La morte può attendere. La qualità, anche.

2002. La saga di James Bond era già passata per diversi capitoli figli della voglia di strafare, ma davanti a La morte può attendere persino al veterano Roger Moore sembrò che si stesse un tantino esagerando: «macchine invisibili!? Ma che è!?!? E ve lo dice quello a cui è toccato andare nello spazio!!!».

L’ultimo film del ciclo Pierce Brosnan arrivò in un periodo in cui era d’obbligo farsi belli con le cose tridimensionali fatte con il computer, quelle che quando le vedeva un papà o uno zio ti diceva «ma guarda un po’ che riescono a fare oggi nei films!», e poi magari erano ‘sta cosa:

Sempre attenta ad intercettare le mode del momento e decisa a non smentirsi, la saga di 007 decise di cavalcare l’onda.

Io sono il tipo di persona che queste cose le trova simpatiche pur nella loro idiozia, non mi metterei mai a battere i piedi per terra e a gridare «MA È TRAAAAASH!!!», figuratevi. Però ecco, pur non potendo negare che ci si diverta spesso, ci sono un po’ di cose che a riguardare La morte può attendere mi provocano effettivamente un certo imbarazzo. E no, non è un imbarazzo dovuto all’assurdità di quel che sto guardando (guardare i film e trovarsi davanti a cose assurde è una cosa buona che fa bene al cuore), ma è più per la matrice di questa assurdità: la sensazione, che fa fatica a sparire per tutte le due ore e passa di proiezione, è quella di trovarsi davanti ad una cosa vecchia (la saga festeggiava proprio nel 2002 i suoi 40 anni) che per sembrare moderna ed aggiornata le prova proprio tutte, con un approccio per nulla lucido.

La CGI sta impazzando in quel di Hollywood? Bene, ogni scusa è buona per utilizzarla, abbondiamo, facciamo fare il surf tra i ghiacci a Bond e poi perché no, facciamo questo:

Ripeto, a me va benissimo, fa ridere, però fa anche tenerezza. È tipo Alex Britti che fa la trap (che, per inciso, esiste). Insomma, è un po’ troppo. E – per dirla à la Roger Moore – ve lo dice uno che nella vita, tra le altre cose, ha difeso Batman & Robin.

A proposito di Batman & Robin, mi è venuta in mente una cosa: La morte può attendere è il Batman & Robin della saga di James Bond.

Non so se sono il primo ad averci pensato, ma preferisco non controllare e fingere di sì, anche perché è un parallelo interessante: entrambi hanno fatto dire a chi produceva il franchise «okay, diamoci una calmata» ed entrambi sono film assolutamente pazzi, senza vergogna e che rievocano un certo camp di stampo sixties, il film di Joel Schumacher con i rimandi al serial televisivo di Batman con Adam West e questo… anche!

E poi, per chiudere in bellezza, entrambi hanno a che fare con i diamanti e col ghiaccio:

Certo, va detto che Batman & Robin almeno ha una visione, mentre questo film certi elementi li tira fuori semplicemente annaspando alla ricerca di trovate spettacolari atte a stupire il più possibile. Ma non sempre si tratta di uno spettacolo infelice, intendiamoci. La primissima sequenza action con Bond in Corea del Nord promette assai bene: il ritmo è ottimo, Brosnan si conferma deciso, a suo agio e semplicemente perfetto per il ruolo; ma soprattutto è suggestiva l’idea di dare una funzione narrativa agli immancabili titoli di testa, con Bond che viene tenuto prigioniero in Corea e torturato dagli sgherri e dalla canzone di Madonna.

In generale, la prima parte con Bond estromesso dall’M-I6 e messosi in proprio è avvincente, fino a che non incontriamo la sempre super-carismatica Halle Berry e non parte la deliranza. Non che sia colpa sua, è solo che è il suo arrivo a sancire la discesa frenetica del film verso il nonsense: mi chiedo da anni perché durante la loro scena di sesso lei mangi un frutto. Boh. Comunque poi arrivano coreani che si sottopongono a interventi per cambiare faccia e diventano inglesi arrogantelli, duelli di spada all’ultimo sangue nati per un nulla, satelliti con specchi parabolici che sciolgono i posti servendosi di una discutibile CGI, palazzi di ghiaccio, macchine invisibili e, giusto per non farsi mancare nulla, pure un’armatura che manda scariche elettriche per il villain.

Immagino abbiate intuito che nel film non smettono mai di succedere cose, e questo da una parte è il suo più grande pregio: è un gigantesco contenitore di idiozia sfacciatissima, quindi spinge sull’acceleratore. Il divertimento infatti non manca, questo almeno per i fan di Bond, per i quali è stata messa su una divertente caccia alla citazione, con continui riferimenti ai vari film che hanno caratterizzato i 40 anni di storia del personaggio al cinema. Peraltro va tenuto a mente che questo delirio ha il merito di aver “creato” quel Capolavoro di Casino Royale, che nasceva – al pari di un Batman Begins – dalla necessità di far prendere nuovamente sul serio il nostro agente doppio 0 preferito.

Certo spiace per Brosnan, che nei film precedenti aveva fatto un lavorone e che qui suo malgrado deve mettere un po’ da parte le sfaccettature più interessanti: non ha più la grinta giovanile di GoldenEye per ovvi motivi, ma gli manca anche la cupa rassegnazione che aveva lasciato intendere ne Il domani non muore mai e soprattutto nel sottovalutato Il mondo non basta. Poi ha la consueta eleganza, ha imparato a dire meglio le battute, sia quelle orrende che quelle carine («un Vodka Martini. Con un po’ di ghiaccio, se ne avete» mentre si trova nel palazzo di ghiacco del villain. Ho riso forte, bravo Pierce) ed è sempre fico quando ammazza gente, ma arrivato alla fine del suo percorso non riesce ad uscire di scena senza lasciarci con l’amaro in bocca. L’uomo giust(issim)o nel momento sbagliato. Meritava di meglio.

Comunque se non altro si tratta di un film memorabile, anche se per le ragioni sbagliate. Dal canto mio, quando lo vidi avevo 8 anni e fu il mio primo Bond, oltreché il primo DVD acquistato in assoluto per inaugurare quel rivoluzionario supporto che non costringeva a riavvolgere i film a fine visione. Insomma, è l’ennesimo film zimbello dei cinefili di cui riconosciamo i demeriti ma che a noi fa simpatia. Pazienza. Comunque per Bond sarebbero arrivati tempi migliori, e non vediamo l’ora di parlarvene.

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