Come l’11 Settembre cambiò il mondo dei fumetti

Quando caddero le Torri Gemelle ormai 19 anni fa, io di anni ne avevo solo 7, e da lì a pochi giorni avrei iniziato la seconda elementare. Faccio dunque parte di quella generazione che non ha davvero vissuto il mondo pre-11 settembre, e che quindi è sempre stato abituato a vivere in una società con l’ossessione della sicurezza e del controllo. La cosa che però mi ha sempre stupito è quanto persino chi il mondo pre-11 settembre lo ha vissuto, spesso riduca la sua eredità alla guerra in Iraq, a un certo pregiudizio razzista verso gli islamici, e qualche controllo in più all’aeroporto, senza tenere conto di quanto il suo retaggio e la sua influenza siano in realtà ancora vivi tutt’oggi, che l”11/9 appare ormai archiviato e con gli anniversari che passano in sordina.

Ma è un po’ tutto il decennio 2000-2009 ad essere considerato quasi un “non decennio” che ha lasciato ben poco da ricordare, un fase decisamente più povera, sia culturalmente che storicamente, rispetto i decenni precedenti. In parte a torto e in parte a ragione, forse sono anni ancora troppo recenti per valutarne l’effettivo lascito ai posteri.

All’11 Settembre infatti è sempre mancata la sua opera definitiva: al contrario di tutti gli eventi più sconvolgenti della recente storia americana (la Seconda guerra mondiale, la morte di Kennedy, il Vietnam ecc.) l’11/9 non ha un Salvate il soldato Ryan, non ha Full Metal Jacket, non ha Apocalypse Now, o Forrest Gump, o JFK… essenzialmente perché, aldilà dei proclami sul mantenere la memoria sempre intatta, gli USA hanno da sempre improntato il ricordo dell’11/9 sul dimenticarsene il prima possibile. Basti pensare alle innumerevoli auto-censure che Hollywood si imponeva nei film girati a New York tra il 2000 e il 2001, rimuovendo digitalmente le Torri ove possibile ed eliminando – con qualche eccezione – qualunque riferimento all’accaduto.

Per non citare tanti altri esempi, come quello di GTA III (uscito a Novembre 2001), dove all’unico veicolo volante del gioco, il Dodo, furono letteralmente tagliate le ali per evitare un qualche “rimando” all’11/9, precludendo al giocatore la possibilità di volare. Nessun ricordo da custodire per ambire ad un futuro migliore, ma un trauma di cui liberarsi al più presto, come se la volontà non fosse quella di ricordare, ma di non ricordare.

I fumetti di supereroi sopravvivono da quasi 100 anni anche grazie alla loro capacità di adattarsi al tempo e alla società che cambia, spesso diventando a tutti gli effetti un documento storico dei tempi che corrono, incarnando lo zeitgeist (lo spirito del tempo) corrente come solo cinema e musica sanno parallelamente fare. L’unico modo per capire davvero cosa è stato a posteriori l’11/9, è nel vedere come la narrativa sia cambiata da quella folle mattinata. Ma al contrario del cinema, il fumetto ha dato eccome all’11/9 la sua opera definitiva, per quanto controversa, con l’esplicito titolo di Spider-Man 9/11.

Il fumetto più controverso dell’ultimo ventennio

La storia non ha bisogni di presentazioni, è una delle più popolari e controverse dell’ultimo ventennio. A seguire la splash page di apertura di John Romita Jr., con Spider-Man che giunge a Ground Zero pochi minuti dopo il crollo totale delle Torri, c’è una coppia di passanti in fuga che chiede disperatamente a Spider-Man dove fossero lui e i suoi colleghi supereroi, e perché avessero consentito tutto questo. Nelle prime pagine non c’è nulla di controverso o che possa sapere di americanismo, ma solo eroi Marvel che tentano di salvare più vite possibili tra le macerie, esaltando quanto pompieri, poliziotti e uomini comuni fossero “i veri eroi”.

Il messaggio dell’Average Joe, uomo comune che si scopre eroe nel suo piccolo, negli anni successivi sarà molto strumentalizzata e ingigantita nei media americani: qualcuno lo farà con cognizione di causa, come Sam Raimi nel suo primo Spider-Man, uscito appena 7 mesi dopo l’11/9, coi newyorchesi che prendono a sassate il Goblin, qualcun altro in modo abbastanza inutile e zuccheroso (la scena della gru di The Amazing Spider-Man 10 anni dopo, gratuita e fuori tempo massimo), qualcun altro invece in modo piuttosto goffo e irritante (il vecchietto che si ribella a Loki su The Avengers… meglio non pensarci).

Il lato controverso della storia è ovviamente riconducibile alla scena di Kingpin, Magneto, e il Dottor Destino che impietriti guardano la scena, con quest’ultimo che si mette a piangere di fronte a tanta crudeltà: un mafioso, un suprematista mutante, e un uomo che ambisce a dominare il mondo (detto nel modo più semplicistico possibile, Destino è in realtà un villain complesso e con mille sfaccettature) piangere per un attentato fa un po’… strano. Se da una parte bisogna considerare che la storia fu pubblicata appena 3 mesi dopo gli attacchi tutt’altro che metabolizzati, che la Marvel e la maggior parte dei suoi autori hanno sede a Manhattan, e di conseguenza hanno vissuto quel giorno di terrore come tutti i newyorchesi, dall’altra una vignetta del genere all’occhio di molti non sembra aver superato al prova del tempo, venendo realizzata – un po’ come tutta la storia – più con la pancia che con la testa, facendo leva su sentimentalismi abbastanza facili, e un po’ moralisti come solo “il codice d’onore tra criminali” può essere, quanto comprensibili per l’epoca, un’epoca in cui per un newyorchese non ragionare di pancia era tutt’altro che semplice.

Ma al contrario di quanto spesso si dice, l’influenza dell’11/9 nei fumetti andò ben oltre questa storia.

Il giorno in cui l’ottimismo morì anche per i fumetti

L’11/9 divenne da subito l’inquietante “biglietto da visita” al 21esimo secolo anche a causa della sua macabra spettacolarità: un’immagine così potente, con i due edifici più alti del mondo che crollano per degli schianti aerei, sembrava venire da un film; o da un fumetto, dove la teatralità e la spettacolarità sono da sempre alla base dei super-criminali. Avessero detto di due aerei dirottati contro le Torri a qualcuno prima del fattaccio, quel qualcuno si sarebbe fatto una risata trovandolo un piano che avrebbero potuto architettare al massimo il Dr. Destino o Magneto, non di certo qualcuno del mondo reale.

La guerra e la violenza più cruda, fino ad allora visibili solo nei TG con immagini provenienti da paesi dai nomi impronunciabili per l’uomo medio occidentale, erano arrivate nelle metropoli americane, e il fatto stesso che a fare cronaca della Storia con la S maiuscola, stavolta non fossero giornalisti ma i cittadini, “la visuale dal basso” che oggi con gli smartphone siamo abituati a vedere, fu uno stravolgimento non da poco: la prova che la guerra non fosse più solo nel “pericoloso Oriente”, nello “sconosciuto Sud-America”, o nella “da-sempre-disastrata Africa”, ma nella rassicurante New York. Nessuno era più intoccabile. Si aprirono le porte a una società più cinica, sospettosa e disillusa… non esattamente l’habitat ideale per eroi in calzamaglia con superpoteri: il mondo reale aveva mostrato tutta la sua follia, e ora lo stesso mondo reale e quello di fantasia sarebbero stati costretti a incrociarsi per sperare che quest’ultimo venisse ancora preso sul serio.

Nel 2001 il XX secolo, con la sua incredibile alternanza di meraviglie e orrori, è ormai storia. Non è solo un secolo, ma un intero millennio ad essere alle spalle, e con uno nuovo, il 2000, così apparentemente futuristico e ottimista già solo dal suono, un po’ per la sua data simbolica (provate a dire la parola “duemila”… suonerà ancora futuristica nonostante sia passato da 20 anni), un po’ perché il futurismo che ispira è tangibile e reale grazie ad una serie di innovazioni tecnologiche prima ipotizzabili solo nei libri di fantascienza, e un po’ per un mondo sempre più globalizzato e connesso.

Gli anni ’90, guerre jugoslave a parte, sono stati forse il periodo relativamente più spensierato della storia occidentale recente: conflitti interni pressoché superati (almeno considerando che una volta “conflitto” in Europa voleva dire guerra aperta), una Unione Europea solida come non mai, consolidata dall’imminente arrivo dell’Euro, la caduta dell’URSS che seppellì la Guerra fredda dopo 50 anni, un generale benessere economico, e social ancora lontani dall’arrivare per farci scoprire da quanti psicopatici fossimo in realtà circondati. E poi, improvvisamente, il ritorno alla cruda realtà durante una mattinata newyorchese.

Dal 11/9 in poi, i fumetti inseguirono sempre di più una certa dose di realismo, di disillusione, e di enorme cinismo, seguendo i cambiamenti che la società stessa stava affrontando, e creando la più grande decostruzione del supereroe che si fosse mai vista dal 1986, quando la doppietta WatchmenIl ritorno del cavaliere oscuro sconvolse l’industria. Improvvisamente, parlare di attualità divenne un obbligo non scritto. Storicamente i fumetti di supereroi tendevano ad essere super-partes con meno implicazioni politiche possibili, poi il Governo americano agli occhi dei cittadini perse definitivamente la sua innocenza negli anni ’70 col Vietnam e il Watergate, e da allora non fu più tabù ironizzare e contestare le politiche del paese senza passare per un media filo-democratico/repubblicano. Con l’11/9 ci si spinse ulteriormente oltre.

Presidenti come Kennedy, Reagan, Truman, Clinton, Ford erano già apparsi esplicitamente nei fumetti, ma per brevi camei e per vignette fini a sé stesse, ma la figura di Bush Jr. fu la prima ad essere usata per atti politici veri e propri, la prima a cui fosse data una “personalità”, buona o cattiva che fosse. Una faccia e un nome che si prendesse la responsabilità di eventi e decisioni controverse, seppur fittizie, come i super-soldati di Ultimates, o la Registrazione dei super-umani su Civil War. Ironico pensare a quanto la Marvel fosse politicizzata senza paura una decina di anni fa, e come adesso invece i piani alti spingano per mantenerla apolitica: l’anno scorso Art Spiegelman, autore di Maus, fu censurato per aver paragonato Donald Trump al Teschio Rosso. Un’accusa tutto sommato innocente, se paragonata alla ferocia politicamente scorretta che ebbe Ultimates con Bush e Cheney. Ma quando sei di proprietà della Disney, purtroppo questo è quel che passa il convento. E, a proposito di Ultimates

Se l’11 settembre avesse un altro nome, si chiamerebbe proprio Ultimates

Come dicevo prima, l’eredità dell’11 Settembre ai supereroi e alla narrativa in generale non si limitò a quella storia: la popolarità delle teorie complottiste, già esistenti ma prima generalmente storielle divertenti da spernacchiare e di cui ridere, crebbero parallelamente al primo grande boom di internet, che dalle dinamiche poco chiare dietro il crollo delle Torri fecero scaturire teorie del complotto, verità nascoste, piani governativi oscuri, poteri forti che agiscono nell’ombra, e servizi segreti che muovono i fili… tutti elementi che divennero la nuova grande moda, che da moda si tramutò presto in qualcosa di più, fino a sfociare nei vari movimenti come Anonymous, ulteriormente rafforzati nelle loro credenze da eventi come la fuga di notizie di WikiLeaks o la crisi economica del 2008, vista come un piano del Nuovo ordine mondiale. Parole come “Nuovo ordine mondiale” e “massoneria”, già esistenti da tempo, ebbero un picco di popolarità, e la cultura del sospetto, dei complotti, e del “ci nascondono qualcosa”, a cui oggi siamo tristemente abituati era definitivamente nata.

Alla Marvel nel 2001, in questo clima di segreti, complotti di stato, governi onnipresenti, e ipermilitarizzazione già presente nel “nuovo” cinema, Mark Millar, a cui furono affidate le chiavi di Ultimate X-Men e Ultimates, nuovissime versioni degli X-Men e dei Vendicatori ambientate in un universo alternativo, ideate per adattare gli eroi Marvel al nuovo millennio, trovò la formula perfetta. Se i Vendicatori dei fumetti sono un gruppo di eroi nati spontaneamente e del tutto indipendenti, gli Ultimates sono invece un gruppo para-militare creato a tavolino dal governo per contrastare il terrorismo, che collaborano indissolubilmente con lo SHIELD (che in questa nuova fase della Marvel assunse più importanza che mai, in quanto entità a stretto contatto coi segreti di stato): sono insomma la realizzazione dell’atto di registrazione di supereroi che Millar stesso creerà 5 anni dopo con Civil War.

Lo SHIELD stesso appare molto diverso rispetto alla controparte classica: non più un concentrato di tutine aderenti e tecnologia futuristica, ma un insieme di men in black, tute mimetiche, armi tutto sommato “reali”, e pregno di segreti di Stato.

Ultimates è il fumetto che più rappresenta la società americana post-11/9, e proprio per questo non è esattamente una storia di supereroi (gli Ultimates stessi appaiono molto poco in costume): non ci sono buoni e cattivi, ma solo pedine di un mondo perennemente in guerra. I membri stessi del gruppo, nonostante siano gli eroi della storia, da Capitan America, a Occhio di falco, a Wasp, non si comportano esattamente in modo eroico. Capitan America in particolare appare molto più simile a un freddo soldato americano che a un eroe: accetta missioni internazionali in Iraq per conto del governo, uccide quando necessario, agisce con fede quasi cieca agli ordini dei suoi superiori, ed è più vicino al rappresentare l’imperialismo militare americano che gli ideali di giustizia della sua controparte classica.

Essendo un’espressione governativa in un momento piuttosto controverso nella storia degli USA, gli Ultimates al contrario dei Vendicatori non possono proprio definirsi dei “buoni”. Se diventare un Vendicatore nell’universo classico era motivo di orgoglio e ambizione per ogni eroe, stavolta far parte degli Ultimates è visto come far parte di un gruppo di picchiatori fascisti, come dei soldati a cui presto, tra una invasione aliena e l’altra, sarà chiesto di invadere Iraq, Siria o Iran in nome dell’imperialismo americano. E in effetti, andrà proprio così.

Nella seconda stagione di Ultimates (veniva diviso in stagione come le serie televisive per dare più tempo a Bryan Hitch per disegnare) dopo aver partecipato a missioni in Medio Oriente, gli Ultimates si sono definitivamente confermati come braccio armato del Governo, se non addirittura come “minaccia preventiva” alla stregua delle armi nucleari. Il colonialismo americano in Medio Oriente spinge i governi locali repressi a ripagare gli USA con la stessa medicina, collaborando per riuscire a riprodurre il siero del super-soldato di Capitan America e attaccare le principali metropoli americane tramite un super-gruppo noto come i Liberatori, rappresentati dalle nazionalità che più si sono scontrate con gli USA dopo la Seconda guerra mondiale (ex URSS, Corea, Iraq, Siria, e così via), con lo scopo di rovesciare il governo guidati dal semplice contadino azero Abdul Al-Rahman, espostosi al nuovo siero del super-soldato.

Ma i Liberatori non sono dei terroristi, e non hanno interesse ad uccidere innocenti, ma sono solo cittadini comuni dei paesi oppressi dagli USA, attrezzatisi con i loro stessi mezzi per punire “il grande Satana” (celebre aggettivo con cui l’Iran definì gli USA nel 1979), colpendo gli Stati Uniti con un colpo di stato. Nonostante i Liberatori possano sembrare i cattivi della storia, sono in realtà la ribellione all’imperialismo americano, al contrario degli Ultimates che sembrano più dei carnefici difensori dello status quo che non della giustizia.

Se Ultimates si fece specchio dell’11/9 sin da subito anche grazie alla sua uscita (il primo uscì 6 mesi dopo l’attentato), Ultimate X-Men debuttò a febbraio 2001, 6 mesi prima, attualizzandosi alla nuova politica estera strada facendo: Magneto e la sua Confraternita dei mutanti come modus operandi appaiono più simili a Bin Laden e ad Al-Qaeda che al gruppo di super-criminali che erano nella versione classica: uccidono innocenti, fanno attentati intimidatori (su Ultimate War Magneto fa esplodere il ponte di Brooklyn non con dei super-poteri, ma con delle comunissime bombe), e mandano video-minacce alla CNN da distribuire in mondovisione. Magneto stesso è definibile come un terrorista a tutti gli effetti, molto più estremo della sua versione classica (piena sì di risentimento verso l’umanità, ma non così tanto da sfociare nel genocidio come nella versione Ultimate) che comprende nella sue manovre piani simbolici come marciare sulla Casa Bianca – con tanto di bandiera americana in fiamme – per umiliare George W. Bush davanti a tutto il mondo.

La seconda giovinezza di Capitan America e Civil War

L’universo classico Marvel non fu da meno a queste influenze, soprattutto dopo l’enorme successo che gli Ultimate stavano ricevendo anche grazie alla loro estrema attualità, anche a partire dall’estetica, con costumi sempre più sobri, realistici e militarizzati sia esteticamente che a livello tecnologico (anche se a popolarizzare questa tendenza sarà più il Batman di Nolan). Sempre nell’universo Marvel classico proprio in quegli anni nasce un nuovo gruppo, gli Illuminati, una fazione segreta formata da Namor, Mr. Fantastic, Freccia nera, il Dr. Strange, Iron Man e Charles Xavier: un gruppo con l’obiettivo di monitorare, archiviare, e se necessario modificare e influenzare nell’ombra, tutti gli avvenimenti in corso nel mondo dei supereroi. Tutto in gran segreto… un sorta di loggia massonica in salsa supereroistica. Il nome stesso, Illuminati, prese ovviamente spunto dalla storica società segreta del ‘700, della cui esistenza non si è mai avuta la certezza.

Con lo spionaggio e le controverse dinamiche governative tornate in auge, il personaggio che più trovò una seconda giovinezza fu proprio Capitan America, ora rappresentato come un idealista che non combatteva più per la propria bandiera, ma che ambiva a rappresentarne il lato migliore, senza paura di scontrarsi con i suoi rappresentanti. La cosa non era proprio una novità: già negli anni ’70, durante gli anni del Vietnam e del Watergate, la Marvel propose uno Steve Rogers deluso e amareggiato da quello che l’America era diventata, e non riconoscendosi più nei suoi valori, abbandonò i panni di Capitan America per indossare quelli di Nomad, eroe senza bandiera né patria. Pur mantenendo costume e identità, la Marvel propose uno Steve Rogers simile nel contesto dell’11/9, una figura volutamente fuori dal tempo, che lottava per gli ideali con cui era cresciuto nonostante il suo stesso Paese facesse di tutto per allontanarsene. E proprio questa fu la base del suo ruolo su Civil War.

Quando si parla di Civil War, lasciate proprio stare il film. Divertente, ma del plot del fumetto non ha nulla, se non i primi 15 minuti e stop. Civil War parlava della vera grande questione sollevata dall’11/9: si può rinunciare alla propria libertà per avere in cambio più sicurezza?

Se l’eredità del crollo delle Torri si potesse sintetizzare in una parola, quella sarebbe “paranoia”, una paranoia da cui scaturirà l’ossessione per la sicurezza degli anni successivi, ulteriormente rafforzata dai nuovi attentati. Tutt’oggi in Italia in tutte le stazioni della metro (o anche in punti turistici come Piazza Venezia o Piazza della Repubblica qui a Roma) c’è un presidio fisso di militari come conseguenza agli attentati di Parigi del 2015: solitamente la presenza di militari in strada è qualcosa presente solo in paesi sotto dittatura, o in inquietanti scenari Orwelliani; ora, nonostante qualcuno voglia sostenere il contrario, grazie a Dio in Italia sotto dittatura non ci siamo affatto, eppure, anche il semplice fatto che gruppi di militari per strada ci generino indifferenza, come fosse una cosa normale, è il segno evidente che qualcosa è andato storto durante il percorso.

Il plot di Civil War parte proprio da questo: all’inizio del fumetto i super-umani sono sotto la lente di ingrandimento dopo che uno sciagurato scontro tra i New Warriors, un gruppo di eroi giovani, esaltati, e inesperti, e un gruppo di supercriminali è sfociato nella strage, con un intera città fatta saltare in aria, inclusa una scuola elementare, senza sopravvissuti. L’America non ne può più di supereroi incontrollati e senza addestramento, e la risposta del Governo americano davanti all’ennesima, distruttiva, azione dei supereroi prende una decisione drastica e definitiva: prendere ogni super-umano d’America, sfruttarne i poteri come unità anti-terroristica per la sicurezza nazionale, e autorizzarlo a operare solo su decisione governativa come fosse un vero e proprio soldato… chiunque non lo farà sarà considerato un criminale.

Etichettare gli oppositori come criminali fu una voluta estremizzazione di un messaggio molto presente nell’America post-11/9, quella che vedeva accusare chiunque contestasse le politiche di Bush in Iraq come “non patriottico” o “anti-americano”. Nulla di cui stupirsi, nel paese che da sempre trova uno dei suoi motti più popolari in “America, love it or leave it” (amala o vattene).

La comunità dei supereroi si trova quindi spaccata, tra chi lo trova un giusto compromesso in cambio della maggior sicurezza del Paese, e chi invece crede sia una pericolosa violazione delle proprie libertà personali, con il rischio che il Governo possa sfruttare i super-umani come arma, se non addirittura per scopi personali in Medio Oriente… un’ipotesi che, in piena guerra in Iraq, non sembra tanto distante dalla realtà.

Come detto sopra, l’11 Settembre spianò la strada al cinismo e alla cultura del sospetto che poi troveranno uno sfortunato seguito nella crisi economica del 2008, vera e propria legittimazione finale a cattiveria gratuita, cinismo sfiducia nel futuro. I giornali usarono per la prima volta la parola “crisi” nell’estate 2008, l’estate in cui il mondo più che mai pose le basi per gli anni che viviamo. La crisi che farà sfociare sempre più persone nel populismo più becero troverà infatti libero sfogo con la cattiveria dei social, che cresceranno parallelamente ad una società sempre più infelice e pessimista: sempre in quell’estate, quella del 2008, Facebook, da sito pressoché sconosciuto, registrò uno storico aumento di registrazioni del 961%, posando la proverbiale prima pietra su un sistema che si espanderà a macchia d’olio influenzando da subito la quotidianità delle persone: nasce la condivisione social moderna che oggi ci sembra esistere quasi da sempre.

Se parlo di “estate 2008”, e di come abbia “creato” il decennio successivo in un articolo sull’11/9 c’è un motivo ben preciso, soprattutto visto che si parla di fumetti: è in quell’estate che escono Iron Man e Il cavaliere oscuro al cinema. Se Iron Man ha fatto la storia del Cinema dando inizio al franchise cinematografico più redditizio di sempre, spingendo l’intera industria a replicare (senza successo) stessa formula fatta di universi condivisi ed espansi e franchising ossessivo per un intero decennio, Il cavaliere oscuro non è da meno.

Dopo Matrix, la pellicola di Nolan, insieme a Batman Begins, fu il primo standard di riferimento per Hollywood su “come” dovesse essere un film di successo, quello che tutti volevano essere: una versione più realistica, disillusa, e dark (termine usato abbastanza a sproposito) di un franchise radicato negli anni… un’altra ricerca ossessiva che l’intera industria del cinema seguì con enfasi, con rari successi (Casino Royale), e parecchi flop (L’uomo d’acciaio, Robin Hood, The Amazing Spider-Man). Probabilmente tra i vari motivi dietro al successo del suo Batman ci fu anche l’aver catturato lo zeitgeist del suo tempo, con l’eroe militarizzato che intraprende “la guerra al terrore” con cattivoni realistici come terroristi, anarchici, radicali e fondamentalisti che vogliono abbattere Gotham in quanto simbolo della prosperità americana… i “grandi nemici” che Al-Qaida aveva regalato alla narrativa occidentale (ricordate il “Certi uomini vogliono solo veder bruciare il mondo” di Alfred?).

Ad “aggiornare” la DC a questo nuovo tipo di narrazione, paradossalmente, ci pensò sempre la Marvel con Supreme Power, fumetto che aveva l’obiettivo di rilanciare lo Squadrone supremo. Probabilmente non ne avrete mai sentito parlare, ma lo Squadrone supremo fu una palese parodia della Justice League creata nel 1971, un supergruppo di eroi formato da Hyperion (modellato su Superman), Zarda (Wonder Woman), Blur (Flash), Nighthawk (Batman), Dr. Spectrum (Lanterna Verde), a lungo relegata a storie di serie B, ma che nel 2003 si ritrovarono ad essere una delle riviste Marvel più apprezzate, con un reboot perfettamente a tema coi tempi, molto più estremo e cinico della controparte originale, che rispettandone tutti i canoni può definirsi un po’ lo stereotipo del restyling di quegli anni, dalla decostruzione del supereroe, ai costumi sobri e realistici, ad un maggior uso della violenza, e ad una certa ricerca del realismo. Ma di Supreme Power ci sarebbe così tanto da dire da meritare un articolo a parte.

Sono passati 19 anni, e l’11/9 ha lasciato una macchia indelebile tanto nella società quanto nella narrativa, molto più profonda e radicata di quanto si pensi. Chissà per quanto ancora le sue terribili conseguenze saranno palpabili. Se South Park sostiene che, passati 10 anni, si possa ironizzare su tutto, chissà se dopo 20 non si potrà finalmente andare oltre.

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