Shock Treatment, il sequel dimenticato di The Rocky Horror Picture Show

Non tutti lo sanno, ma esiste un sequel di The Rocky Horror Picture Show. Lo ha realizzato lo stesso team creativo, a cui più che un sequel piace definirlo un “equal”, qualunque cosa voglia dire. Il film in questione si intitola Shock Treatment ed è uscito nel 1981, quando la “Rocky Horror Mania” era ancora giovane ma vivissima: il primo film, classe 1975, fu inizialmente un flop, ma si guadagnò col tempo uno zoccolo duro di fan purissimi. O sarebbe meglio dire di cultori.

The Rocky Horror Picture Show non è infatti un semplice cult movie, è il cult movie, il primissimo film ad ispirare le famose “proiezioni di mezzanotte” alle quali i partecipanti si presentavano vestiti come i personaggi, recitavano in coro le battute ed inventavano formule interattive. I rituali inventati all’epoca resistono ancora oggi, e il film mantiene il primato per la maggiore permanenza in sala di tutti i tempi.

Una mania nata dalla nicchia e assurta a fenomeno, mettendo la 20th Century Pictures Fox – che aveva inizialmente distribuito il film per poi rimuoverlo dalle sale dopo una settimana – davanti ad una realtà difficile da ignorare.

Il sequel nacque quindi dalla volontà precisa di cavalcare l’onda e replicare il culto. Perché (probabilmente) non ne avete sentito parlare? I motivi sono diversi, ma vi dico subito una cosa: Shock Treatment è un film che merita di essere riscoperto.

Non un vero sequel

Invece di fare la copia carbone dell’originale, il creatore Richard O’Brien e il regista Jim Sharman se ne allontanarono il più possibile: le suggestioni horror di stampo Hammer vennero messe da parte in favore di una stratificata satira sulla TV americana, e l’unica connessione effettiva con Rocky Horror erano i protagonisti Brad e Janet, peraltro interpretati da altri attori (Barry Bostwick sostituito da Cliff De Young e Susan Sarandon sostituita dalla Jessica Harper di Suspiria e Il fantasma del palcoscenico).

Ma soprattutto, messo da parte l’immaginario horror si rinunciò anche a Tim Curry ed al suo Frank-N-Further, che – c’è poco da fare – era ed è il simbolo di The Rocky Horror Picture Show. Praticamente un manuale su come non fare fanservice, e infatti i fan non gradirono.

Trama. Brad e Janet formano ancora la tipica coppia “conservatrice” americana, ed evidentemente non hanno beneficiato della rivoluzione sessuale vissuta nel maniero di Frank-N-Further: sono sposati ed annoiatissimi. I due vivono a Denton, una città monopolizzata da un magnate dei fast food e interamente contenuta tra le pareti di uno studio televisivo.

Gli abitanti di Denton sono schiavi della televisione, eternamente confinati nel ruolo di spettatori. Dopo essere stati selezionati per un gioco a premi, Brad e Janet si trovano intrappolati in un incubo: il pubblico decide infatti che Brad è troppo noioso e troppo imbranato per stare con Janet, ed il poveretto viene internato in un manicomio (!), dove è costretto ad assistere mentre sua moglie viene manipolata dagli executives e trasformata in una star del piccolo schermo, la “donna più ambita d’America”.

Un film profetico

La satira sulla TV all’epoca poteva essere scambiata per l’ennesima menata antiamericana trita e ritrita (per dire, Roger Ebert la interpretò così), ma in realtà con l’idea di una città ingabbiata negli studi televisivi ed il pubblico così coinvolto da blande dinamiche quotidiane, Shock Treatment predisse il fenomeno dei reality show, che sarebbe esploso anni dopo con The Real World, Survivor, Il grande fratello ed altri programmi brutti.

Janet, da ragazza tutto sommato “comune”, si trasforma in una narcisista pazza non appena il mezzo televisivo la seduce e la manipola, gonfiandole l’ego e puntandole costantemente addosso una telecamera senza ragioni apparenti.

Tutte queste riflessioni sulla comunicazione e sulla celebrità sono ovviamente annegate – com’è giusto che sia per il sequel di The Rocky Horror Picture Show – nel delirio filmico. La narrazione nonostante i buoni spunti non sempre è a fuoco, ma quando lo spettacolo impazza diventa chiaro che ci troviamo in buone mani.

Canzoni, estetica e verve all’altezza

L’aspetto più riuscito del film è sicuramente la musica, che come in Rocky Horror è vitale e divertentissima. Se nel caso dell’originale lo score era una commistione tra il Rock’n’Roll anni ’50 ed il Glam Rock dell’epoca, in questo caso le radici fifties andarono a fondersi con la neonata New Wave.

Richard Hartley tornò a comporre i pezzi assieme a Richard O’Brien, ed entrambi erano decisamente ispirati: i testi sono taglienti e le melodie estremamente catchy, su tutte Denton, USA e la title-track. Menzione d’onore per l’esilarante Thank God I’m A Man, un pezzo countryeggiante davvero tagliente su quella che oggi noi giovani meravigliosi definiremmo toxic masculinity.

Sentita da sola la colonna sonora fa decisamente la sua figura, accompagnata alle immagini – sempre vive, ricche di dettagli – è anche meglio.

Tornarono infatti all’appello lo scenografo Brian Thomson, il direttore della fotografia Mike Molloy e la costumista Sue Blane, che già avevano dato vita al look iconico di The Rocky Horror Picture Show e dovettero qui ripartire da zero, creando qualcosa di altrettanto ricercato e “fresco” senza riciclarsi. La rappresentazione stilizzata del mezzo televisivo è fantastica, i costumi colorati calzano l’estetica delle scenografie alla perfezione e la fotografia di dichiarata ispirazione fumettistica è la ciliegina sulla torta di un film dal look spettacolare.

Perché non si può “creare” un cult movie

Shock Treatment fu un flop gigantesco. Quando parlano del film i produttori sono onesti e fanno mea culpa, ammettendo che il loro errore principale fu quello di voler creare un cult movie.

Siccome la fortuna di Rocky Horror la fecero le proiezioni di mezzanotte, la Fox decise infatti di mandare il sequel in sala con quell’iter, come fosse già un fenomeno con un pubblico consolidato, nessuna distribuzione regolare. Il risultato? Non solo i pochi che lo videro ne rimasero delusi, ma furono proprio in pochi a sentirne parlare, fino ad una parziale riscoperta e rivalutazione dopo la sua uscita in VHS.

Il fatto è che un cult nasce spontaneamente, per motivi che trascendono il film stesso; il fenomeno non può e non deve essere pilotato. Va anche messo in conto che il capostipite, prima di diventare un film, si fece per buoni tre annetti la sua gavetta a teatro con il titolo di The Rocky Horror Show (“Picture” venne aggiunto per marcare il passaggio dal teatro al cinema), riscuotendo già lì un ottimo successo e collezionando fan illustri come Lady Diana e persino Elvis Presley (!), che voleva interpretare il Rocker Eddie nel film. C’era dunque un motivo se dopo la sua repentina rimozione dalle sale qualcuno volle andare a ripescarlo.

In definitiva il fallimento del sequel fu quindi commerciale, non artistico.

Creativamente Shock Treatment potrebbe invece davvero sorprendervi: non ha la stessa importanza di The Rocky Horror Picture Show – che oltre ad un musical coi fiocchi era anche un film liberatorio, capace di parlare a delle categorie che non erano abituate a vedersi rappresentate in maniera così fiera – ma è un “bis” che si prende il rischio di esplorare altri territori, con riflessioni non meno interessanti, annegate con lo stesso piglio Rock and Roll in uno spettacolo folle, imperfetto ma nel quale viene voglia di farsi subito un altro giro.

Peccato che per Sharman ed O’Brien questa fu l’ultima volta in veste di autori per il Cinema.

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