Scott Pilgrim vs. the World ha nobilitato la moda nerd

2010. Il Marvel Cinematic Universe è lì lì per esplodere, nel giro di un paio d’anni uscirà The Avengers e assisteremo alla definitiva standardizzazione del cinecomic. Ma c’è ancora un po’ di tempo, si possono tentare altre strade per portare il linguaggio del fumetto su schermo, nessuno studio ha l’ansia di replicare un modello di sicura presa sul pubblico. È quindi l’anno in cui Matthew Vaughn realizzerà Kick Ass, ma soprattutto quello in cui Edgar Wright realizzerà Scott Pilgrim vs. The World.

Oggi molti di voi conoscono e adorano (giustamente) questo film pazzo e visivamente fuori scala: la regia creativa e iperbolica di Wright, il cast simpatico ed in parte, la colonna sonora tra Indie e Garage Rock ed i gustosi riferimenti nerd. A vederlo è un film così grosso, così ritmato e divertente e innovativo che quasi ci si scorda che fu un sonorissimo flop: 48 milioni di dollari di incasso a fronte degli 85 milioni del budget. Qui a Roma lo diedero in due sale, e in nessuna delle due per più di due giorni. Stesso trattamento che Wright riceverà (almeno qui) con La fine del mondo. Come spesso accade, lo status di cult movie arrivò dopo.

Scott Pilgrim è un ventiduenne nerd che vive nell’innevata Toronto, è appassionato di retrogaming, suona il basso in una band Garage Rock ed esce con una diciassettenne, Knives Chau, scelta controversa ed ampiamente dibattuta nella sua cerchia di amici/conoscenti. Presto conosce Ramona Flowers, la ragazza dei suoi sogni (letteralmente: la sognerà prima di scoprire che esiste sul serio), così tronca la relazione con Knives e ne comincia una con lei. Le cose però si complicano immediatamente: Scott si trova costretto ad accettare la sfida all’ultimo sangue con i sette malvagi ex fidanzati di Ramona, ancora ossessionati da lei e determinati ad impedire che possa mai più impegnarsi sentimentalmente con qualcuno.

Tratto dall’omonimo fumetto di Bryan Lee O’Malley (che seguì molto da vicino lo sviluppo del film) Scott Pilgrim vs. The World è un cinecomic che fa dell’estetica e della creatività il suo punto fermo, con soluzioni di regia, montaggio e VFX che evidenziano la sua matrice fumettistica. E siccome il fumetto da cui è tratto deve molto del suo fascino alle suggestioni da videogame d’epoca, il film abbraccia con grinta anche quell’immaginario, con citazioni plateali a Zelda e Pac-Man ed un impianto visivo e narrativo che ci dà l’impressione che lo schema e le modalità con cui il protagonista affronta le sue sfide siano quelle di un videogame (con ulteriori citazioni più o meno sottili a Mega Man, Mario Bros.). Insomma, il film nerd per eccellenza per noi del 21esimo secolo, che ha contribuito con la sua crescente fama a plasmare l’immaginario geek moderno e soprattutto a renderlo appetibile, a dargli una dignità, sicuramente più di Big Bang Theory (a cui spesso viene attribuito questo merito) ed il suo mondo artefatto pregno di umorismo mediocre e pigre strizzate d’occhio.

A differenza di Sheldon Cooper e la sua combriccola infatti Scott Pilgrim e soci sono sì nerd, ma non in quel modo pigro ed eccessivamente ostentato: i loro gusti musicali, fumettistici e videoludici si fanno strada attraverso una scrittura onesta che li definisce innanzitutto come personaggi. Scott Pilgrim vive problematiche con cui viene facile immedesimarsi, che siate o meno fissati con la stessa roba con cui è fissato lui. Certo, se poi lo siete diventa il film della vita, ma quello è un altro discorso. Come dicevamo si trattò di un flop immeritato, vittima principalmente di un mero problema di tempismo: uscire nello stesso periodo di The Expendables in America non ha aiutato, gli incassi si sono aggirati intorno ai due spicci ed è arrivato da noi con la Universal che ormai non ci credeva più nemmeno alla lontana.

Se il tempismo maldestro è un dato oggettivo – e forse ci si potrebbe mettere in mezzo anche il fatto che il fumetto da cui è tratto il film non fosse poi conosciutissimo – pare che fu anche la scelta di Michael Cera come protagonista a rivelarsi penalizzante: semplicemente non era un attore nelle grazie del pubblico, e puntare su di lui a livello commerciale fu un azzardo. Però era perfetto, già solo per un fatto estetico: non un belloccio conciato da nerd, ma un nerd vero conciato da nerd vero. La sua goffaggine prestata alle scene di combattimento crea un contrasto divertente, una dissonanza che marca ancora di più l’effetto videogiocoso del tutto, regalando al protagonista mosse iperboliche di cui non lo crederemmo capace in un contesto “realistico”. E poi è un attore solido, forse non particolarmente versatile ma capace di notevoli sfumature drammatiche e ottimi tempi comici. In generale gli tocca trainare il film, e ce la fa. Se non fosse stato convinto, ma soprattutto convincente, la barca sarebbe affondata, e così non è.

Dall’altra parte abbiamo una Mary Elizabeth Wistead memorabile nel ruolo della fiamma del protagonista, Ramona Flowers. La Winstead ha infatti il difficile compito di interpretare un ideale, la tipica fantasia del maschio nerd, senza però risultare per questo macchiettistica o bidimensionale. La rassegnazione con cui Ramona deve adeguarsi alla follia che la circonda è resa molto bene, gli sparuti momenti che ne descrivono il lato umano sono puntuali, efficaci e guardati da vicino rivelano un personaggio molto più “pensato” di quanto potrebbe sembrare. Interessante notare anzi come spesso non si comporti affatto come un personaggio “piacevole”, senza per questo farsi detestare dai protagonisti e sottolineando anzi come a Scott infondo importi più idealizzarla che conoscerne sul serio le varie sfaccettature.

Menzione d’onore per i comprimari: Kieran Culkin, Anna Kendrick, Aubrey Plaza, Brie Larson; tutti scelti con criterio e perfettamente in parte, capaci di rimanere impressi nonostante i ruoli relativamente marginali grazie alla convinzione con cui si mettono al servizio della regia ‘coreografica’ di Wright, che come nella Trilogia del Cornetto e in Baby Driver lavora tenendo bene a mente i tempi del montaggio e come quest’ultimo darà risalto alle trovate comiche e non. Se l’estetica da fumettone/videogame non è stucchevole è grazie alla maniacale cura del dettaglio, alla fotografia superba di Bill Pope (Matrix, Spider-Man 2 e 3) e ad un generale gusto sopraffino per l’estetica da fumetto.

Avete presente quando si dice che un film è bello “ma un po’ invecchiato”? A 10 anni di distanza Scott Pilgrim vs the World proprio non accenna a dare questa impressione, anzi, rispetto al blockbuster per adolescenti medio di oggi sembra 10, 20, 30 anni avanti. Se entrassi in sala senza sapere assolutamente nulla e mi trovassi davanti un film del genere imploderei. Ed è una cosa che mi (e vi) auguro di vivere, prima o poi.

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