Casino Royale è molto, molto più che un Bond Movie

Martin Campbell con GoldenEye aveva fatto l’impossibile: aggiornare James Bond al Terzo millennio con successo. Ma il Terzo millennio va avanti a velocità supersonica molto più di qualsiasi altro momento storico, e il nuovo Bond apparì di nuovo datato dopo appena 6-7 anni, come testimoniò l’accoglienza freddina de La morte può attendere. Tra i vari motivi ci fu quel piccolo imprevisto del 2001 chiamato 11 Settembre.

Da lì improvvisamente spionaggio e complotti tornarono cool come non accadeva dalla Guerra fredda, ma il collaudato approccio glamour di 007
appariva nuovamente datato in favore di uno spionaggio più realistico, freddo, e dalle atmosfere cupe. Che poi fu la fortuna della saga di Jason Bourne, la principale del cinema action mainstream dei primi del 2000.

Parallelamente, nel 1999 EON e MGM tornarono in possesso dei diritti di Casino Royale, il primissimo romanzo di 007, dopo quasi 50 anni. Dopo il flop de La morte può attendere, accusato di essere talmente sopra le righe da essere il nuovo Moonraker, le intenzioni di tornare ad un approccio più realistico si sposarono alla perfezione col primo romanzo di Ian Fleming, ben più violento, crudo, e dark di quanto i film non fossero mai stati.

E a proposito di dark – termine usato spesso a sproposito, anche in questo caso – proprio in quel periodo Christopher Nolan con Batman Begins inaugurò una nuova tendenza che oggi conosciamo bene ma che all’epoca sapeva di inedito, quella del reboot totale di una saga.

Tra re-casting vari in 40 anni, la saga di Bond si era già riavviata più volte, ma senza fare un vero e proprio tabula rasa. Stavolta, con il precedente illustre di Batman Begins a legittimare un’operazione cosi semi-inedita, e con il vero anno zero di Bond tra le mani, si sarebbe ripartiti davvero da capo. 11 Settembre, reboot sdoganati, e Casino Royale a disposizione dopo più di 50 anni… un’equazione troppo logica per non esserne tentati, e dopo un attesa di 53 anni, finalmente la prima avventura di Bond poteva arrivare al cinema.

I più giovani o i più smemorati non lo ricorderanno, ma il casting di Daniel Craig come Bond fu forse il più controverso della storia dai tempi di Michael Keaton come Batman. Fa abbastanza stano a pensarci oggi che Craig è considerato spesso dai fan alla pari di Connery. Nonostante gli scetticismi, Craig fu tra i principali artefici di quella che è anche la mia sentenza sul film: Casino Royale è il miglior film di tutta la saga. Non è Bondiano come Goldfinger, coraggioso come Al servizio segreto di sua maestà, o sovversivo come Skyfall… si accontenta “solo” di essere il migliore.

Che si fosse in buone mani lo si capisce già dai primi minuti: solitamente l’usuale prologo pre-titoli è riservato allo stunt più spettacolare del film, spesso usando qualche novità del tempo (come il bungee-jumping o lo snowboard qualche anno prima)… stavolta no, con la scena più spettacolare del film – l’inseguimento in Madagascar – e la novità del tempo -il parkour, grande fissa di metà 2000 – a piazzarsi dopo i titoli, per lasciare lo spot di prologo al mini-noir con Bond promosso a doppio 0, girato volutamente in bianco e nero (e non riconvertito come fanno i registi più pigri), dove viene sancito il distacco dal passato con una violenza cruda e realistica invece che spettacolarizzata.

È  l’ingresso di Bond al mondo post-11 settembre, e la promessa al pubblico di uno 007 più serio, realistico e cattivo che mai, che ama ostentare il suo distacco dalla percezione e il pregiudizio popolare dalla scena d’apertura, un po’ come il “Questa non è una favola” con cui Marlon Brando aprì il film di Superman nel 1978. Dopo questa intro, i titoli di testa più belli e bond-centrici che mai (non ci sono le classiche donnine, ma solo la silouette di 007 che mena gente), con Chris Cornell che canta a squarciagola You know my name, frase che sentita nel contesto Bondiano eleva il testosterone a mille. La sintesi dei primi 20 minuti di Casino Royale è dunque questa: se non iniziate ad amare la saga dopo questi 20 minuti, allora non vi succederà con nient’altro.

E sentire la carica di Cornell in contrapposizione alla lagna di Sam Smith su Spectre è come passare da una Ferrari a una bici senza ruote.

Scusa, Skyfall… ti adoro, ma non è colpa mia se Casino Royale è più bello di te.

Dopo i sovietici e Pablo Escobar, 007 deve affrontare il nuovo grande nemico del 2000…. i Terroristi, e un po’ come fu per Sanchez su Vendetta privata, Le Chiffre conferma quanto i migliori villain di Bond siano quelli più sobri e realistici.

Proprio Le Chiffre, insieme a Vesper Lynd, crea il miglior team di comprimari mai visti in 23 film (contando anche i non canonici) di 007, aiutando il film a risultare più “umano” senza mai farsi impossessare troppo dal lato spy, cosa che rende anche più comprensibile il lato spionistico, storicamente il genere confusionario per eccellenza. Daniel
Craig rende Casino Royale uno dei film più Bond-centrici mai visti, di quelli dove basta il carisma di 007 a reggere la scena da solo, un mantra che ha salvato svariati film dall’oblio (Una cascata di diamanti, per dirne uno), ma che stavolta, supportato da un film all’altezza del Bond proposto, setta il nuovo standard massimo da inseguire per qualsiasi Bond movie successivo.

Il Bond di Craig è alle prime armi, ha scatti d’ira, perde lucidità, con un che arroganza crea più danni che benefici, che ancora deve prendere le misure con la sua nuova condizione (a inizio film vediamo il primo omicidio compiuto in assoluto da Bond con un espressione provata e stizzita,
qualcosa che nessuno avrebbe mai pensato di vedere dall’uomo famoso per la licenza di uccidere), e addirittura… si innamora! Abituati a vedere 007 agire con sicurezza ed esperienza per 40 anni rende la visione dell’ “anno zero” di Bond uno spettacolo a parte, che in apparenza allontana il film
dagli standard della saga, dove Bond è sempre raffigurato come un superuomo infallibile, ma che in realtà ne fa pienamente parte.

Skyfall (per citare l’altro grande Bond di Craig) doveva le sue novità alla decostruzione del mito di Bond, al contrario Casino Royale, non punta a decostruirlo, ma ad abbracciarlo (seppur sprovvisto di elementi iconici come i gadget di Q o Moneypenny) sotto una nuova luce, proponendo i soliti schemi collaudati sotto una luce inedita. Basti pensare alla scena dove Le Chifre tortura 007: in 60 anni abbiamo visto Bond torturato dal villain 100 volte, ma mai in modo cosi crudo, dove Bond è nudo, umiliato, e dove prova davvero paura. Un film che finge di non essere Bondiano, ma che invece lo è orgogliosamente.

Craig è imparagonabile coi suoi predecessori in quanto troppo diverso, e ha la fortuna di avere un film cucito su misura. Che fu poi il motivo del flop di Timothy Dalton 20 anni prima, che si ritrovò con un Bond simile a quello di Craig, ma troppo in anticipo coi tempi, e senza un film giusto che ne esaltasse le caratteristiche (anche se il sottovalutato Vendetta privata ci andò vicino).

Più di un Bond movie.

Campbell rinnova Bond per la seconda volta in appena 11 anni, in momenti storici diversissimi tra loro e con cambiamento socio-politici che avrebbero potuto far perdere la bussola al personaggio (la caduta dell’URSS per GoldeEye, l’11 settembre per Casino Royale). Nonostante sia uno specialista del cinema action, sa dimostrare ottima dimestichezza anche coi personaggi e le loro relazioni dandogli un enorme dose di umanità – qualcosa che in un film d’azione, di 007 poi, non è mai semplice fare -, senza però trascurare minimamente il lato action, regalando scene d’azione (come gli inseguimenti in Madagascar e all’aeroporto) così adrenaliniche come non si vedevano da GoldenEye. Guarda caso, sempre suo

Casino Royale uscì che avevo 12 anni, e fu il mio primo vero approccio alla saga, la scintilla che fece scoppiare la curiosità di recuperare tutto il resto. Basterebbe già questo per sentire Casino Royale e Craig come i Bond a cui sono più legato.

Ma il fattore personale non conta, dato che anche a distanza di anni il film continua oggettivamente a non mostrare il minimo cedimento e ad essere un film pressoché perfetto per quello che vuole e che deve essere, un film completo capace di unire azione, dramma, esigenze da blockbuster e momenti autoriali come fosse la cosa più semplice del mondo, ma che in realtà pochi hanno saputo fare (restando negli anni 2000, credo che l’unico capace di unire due mondi opposti come il blockbuster e l’autoriale in modo così elegante sia stato Sam Raimi con i suoi Spider-Man). Per di più con un protagonista storicamente mai davvero umano, nonostante la cosa non abbia mai rappresentato un difetto.

La critica stessa se ne accorse, con riviste illustri come il Washington Post, il Chicago Tribune, o il New York Observer che inserirono stabilmente Casino Royale nella top 10 dei migliori film del 2006, rendendolo il primo vero film di 007 ad essere valutato come film vero e proprio, e non come capitolo riuscito/non riuscito di una saga. Anzi, definirlo come “capitolo” risulta persino sminuente, per quello che non è un grande Bond movie, ma un grande Film da leggere con la F maiuscola, senza necessitare di altre specifiche. E che forse, non avesse avuto l’etichetta di “Bond movie”, avrebbe avuto addirittura più considerazione.

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