseudo-documentaristico e platealmente messo su alla buona, e già questa sua prima fatica viene accolta come una delle peggiori cose mai viste. Ma è solo l’inizio.

Il suo stile sgrammaticato e sciatto (ma fortemente personale) deve ancora dare i suoi frutti più interessanti, tra l’utilizzo di materiale d’archivio (al quale aveva accesso per pochi soldi) unito a riprese effettuate in studio, l’impiego di effetti speciali realizzati in (estrema) economia e scenografie scalcinate che cadono visibilmente a pezzi. Ma gli indizi di quel che seguirà ci sono eccome.

Glen or Glenda inizia con un delirante monologo di Bela Lugosi, inquadrato in una scenografia dalle suggestioni horror e sci-fi, due generi ai quali naturalmente il film non appartiene. Attraverso delle dissolvenze incrociate, al volto di Lugosi viene sovrapposto il materiale d’archivio: all’inizio sono semplici riprese di persone che camminano per strada, più avanti… dei bisonti.

Il leggendario attore ungherese – primo Dracula pop della storia – è in declino, dipendente da morfina e senza più un soldo. Nessuna produzione lo chiama, è considerato una reliquia; l’unico a dargli da lavorare è Ed. I due diventano infatti molto amici, supportandosi a vicenda come possono. Insieme realizzano un secondo film, Bride of the Monster, stavolta un vero Monster Movie che vede peraltro la prima collaborazione tra Wood ed il wrestler svedese Tor Johnson, che diventerà un suo attore feticcio.

Ed scrive un corposo monologo per Bela Lugosi, che lo sente così tanto suo (“Casa? Io non ho più una casa. I miei colleghi che prima mi stimavano adesso mi ritengono finito…”) da prendere e recitarlo per strada durante le sue passeggiate a Los Angeles.

Questa cosa viene ripresa nel film Ed Wood – bellissimo biopic di Tim Burton il cui perno è l’amicizia tra i due – e, per quanto a vederla possa sembrare una licenza poetica, è verissima.

Durante la post-produzione di Bride of the Monster –  iniziato nel 1953 ma finito nel 1955 perché come al solito Ed ha guai con i soldi –  Lugosi decide di farsi ricoverare per riabilitarsi dalla sua dipendenza da morfina. I soldi raccolti durante la premiére del film pare siano proprio per aiutarlo nelle spese mediche, ma sfortunatamente l’attore muore comunque per un attacco cardiaco nel 1956. Ed ha con sé del girato “di prova” realizzato con Bela prima della sua morte, e decide di integrarlo nel suo prossimo lavoro: Grave Robbers from Outer Space, che diventa poi Plan 9 from Outer Space.

«È per questo film che verrò ricordato. Me lo sento.»

Con questa frase Tim Burton decide di celebrare il “capolavoro” di Ed, il film che in effetti si può considerare la summa del suo cinema “sbagliato”. Plan 9 è infatti un irresistibile disastro, figlio di una lavorazione in cui l’inettitudine e l’ingenuità regnano sovrane; un lavoro in cui ogni elemento è così stonato da creare un insieme di raro fascino.

In questo piccolo, scalcinato fanta-horror, degli invasori alieni (il cui comandante si chiama Eros) decidono di attuare il Piano 9: resuscitare i morti della terra. Il motivo? Manifestare la loro grandezza. Gli unici tre morti che resuscitano nel film sono: un poliziotto interpretato da Tor Johnson, una donna interpretata dalla ex-presentatrice televisiva Vampira e… Bela Lugosi.

Uno degli aspetti più divertenti – se tralasciamo per un attimo gli ufo realizzati con piatti di carta, gli alieni effemminati e la cadente scenografia del cimitero – è sicuramente il modo in cui Ed tenta di mascherare l’assenza di Lugosi, servendosi del chiropratico Tom Mason, il cui volto viene celato per metà dal mantello. Molte di queste riprese, ambientate di notte, vanno ad alternarsi al girato del vero Bela realizzato di giorno.

Plan 9 è anche il film di Ed Wood la cui storia produttiva regala alcuni degli aneddoti migliori. Per rimediare i soldi stavolta Ed si affida infatti ad una chiesa Battista, che decide di finanziarlo a patto che sia lui che il resto della troupe vengano battezzati. Vista l’eccessiva stazza di Tor Johnson, dovranno farlo in una piscina.

Il film è l’ennesimo flop, dopo il quale Ed realizza Night of the Ghouls, film per anni “perduto” e distribuito solo nel 1984 grazie allo sforzo economico dei fan. In seguito, il lento decadimento: anni in cui dirigerà film di sexploitation quando non direttamente pornografici, scriverà sceneggiature per altri (tra cui spicca The Bride and the Beast, in cui una donna prova una malsana attrazione per un gorilla) e tantissimi libri che vanno dalle crime stories e gli horror più classici, ai romanzi erotici.

Muore da alcolista ed in povertà nel 1978, solo due anni prima che il mondo decida che è arrivato il momento di onorare la sua opera: nel 1980 gli viene infatti conferito il premio “Golden Turkey Award” in qualità di “peggior regista di tutti i tempi”, ed il culto ha inizio.

Il culto

Una nuova generazione di fan prende vita, in tanti sono affascinati dalla sua storia personale, ammaliati dall’assurda stramberia dei suoi film. Plan 9 resta il suo film più celebrato, e nel 1989 si trasforma addirittura in un Musical teatrale. In una delle puntate più celebri della storica sit-com Seinfeld The Chinese Restaurant, datata 1990 – i tre protagonisti sono frustrati perché il tavolo che gli viene promesso al ristorante cinese non accenna a liberarsi, e faranno tardi alla proiezione di Plan 9.

Nel 1994 Tim Burton realizzerà il già citato biopic Ed Wood, interpretato da Johnny Depp nel ruolo di Ed e Martin Landau in quello di Bela Lugosi, e che varrà a Landau un Oscar come migliore attore e a Rick Baker quello per il miglior make-up.

Il film di Burton è il tributo migliore possibile all’artista, interpretato con grinta da Depp e di cui ci viene restituita la commovente, ingenua dedizione. Un film che racconta con una tecnica sontuosa (una regia ed una fotografia anch’esse da Oscar, se “da Oscar” fosse effettivamente un parametro attendibile) la storia di un uomo che di tecnica non ne aveva per niente, e con una sceneggiatura ad orologeria la storia di un uomo che non avrebbe saputo mai scrivere nulla che non fosse sconnesso ed incoerente, ma che doveva buttarcisi comunque per forza.

Un underdog che non ha vissuto abbastanza per vedere che – a suo modo – alla fine ce l’ha fatta.

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