“Solo” un film di James Bond: Il domani non muore mai (1997)

Dopo la lunghissima fase Roger Moore – il James Bond più longevo nella storia del franchise – ed una breve parentesi sfortunata per l’incolpevole Timothy Dalton, arriva il colpaccio: Goldeneye. Diretto dallo stesso Martin Campbell che svecchierà la saga 9 anni più tardi con il bellissimo Casino Royale, Goldeneye contestualizza James Bond agli anni ’90 e gli regala un volto per le nuove generazioni: quello dell’irlandese Pierce Brosnan. Ma ve ne ha già parlato bene Dario nella recensione precedente, io sono qua per raccontarvi come è andata avanti la fase Brosnan, che è tornato dopo il suo scoppiettante debutto ad interpretare il personaggio in altri tre film. Per alcuni si tratta di film deludenti e decisamente dimenticabili, soprattutto dopo un inizio così promettente, per altri sono film direttamente da dimenticare. Scopriamo che effetto fanno rivisti oggi.

Prima di parlare del secondo film dell’irlandese dagli occhi di ghiaccio, Il domani non muore mai, faccio una premessa: di tutti gli attori che hanno avuto l’ingrato compito di indossare lo smoking dopo Sean Connery, Pierce Brosnan è di gran lunga il mio preferito. Lo trovo infatti la perfetta sintesi di tutti gli elementi che hanno reso il personaggio così riconoscibile e amato negli anni: charme, ironia e spietata freddezza nell’uccidere. E poi è un uomo bellissimo. Sul serio, è il più credibile messo vicino alle appariscenti donne che si è soliti affiancare a 007. E nelle scene action era il più implacabile, freddo ed energico visto fino a quel momento. Poi è arrivato quel coatto (leggasi con affetto) di Daniel Craig, il primo Bond a non dare indicazioni sul suo Vodka Martini e a sfondare i muri grugnendo, ma quella è un’altra storia. Ah, ultima nota necessaria su Brosnan: ha il gunbarrel più fico di tutti.

Ed ora cominciamo. Trama. Elliott Carver (un divertito quanto macchiettistico Jonathan Price) è un megalomane magnate dei media che – non giriamoci troppo intorno – vuole fare il solito casino mettendo sotto scacco il mondo. Manipolando le notizie crea di proposito tensione tra la Cina e l’Inghilterra, vuole far scoppiare una guerra, e tutto potrebbe procedere secondo i piani… se solo non esistesse James Bond!

Il domani non muore mai non è un passo ulteriore verso lo svecchiamento del franchise, del quale sembra invece voler abbracciare i soliti costrutti, offrendo uno spettacolo pirotecnico e sicuramente di grande intrattenimento ma per lo più già visto, e lasciando ad esempio la riflessione sui mass media (che qualche spunto lo offriva di certo) decisamente in superficie. È un po’ per certi versi la negazione di GoldenEye, del quale – oltre al grande Martin Campbell (sostituito dal mestierante Roger Spottiswoode) in cabina di regia – perde anche tutta la carica innovativa: il modello classico è seguito alla lettera, personaggi (come la M di Judi Dench) che erano stati concepiti per mettere Bond davanti alla sua inadeguatezza in un mondo uscito dalla Guerra fredda (apostrofandolo come “vecchio dinosauro misogino” in tempi non sospetti) stavolta lo incoraggiano ad essere quello di sempre, ordinandogli ad esempio di sedurre donne per ottenere informazioni. Goldeneye era rottura ed era modernità, questo è back to basics puro e semplice. La domanda adesso è: siete fan di Bond? Se la risposta è sì, che problema c’è? Il domani non muore mai è un Bond Movie di tutto rispetto: ci sono gadget sfiziosi (la BMW radiocomandata tramite un cellulare) e scene d’azione creative e ben orchestrate, anche se ovviamente siamo lontani dai livelli di GoldenEye. È un film frizzante ed iperbolico, ma senza scivolare nell’autoparodia (consapevole?) tipica di certi episodi del ciclo Moore. Ha anche almeno un paio di sequenze davvero ottime (la mia preferita: lo sgherro esperto di medicina legale che è specializzato nell’inscenare suicidi e tiene sotto scacco Bond, in una scena dall’ottima suspense scandita da dialoghi surreali ed esilaranti). Se non siete fan, beh… cosa mi state leggendo a fare?

La ragione per cui vale davvero la pena vedere questo film, al di là della solito show roboante, è per osservare l’evoluzione di Brosnan, già parecchio promettente nel film precedente (forse non perfettamente a suo agio giusto con i momenti ironici) e che qua inquadra davvero alla perfezione il personaggio, anche se le sue vette massime le toccherà con il successivo Il mondo non basta. In questo film Brosnan ha momenti di un bondiano notevole, su tutti quello in cui – dopo aver sabotato il villain di turno – torna in albergo ed attende scolandosi una bottiglia di vodka che arrivi qualcuno per farlo fuori. Lì vediamo un lampo di inaspettata umanità, ed anche se siamo ancora lontani dall’introspezione regalata a Daniel Craig si tratta di un piccolo momento davvero centratissimo, in cui vediamo uno 007 dedito al suo lavoro fino alla fine, sempre preparato al peggio ed emotivamente stremato per questo, a dispetto della sua facciata da ineffabile gentleman.

In più, stavolta le one-liners gli escono fuori meglio.

Per il resto abbiamo una delle Bond Girl più cazzute, Michelle Yeoh (che mena come non ci fosse un domani, o come se il domani non morisse mai, fate voi), ed una delle più inutili, Teri Hatcher, che dovrebbe avere un background da ex-amante bondiana ma non risulta credibile un secondo che sia uno. Ma esce di scena presto. C’è la prima volta di David Arnold, compositore del ciclo “moderno” di Bond, che accompagnerà la saga fino a Quantum of Solace con i suoi score perfettamente divisi tra il tributo sentito al passato (con un utilizzo deliziosamente vintage dei fiati e delle chitarre) ed una decisa modernizzazione. Ed abbiamo la bellezza di due Bond Song, una carina (Tomorrow Never Dies cantata da Sheryl Crowe) e l’altra splendida, infinitamente più bondiana (Surrender, cantata da k.d. Lang) ma che dovrà accontentarsi dei titoli di coda.

Ah, e poi un titolo – Il domani non muore mai, tradotto alla lettera dall’inglese Tomorrow Never Dies – che non significa letteralmente nulla. In origine sarebbe dovuto essere Tomorror Never Lies (Tomorrow è il nome della testata giornalistica del villain manipolatore di notizie), ma a seguito di un errore di battitura in una stesura inviata alla produzione si è deciso di optare per il titolo senza significato. Finché suona bene poco importa, tutto sommato. E poco importa anche se questo film – a parte un Bond fantastico e delle sequenze action divertentissime – non ci lasci con chissà quali riflessioni profonde: alla fine hai la stessa voglia di sempre di essere 007. Parlo ai maschi, chiaramente, magari le donne ci si annoiano a morte. Io dal canto mio l’altra sera ho ordinato un Vodka Martini (e ho scoperto che non mi fa impazzire, ma vabbe’).

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