Brosnan all’apice, Bond meno: Il mondo non basta (1999)

Okay, ci siamo, il Terzo Millennio è letteralmente alle porte. È il 1999, quasi il 2000 (!!!) ed il mondo non è ancora stufo di James Bond. Ma, come si suol dire, «il mondo non basta». No, non è vero, non si usa per niente dire una cosa del genere. Il titolo ancora una volta non significa nulla. Viene pure citato in maniera diegetica dallo stesso Bond in una scena particolarmente tesa e drammatica, ma resto poco convinto.

Il mondo non basta è il terzo film da 007 per Pierce Brosnan. Non il migliore del suo ciclo, ma quello in cui il suo lavoro con il personaggio raggiunge le vette più alte. Nell’arco dei due film precedenti infatti ha capito davvero cosa fare con James Bond, si vede, e la sua convinzione e la sua dedizione sono talmente commoventi che il fatto che il film non sia sempre alla sua altezza non deve rappresentare una scusa per i fan di Bond: sì, sono due ore più o meno della stessa solfa, ma a tralasciarlo ci si perde davvero uno dei Bond migliori visti in un film. Brosnan è affascinante, divertente, e stavolta più freddo ed implacabile che mai. Io vi ho avvisati.

Dicevamo, “più o meno la stessa solfa”. “Più o meno” perché il film ha più di una freccia al suo arco, a partire da certi temi non proprio leggerissimi per un film mainstream (che peraltro fu l’incasso maggiore di tutta la saga fino a quel momento). Troviamo infatti Elektra King, una Bond Girl/villain memorabile interpretata da Sophie Marceau, la cui back story ha punte di dark insospettabili: figlia del miliardario Robert King, viene rapita dal villain principale, il russo Victor Zokas (Robert Carlyle, a.k.a Begby di Trainspotting), sviluppa la Sindrome di Stoccolma e matura un odio profondo verso suo padre e l’MI-6 per averla lasciata alla mercé del suo rapitore invece che negoziare immediatamente. Diventa dunque amante e complice del suo ex rapitore, col quale progetta di appropriarsi del controllo del petrolio dell’industria di suo padre, che nel frattempo ha fatto uccidere.

Elektra è una villain atipica e decisamente minacciosa, colpita da una tragedia orribile ma che abbraccia la via del male senza accennare al minimo desiderio di redenzione. Una femme fatale di raro carisma, ed assieme al Bond di Brosnan il motivo più valido per riscoprire questo film.

Tra l’altro, arrivati al culmine della tensione tra lei e Bond, Brosnan snocciola uno dei momenti più bondiani della storia del franchise, nonché la dimostrazione che sarebbe stato perfettamente in parte anche per una versione più cruda/realistica à la Casino Royale: Bond punta la pistola contro Elektra, quest’ultima – sicura che non le succederà nulla – gli dice che non la ucciderebbe mai, perché lei gli mancherebbe troppo (“You would miss me”). Bond spara a sangue freddo e le risponde “I never miss”. Da antologia.

Il regista Michael Apted dirige con polso le scene d’azione, che come in un Bond che si rispetti puntano all’esagerazione senza vergogna, spesso con risultati notevoli (l’inseguimento sul Tamigi con Maria Grazia Cucinotta che esce di scena da kamikaze è bellissimo) e altre volte sfiorando un po’ il ridicolo ed anticipando gli eccessi di “modernità ostentata” del film successivo, La morte può attendere, come nella lunga sequenza in cui Bond deve disinnescare una bomba tra eccessi vari di CGI.

Non mancano in generale gli elementi fuori posto, come la seconda (inutile) Bond Girl, che risponde al nome di “Christmas” ed è interpretata da Denise Richards, attrice modesta e che poverina ha pure sposato Charlie Sheen. Non ce la faccio ad essere troppo duro con la sua performance, che pure sarebbe veramente ai limiti del dilettantesco. Diciamo che sta là giusto perché deve, palesando (come non fosse ormai cristallina) la staticità della formula, che nei suoi momenti di maggiore pigrizia rischia di sfiorare l’autoparodia (ed il finale, in cui Bond brinda con lei facendo una battutaccia sul suo nome ne è un esempio emblematico).

Peccato anche per la Bond Song, The World is Not Enough, sulla carta molto bella ma appiattita dall’esecuzione insapore dei Garbage, decisamente non il gruppo adatto al compito. A sentirla è il tipo di canzone che affideresti a una voce forte, “grossa”, tipo quella di una k.d. Lang, mentre la cantante dei Garbage Shirley Manson si limita ad un’interpretazione “pulita” ma alla fine decisamente poco incisiva.

Per il resto abbiamo l’ultimo film di Desmond Llewelyn nel ruolo di Q, che passa il testimone ad un divertito John Cleese (che purtroppo verrà liquidato dopo solo un film), più screentime per la M di Judi Dench, un inseguimento sugli sci un po’ scemetto in onore dei vecchi tempi e… gli occhiali a raggi X. Ci si diverte, insomma. Non tutto gira a dovere, ma è sicuramente un film migliore de Il domani non muore mai e de La morte può attendere. I Bond trascurabili sono altri. Da rivalutare.

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