La pazza storia di The Room, il Quarto Potere dei film brutti

In Italia non potremo mai davvero sapere che effetto potesse fare imbattersi per caso in The Room – universalmente riconosciuto come uno dei maggiori disastri cinematografici di sempre – ai tempi della sua uscita. Tutto ebbe inizio con un billboard a Highland Avenue, Los Angeles. Sopra c’erano un numero di telefono, il titolo del film, un sito web ed il faccione del suo strambo protagonista Tommy Wiseau. La voce cominciò pian piano a spargersi: un film così assurdo non si era mai visto.

A scoprirlo adesso non si può non passare per i trivia, i meme ed i video “Best Of” con le scene più divertenti: alla visione di The Room si arriva bene o male preparati. Ma i losangelini che lo videro all’epoca non erano preparati affatto, ed alcuni di loro reagirono diventandone ossessionati, piantando i semi del culto che sarebbe esploso negli anni.

Oggi la sua fama è internazionale, negli ultimi anni internet ne ha fomentato l’aura leggendaria e le clip che è possibile trovare in rete parlano da sole: non è un film disastroso come altri film disastrosi, è qualcosa di molto, molto più peculiare.

Ma se il film è di per sé un oggetto degno di attenzione per via del suo contenuto, la storia della sua realizzazione è qualcosa di forse ancora più irripetibile: dei costi di produzione spropositati (a vederlo sembra essere costato 6 dollari, ma ne costò 6 milioni), una lavorazione sofferta, una recitazione che più che cattiva verrebbe da definire aliena; il tutto tenuto insieme dall’amicizia tra due persone che sulla carta non sarebbero potute essere più diverse: il giovane aspirante attore Greg Sestero e l’eccentrico, aspirante Di(v)o del Cinema Tommy Wiseau.

Quella del “Quarto Potere dei film brutti” è una storia incredibile da qualunque angolazione la si guardi; per molti versi folle e tragica, per altri persino toccante. Ma andiamo con ordine.

Parliamo di Tommy Wiseau, il regista, sceneggiatore, produttore e attore protagonista di The Room.

Chi è Tommy Wiseau? Bella domanda. Il mistero aleggia tuttora sulla sua età, la sua provenienza (dal marcato accento est-europeo, studiato da esperti, sembrerebbe essere polacco), il suo vero nome ed il suo cospicuo patrimonio.

Da dove venivano tutti quei soldi, gli stessi con cui si finanziò da solo il film e pagò per tutti e 5 (!) gli anni in cui il billboard rimase appeso a Los Angeles? Tra le varie teorie: giri criminali loschi nel suo paese d’origine (da lì il perché dell’anonimato); una grossa eredità; un produttore hollywoodiano che lo investì con la macchina e accettò di pagarlo profumatamente purché stesse zitto. La verità, probabilmente, non la sapremo mai.

Per anni prima che si concretizzasse il suo folle, ambizioso progetto cinematografico, Tommy è stato un “semplice” aspirante attore. Più o meno.

Il suo look strambo – che il suo amico Greg Sestero descriverà come “quello del cattivo in un film di Van Damme” – unito ai suoi modi decisamente singolari, non gli permetteva di confondersi in mezzo ad altri “semplici” attori scalcinati . Era improponibile, ma ci credeva tantissimo lo stesso. Era strano, sì, ma non come è strano quel vostro compagno di classe/collega di lavoro strano: era un alieno. E poi era incapace, certo, ma perfino in quello riusciva a distinguersi.

L’incontro con Greg Sestero ad un corso di recitazione fu l’inizio della lunga odissea che portò alla realizzazione di The Room.

Sestero, allora un ventenne volenteroso e di bell’aspetto, era impegnato già da anni ad affinarsi come interprete, a fare provini, a fare da figurante in film anche grossi (tra i quali Patch Adams), senza mai riuscire a ottenere un ingaggio che potesse davvero fare la differenza. Non era un freak come Tommy, ma con lui condivideva l’ambizione, la determinazione e, purtroppo, la mancanza di talento. Questo bastò ad unirli. Divennero grandi amici e si trasferirono insieme a Los Angeles in cerca di fortuna.

Per Tommy, com’era prevedibile, non si mosse nulla. Per Greg neanche, e visto che si trattava di un giovane comunque piacente la cosa non è da ascrivere strettamente ad un problema di talento: la sua sicurezza in sé stesso vacillava sempre di più, ed il suo legame con Tommy era troppo stretto, per molti versi castrante. Dovevano farcela insieme.

“What a story, Mark!”

L’idea: “nessuno vuole scritturarci, ci facciamo il nostro film da soli”.

Tommy era pieno di voglia di fare, ma soprattutto era pieno di soldi. Greg voleva aiutarlo, ma aveva letto il copione e lo aveva trovato incoerente ed irricevibile, quindi decise di dare una mano con l’aspetto produttivo senza metterci la faccia. Ma Tommy insistette per fargli interpretare il famigerato Mark. Anche quando le riprese erano partite e c’era già un attore ingaggiato per il ruolo, Tommy continuò a insistere, offrendo infine a Greg una somma di denaro indicibile, “costringendolo” – vista la sua precaria situazione – ad accettare.

Il film costò a Tommy 6 milioni di dollari, spesi per lo più in maniera idiota. Il caso più emblematico è quello dell’attrezzatura per girare: Tommy innanzitutto scelse di comprarla anziché noleggiarla (per un filmaker indipendente è semplicemente fantascienza), e comprò sia una cinepresa per girare in pellicola che una digitale. Il tutto con le relative, costose ottiche. E due troupe diverse a manovrarle. Alla fine venne utilizzato solo il girato in pellicola.

Tra le altre cose, era solito licenziare in blocco membri della troupe che osavano discutere la sua visione, per poi sostituirli con altri (altre spese). Ah, e si era fatto costruire un bagno privato sul set.

La situazione era tragica, nessuno capiva cosa Tommy stesse cercando di fare, sia a livello tecnico che artistico. Greg era sul set quasi solo per mediare tra lui e gli altri, essendo l’unico a parlare il “Tommyese”, e l’unico a poterlo davvero dissuadere dal fare cose troppo assurde. Tipo rivelare che uno dei personaggi fosse in realtà un vampiro, che si sarebbe dovuto alzare in volo durante una rissa.

Greg era dubbioso anche circa la possibilità che il copione venisse girato tutto, ma alla fine ce la fecero.

Durante le due settimane in cui The Room venne tenuto nelle sale, incassò appena 1800 dollari. Chi l’aveva visto ne uscì a dir poco confuso. Due studenti di cinema notarono un cartello nella biglietteria di un cinema che lo proiettava: “Niente rimborso”. In allegato una nota presa da una recensione: “Guardare questo film è come essere pugnalati in testa”. Tanto gli bastò, e ne divennero ossessionati. Il culto di The Room stava per nascere.

Tommy si ritrovò ad organizzare proiezioni di mezzanotte. Il perché dell’orario? A sua detta, avrebbe ostacolato il crimine, tenendo i ragazzi in una sala anziché per strada. Per quelle proiezioni c’era sempre più richiesta.

Il resto è storia.

Il film.

Tommy Wiseau aveva una sceneggiatura. Questa sceneggiatura, come accennato, non aveva alcuna coerenza, ma volendola riassumere si potrebbe dire che è la storia storia di un uomo generoso ed affabile che ha sempre una perla di saggezza in canna, e che tutti amano/ammirano. Quell’uomo si chiama Johnny, ed è ovviamente interpretato da Mr. Wiseau Himself, che dà libero sfogo a tutto il suo narcisismo. Johnny sta con Lisa, la ama, ma Lisa è malvagia e lo tradisce con il suo migliore amico (!) Mark. Una premessa da soap che sfocia, fortunatamente, nel delirio.

The Room, classe 2003, è tra i capisaldi del cinema cosiddetto trash. Il trionfo dell’assurdo, una “commedia degli errori” con dentro così tanti momenti da antologia da generare una schiera di seguaci pronti a presenziare a proiezioni interattive (puntualmente sold out) vestiti come i personaggi del film, pronti a recitare in coro le battute e a tirare cucchiai contro lo schermo.

Perché i cucchiai? Semplice, merito di uno dei tanti scivoloni del film a livello produttivo: a casa di Lisa è possibile intravedere delle cornici con delle foto di cucchiai. Questo perché, dopo averle comprate, chiunque fosse addetto alla decorazione del set non ha pensato di sostituire le immagini già contenute nelle cornici con delle foto normali.

Pensato inizialmente come un dramma serissimo, The Room si distingue non tanto per il cattivo gusto delle scelte narrative (che sono in realtà un’accozzaglia di premesse mai portate a termine), e nemmeno per la sua cattiva recitazione in senso stretto, ma proprio per il modo in cui Wiseau intende l’interazione tra esseri umani. Per dirla con parole (purtroppo) non mie, “è un film realizzato da un alieno che non ha mai visto un film, ma al quale hanno spiegato come è fatto un film”.

Se si trova in cima ad ogni possibile lista sui “migliori peggiori film di sempre” è perché effettivamente nel suo essere “sbagliato” – distante quanto più possibile da ogni convenzione del linguaggio cinematografico – ha pochissimi eguali.

Nulla di quello che vi scorre davanti in un’ora e trentanove minuti di proiezione ha un senso. Gli attori, prima che incompetenti, sono platealmente spaesati. I personaggi, quando non sono riproposizioni strambe di cliché hollywoodiani, sono direttamente folli: è il caso ad esempio di Denny, che nel film dovrebbe avere 18 anni ed è stato interpretato dall’allora ventiseienne Philip Haldiman. Il personaggio non spicca solo per come l’hanno conciato pur di farlo sembrare giovane (cioè ai limiti della caricatura, a cominciare dai capelli), ma anche per la sua ambigua caratterizzazione, con – per citare chi ha dovuto revisionare lo script per lavoro – un “curioso ma inesplorato omoerotismo di fondo”.

A lavorare dietro le quinte c’erano alcuni professionisti navigati – questo perché lo studio a cui Tommy aveva comprato l’attrezzatura per girare il film ebbe la premura di farlo affiancare da qualcuno che sapesse maneggiarla – ma è comunque un tripudio di brutture tecniche, dovuto principalmente alle richieste senza senso di Tommy, che non sapeva niente su come andasse realizzato un film.

Emblematico il caso delle riprese ambientate in un vicolo, o sul tetto, entrambe realizzate in studio invece che in delle location, nel secondo caso con l’utilizzo di un green screen riempito malamente con immagini di San Francisco. Questo perché, secondo Tommy, “è così che si fanno i film di Hollywood”.

Ma insomma, dobbiamo ringraziare questa bizzarra unione tra incompetenza tecnica ed estro artistico completamente sballato, perché The Room in definitiva è un film divertentissimo. Gli affezionati non sono tali per l’irrefrenabile desiderio di irridere il film, ma perché la sua follia è un unicum nella storia della Settima Arte. Ci sono altri film brutti, certo, taluni contenenti strafalcioni tecnici forse paragonabili, ma nessuno di questi contiene Tommy Wiseau.

La sua risata, il modo in cui recita le battute, le sue massime filosofiche sparate in momenti assolutamente improbabili. “It’s human behavior”, rispondeva quando gli facevano notare che non c’era coerenza nei suoi dialoghi. Alla fine è un bene che gli abbiano lasciato fare quello che voleva come lo voleva, vampiri a parte.

The Disater Artist

Nel 2013 è uscito The Disaster Artist, un libro che raccoglie il resoconto dell’esperienza di Greg Sestero, che per scriverlo si è avvalso della collaborazione del giornalista Tom Bissell. Si tratta di un testo divertentissimo, ricco di aneddoti incredibili, e dal quale emerge un ritratto affettuoso di Tommy Wiseau (descritto comunque come un pazzo scriteriato, ci mancherebbe) ma soprattutto emerge quanto forte fosse il legame tra Greg e Tommy, lo stesso legame che gli ha permesso di “farcela” a modo loro.

James Franco ne ha realizzato – in veste di regista ed interprete principale (cioè nel ruolo di Tommy) – un bellissimo film con lo stesso titolo. Per quell’interpretazione è stato premiato con un Golden Globe e, forse, se l’ondata del #metoo non avesse colpito anche lui, sarebbe addirittura arrivato a vincere un Oscar. Ma è una storia che ha dell’incredibile anche così, no?

Quella di The Room è la storia di due emarginati davanti ai quali le porte di Hollywood si chiudevano a ritmi regolari. Per i pezzi grossi non avevano nessun talento, gli mancava la stoffa per competere con quelli bravi davvero, eccettera eccetera… e sapete che c’è? Avevano ragione. Avevano così ragione che per dimostrarglielo Tommy e Greg misero quella mancanza di capacità al servizio di uno dei più memorabili deliri mai impressi su pellicola, facendola trionfare, e regalandoci alcuni dei nostri pomeriggi (o serate) più divertenti.

“That’s life!”