Torniamo in sala: Little Joe – La recensione

Alice Woodard è una esperta plant breeder a lavoro su una pianta che, se trattata con premura, rilascia un ormone in grado di rendere felice il suo proprietario. O almeno così dovrebbe essere. Qualcosa comincia ad andare storto fin da subito, quando il figlio di Alice entra in contatto con la pianta ed appare immediatamente diverso, emotivamente “sterilizzato”, appiattito. La stessa cosa comincia a succedere ai colleghi di Alice in laboratorio, fino a quando la donna si trova sola nel disperato tentativo di mettere fine a una situazione che ha ormai preso tragicamente piede.

L’idea di base di Little Joe è quella di realizzare una versione tra sci-fi e thriller psicologico de La piccola bottega degli orrori, in cui la pianta bisognosa di attenzioni invece di mangiare la gente è in grado di agire sulla sua psiche, manipolandola. È una buona idea. Ottima, anzi. Partire da un omaggio (evidente) per costruire qualcosa di totalmente diverso – lontano dallo humor del capostipite di Roger Corman e dalla vivacità della versione musical di Frank Oz – poteva portare ad un film memorabile e realmente spaventoso. Little Joe però curiosamente si rifiuta di rispettare le aspettative dello spettatore in cerca di orrore, puntando sui suoi temi, sulla riflessione, procedendo lento e disteso.

Il mood “delicato” è avvolgente e a lunghi tratti davvero efficace, oltre ad andare di pari passo con l’emotività distorta dei personaggi che popolano il film, apparentemente “calmi”, convinti di essere scevri da vibrazioni negative ma comunque capaci di gesti malvagi. Di per sé non è un approccio sbagliato, ma si dimostra pavido nei momenti decisivi.

Il film infatti costruisce discretamente la tensione, ma sbriga i suoi momenti potenzialmente più spiazzanti fuori campo, precludendosi la possibilità di lasciare davvero il segno. Sembra quasi che nei momenti più inquietanti la regia si senta in colpa ad infierire, che cerchi di rendere la nostra esperienza il più possibile indolore, senza farci sentire fino infondo il disagio e la frustrazione che si pone di raccontare.

Ci sono però elementi che valgono decisamente il prezzo del biglietto, come la convincente prova della protagonista Emily Beecham e l’ottima fotografia di Martin Gschlacht, sempre “viva” e tesa a rafforzare l’atmosfera di ogni scena. La regista austriaca Jessica Hausner permea il film di un tocco elegante e di una sensibilità che non mancherà di farsi apprezzare da chi è in cerca di un thriller che eluda i soliti meccanismi, e anche se le sue ambizioni non trovano piena realizzazione va detto che l’intuizione di rendere l’apatia un “morbo”, capace di creare mostri calmi, emotivamente ottusi ed incontrastabili, ha un certo fascino.

Di buono c’è quindi che non ci si annoia e che in campo troviamo sicuramente molto talento ed una certa ambizione, peccato che il risultato sia un film valido ma tutto sommato inoffensivo.

Little Joe da oggi è in sala. Distribuzione: Movies Inspired.

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