Scuola di mostri, un cult ancora troppo “per pochi”

Sì, certo, Stand By Me, I Goonies… Classici del cinema anni ’80 per ragazzi che non ci stancheremo mai di riguardare. I ragazzini che – alla faccia di chi li vorrebbe rappresentati come angeli – dicono parolacce, fumano, si insultano tra loro. Le biciclette. L’avventura. Tutti elementi per i quali dobbiamo ringraziare principalmente Steven Spielberg e Stephen King, siamo tutti d’accordo.

È normale che davanti a prodotti come Stranger Things o il recente adattamento di It, che devono parecchio a quell’immaginario, questi cult famosissimi siano i primi ad essere citati, ma c’è un altro film con cui questi due furbetti fenomeni pop hanno più di un debito.

In questi giorni mi sono rivisto quel gioiello (sì, perdonatemi il gergo da persona che scrive di film, potevo scrivere “piccolo gioiellino” che era anche peggio) che è Scuola di mostri di Fred Dekker, scritto da quest’ultimo assieme al mio eroe personale: Shane Black.

Per chi non lo sapesse, Shane Black è uno dei migliori sceneggiatori sulla faccia della terra (“ESAGERAAATO”? No); venerato a inizio carriera come enfant prodige (Arma Letale il suo esordio col botto), ad un certo punto il più pagato di tutti i tempi (con il film Spy), ad oggi vergognosamente sottovalutato (per dire, mi tocca leggere in ogni dove che The Nice Guys sarebbe “carino ma niente di che”, rendiamoci conto). Ma approfondiremo la faccenda prossimamente. Oggi parleremo non solo di lui ma anche del suo amico Fred Dekker, la cui carriera ha avuto un tracollo ben più repentino, nel senso che si è interrotta al terzo film (il tanto odiato Robocop 3). Una (allora) giovane promessa dalla carriera ingiustamente stroncata sul nascere.

Un film innamorato dell’horror

Scuola di mostri è la sua seconda regia dopo il bellissimo Dimensione terrore (altro film a cui Stranger Things deve molto). Esce nel 1987, quindi viene dopo I Goonies, e da quest’ultimo prende in prestito più cose: i ragazzini (sboccati, scorretti), le biciclette, l’avventura, un mostro dal cuore tenero… Ah, pure la madre è la stessa.

Al netto di questi rimandi palesi, Scuola di mostri ha la brillante idea di far scontrare i ragazzini con i Mostri Classici, quelli resi famosi dall’estetica Made in Universal: Dracula, La mummia, L’uomo lupo, Frankenstein, Il mostro della laguna nera. Ragazzini fissati con questi mostri, per giunta, e con l’horror in generale, tanto da avere il loro piccolo “Monster Club” con sede in una casa sull’albero. Inevitabilmente, quando questi mostri approderanno nella loro città, saranno gli unici a sapere come tenergli testa.

Vogliamo dirlo? Metacinema! Non proprio, dai, ma quasi: è attraverso lo stupore infantile dei personaggi che Dekker e Black (per non dire Black & Dekker) dichiarano il loro amore per l’horror, facendoci capire con pochi scambi di battute e poche scene mirate (la sintesi della sceneggiatura è chirurgica, il film dura poi solo 75 minuti) quanto i pargoli siano profondamente coinvolti dall’avventura.

Scalda il cuore vedere che il piccolo protagonista e leader del gruppo di ragazzini sia un bambino con una maglietta con su scritto “Stephen King Rules”, che si dispera perché deve badare alla sua sorellina di 5 anni e non può andare al cinema a vedere il dodicesimo capitolo di Venerdì 13 (trovata del doppiaggio italiano, in realtà in inglese era il parodistico “Groundhog Day 12”, che anticipò peraltro un certo film con Bill Muray). La sua soluzione? Accucciarsi sul tetto e guardare lo schermo del drive-in col binocolo, nell’immagine più suggestiva e poetica del film.

Quando i film per ragazzini (e con i ragazzini) erano scorretti

I protagonisti di Scuola di mostri sono ragazzini piccoli, alcuni piccolissimi. A parte il leader, Sean, nessuno di loro viene particolarmente approfondito a livello narrativo, ma – come in ogni sceneggiatura di Shane Black che si rispetti – sono le loro interazioni estremamente convincenti a definirli. E, com’è giusto che sia, i marmocchi dicono cose terribili.

Il ragazzino grasso del gruppo viene chiamato semplicemente “ragazzino grasso” (Fat Kid in originale, Rotolo nel doppiaggio italiano), il consulente scolastico che dà bonarie pacche sulle spalle ai piccoli protagonisti dopo averli rimproverati è un “homo” (con il relativo meno elegante “finocchio” nella versione italiana).

La loro maestra dalla pittoresca pettinatura (definita per questo “testa di gatto”), che li riprende perché disegnano mostri durante la lezione, per loro è così stramba che non è possibile che sia sposata: «c’è uno che la bacia di notte? E c’è un prete che gli ha detto ‘vuoi tu prendere questa donna…’ e lui ha detto sì? ». Insomma, un ritratto fedele di come sono davvero i ragazzini a quell’età, anche i più simpatici: dei piccoli infami in miniatura. E dei cazzoni che ovviamente si meravigliano quando scoprono che i lupi mannari hanno i testicoli.

Eredità

Per capire quanto buono sia il lavoro svolto basta guardare il recente Vampires vs. The Bronx, horror di produzione Netflix: troverete praticamente lo stesso identico film, solo scritto infinitamente peggio, molto più artefatto ed insincero nel descrivere la passione dei giovani protagonisti per la materia horror ed il loro rapporto di amicizia. Se non altro l’ennesima prova che questi tentativi di resuscitare questo genere di storie “dal sapore anni ’80” passano anche per Scuola di mostri.

Poi c’è Stranger Things che è fatto bene ma è poco più che moda, ben confezionata s’intende, ma pur sempre facciata, superficie, strizzate d’occhio facili ed immediate. Il primo It di Andy Muschietti invece è un esempio di erede degno: un film a cui si rimprovera spesso di essere più un divertissement che una trasposizione degna della complessità di quel tomo che è il romanzo di Stephen King, come se fosse un problema.

Chi lo dice ha ragione, eh, per carità, ma non tiene conto che: a) è impossibile fare una trasposizione di quel mattone che possa accontentare tutti e b) Muschietti decide di marcare il lato più sognante e “puerile” del romanzo, realizzando una grintosa giostra degli orrori a cui comunque il cuore non manca. E quale miglior ispirazione se non Scuola di mostri?

Un cult ancora troppo “per pochi”, che inevitabilmente è conosciuto e ricordato solo da chi davvero ha amato quel filone. Muschietti è sicuramente tra questi, solo che quando glielo chiedono nelle interviste cita solo Stand By Me o al massimo Ragazzi perduti, e vabbè.

Black & Dekker: trent’anni dopo

Fred Dekker poteva fare grandi cose. Trattasi infatti di un regista e sceneggiatore creativo e solidissimo, che riesce a dare al film una compattezza notevole nonostante la durata risicata (dettata ovviamente da esigenze produttive). Purtroppo mollò tutto dopo Robocop 3, che fu in realtà una mossa disperata fatta dopo il flop di questo film, e che finì per affossarlo definitivamente. Preferì ritararsi, ed è solo in tempi recenti, grazie all’amico Shane Black, che ha deciso di rimettersi al lavoro.

Insieme hanno curato il Pilot di una serie Western per Amazon, purtroppo scartata, poi hanno scritto l’altrettanto sfortunato reboot/sequel di Pretador, The Predator: un film che fin dove i produttori non hanno allungato le loro luride zampacce è un action divertentissimo, la piena espressione della loro verve e del loro talento da fuoriclasse, ma che nella seconda metà diventa un bluckbuster “ordinario” per via dei re-shoots. Chi ignora chi siano di solito lo trova un film brutto perché, finché ha personalità, “si permette” di essere caustico e divertente. E purtroppo ad ignorarli sono parecchi. Speriamo non ricadano nell’oblio. Noi non li dimentichiamo.

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