Bond vs. Il Terzo Millennio: GoldenEye (1995)

La saga di James Bond era in un momento critico, e dopo il semi-flop di Vedetta privata 007 si ritrovò immischiato in un pantano burocratico causato da attriti tra la MGM e la EON, che causò un ritardo tale sulla lavorazione del film da far rivedere le proprie priorità alla EON sui progetti futuri. Dopo vari anni di nulla, tra le varie priorità, oltre alla sceneggiatura si decise anche di cambiare interprete di Bond, nonostante Timothy Dalton fosse inizialmente confermato: dopo lo statunitense Barry Nelson, lo scozzese Sean Connery, l’australiano George Lazemby, e gli inglesi Roger Moore e Timothy Dalton, toccò all’irlandese Pierce Brosnan, già tenuto in considerazione dall’addio di Moore, vestire i panni di 007.

Praticamente manca solo un nordirlandese e Bond sarà stato interpretato da tutto il mondo anglosassone. Giocatevi i vostri 5 euro su Liam Neeson come prossimo Bond. Come ho scritto tempo fa parlando di Al servizio segreto di sua maestà, uno degli aspetti più affascinanti del franchise di 007 è nel suo essere testimone dei cambiamenti dei costumi e della società attraverso i decenni pur rimanendo sé stesso, sopravvivendo ai progressi del mondo e restando inevitabilmente e volutamente un’icona un po’ retrò che tenta di sopravvivere.

Ma stavolta nei 6 anni che separarono Vendetta privata da GoldenEye era cambiato tutto: all’alba del 21° secolo il mondo era sempre più globalizzato, la tecnologia moderna stava timidamente diventando a portata di tutti; ma soprattutto, la Guerra fredda era finita, l’URSS era caduta, e la figura femminile al cinema aveva subito una lenta ma costante rivalutazione: tre elementi che da soli sarebbero bastati a far cessare l’esistenza di Bond per sempre. 007 era ormai, come viene definito da M nel film come fosse direttamente la voce del 21° secolo a parlare, “un dinosauro misogino e sessista, una reliquia della Guerra fredda”, e apparì improvvisamente come un personaggio datato e per cui non c’era spazio nel il mondo dell’imminente Terzo millennio, tanto che si accarezzò persino l’idea di ambientare il nuovo Bond negli anni ’60 come “porto sicuro”. Come decisero avrebbe affrontato tutti questi cambiamenti apparentemente incompatibili? Nel modo più bondiano possibile: facendo finta di nulla e rimanendo lo stesso di sempre. E ovviamente fu un successone.

Donne al comando, niente sovietici, e parole strane.

Ad “ordinare” a Bond di aggiornarsi era la sua Inghilterra in primis, visto che nel 1992 proprio il Servizio segreto britannico elesse per la prima volta una donna come Direttore Generale: la produzione colse la palla al balzo facendo la stessa cosa con M. L’empowerment femminile al cinema oggi è diventata la norma, anche in modo un po’ tristemente strumentalizzato, ma 25 anni fa era una mossa audace come poche, capace di risultare coraggiosa, funzionale, e realistica senza che fosse un inno ad un femminismo strumentalizzato urlato in faccia agli spettatori, roba che al cinema
oggi conosciamo bene. Anzi, ho sempre trovato il contrasto tra la donna tosta-capo dell’intero Servizio Segreto e l’agente misogino donnaiolo per eccellenza un binomio decisamente più interessante e frizzante dell’M classico di Bernard Lee, e il merito è soprattutto nella scelta di Judi Dench, capace di risultare autorevole e autoritaria senza far sentire odore di “girl power a tutti i costi” tanto da dare alla nausea. Oggi probabilmente pur di indisporre il pubblico maschile avrebbero scelto Brie Larson. E a proposito dei progressi del 21° secolo, nel film Bond si vede accusato per la prima volta, seppur ironicamente, di molestie sessuali. Con soli 32 anni di ritardo! Il 2000 stava proprio arrivando.

Oltre alla “nuova” figura femminile, GoldenEye fu anche il primo Bond a presentarsi al nuovo mondo ipertecnologico, con stereotipi che dagli anni ’90 inizieremo a conoscere molto bene, come quella dell’ hacker occhialuto che digita tasti a caso, un continuo uso di termini che all’epoca apparivano complicati come “modem”, “hard disk” (quando ancora si diceva “disco rigido”!), “server”, e un primo vero uso della CGI più moderna. Tranne per le musiche. Le musiche di GoldenEye a sentirle sembrano ancora ferme a 10 anni prima.

Avete presente la famosa gag de I Simpson dove il governo russo rivela che in realtà l’URSS non si è mai sciolta ma ha continuato ad agire nell’ombra? La trama di GoldenEye è grossomodo quella gag con Sean Bean come motore (ma lo sapevate che Sean Bean muore in ogni film??? Ihihih). Essendo il primo film post-URSS, c’era da fare ovviamente i conti con la sua eredità: basta vedere i titoli di testa, con le classiche donnine Bondiane impegnate ad abbattere le icone sovietiche a colpi di martello, con “GoldenEye” di Tina Turner di sottofondo (ogni volta che sono depresso mi basta ripensare che l’ha scritta Bono che torno a ridere).

L’uomo che fece rinascere Bond. Due volte. E in due decenni molto diversi.

Finalmente, la saga che l’action l’ha inventato, decise di affidarsi ad uno specialista: Martin Campbell. Gli anni ’80 non erano stati solo gli anni d’oro dell’action, ma anche gli anni dove nasce proprio la definizione di “regista action”, un regista specializzato in un campo tanto bistrattato quanto nobile, dove persino registi più rinomati stentavano. Tra i nomi più scontati si potrebbe fare quello di Tony Scott, ma anche quello di John Woo andando oltreoceano. Proprio Woo fu contattato per dirigere GoldenEye, anche se alla fine la cosa non andò in porto. E se penso a cosa poteva partorire il binomio 007-John Woo, e al fatto che non se ne fece nulla, mi viene da piangere. Campbell è un regista che mi ha sempre folgorato da quando rividi uno dei film della mia infanzia, La maschera di Zorro – che, tra parentesi, è uno dei blockbuster più riusciti degli anni ’90 – con occhi più “adulti”: uno dei registi action più sottovalutati del panorama hollywoodiano, che più che puntare all’adrenalina come farebbe un altro gigante come Tony Scott preferisce l’efficacia dell’azione, l’eleganza e la coreografia giusta, nell’inquadratura giusta, con i tempi giusti, in un modo così naturale e pulito da farla sembrare la cosa più semplice del mondo.

Basterebbe anche lo spettacolare prologo per accorgersene: rispetto ai Bond precedenti, GoldenEye si mette in risalto proprio per l’azione coreografata come non mai, dove 007 appare finalmente come la spietata macchina da guerra che dovrebbe essere, dove le scene d’azione si esaltano più per la regia chirurgica di Campbell che per le trovate in sé (tranne per un inseguimento con un carro armato, quella è una trovata da Oscar già a leggerla così), diventando a mani bassi il capitolo della saga registicamente più riuscito in assoluto. O meglio, se la gioca con Casino Royale, guarda caso sempre di Campbell.

Dopo la parentesi del Bond più freddo e umano di Dalton, quello di Brosnan torna un po’ alle origini, prestando il suo faccione da piacione ad una riscoperta del Bond classico sulla falsariga di Connery e Moore. Anche se comunque l’eredità di Dalton si fa leggermente sentire, dando al nuovo Bond dei momenti più umani del solito, dove più volte ci si chiede cosa ci sia nella testa di un uomo costretto ad uccidere di continuo per vivere, ed è persino il primo film a fare qualche accenno sul passato (mai accennato prima) di Bond, incluso un piccolo riferimento ai suoi genitori. Ma ovviamente ad avere la priorità è l’ironia e tutte quelle cose che rendono James Bond James Bond, a partire da Xenia Onatopp (una Famke Janssen più illegale che mai), scagnozza russa di Sean Bean che… uccide gli uomini mentre ci fa sesso. Poteva esserci nemesi più letale e insospettabile per un uomo che da 17 film si porta a letto 3 donne a capitolo? Geniale.

GoldenEye è un film importantissimo per 007, e il miglior rinnovo che la saga potesse avere, e che attendeva da quasi una ventina d’anni. Dopo essere stato dignitosamente tenuto in caldo da Dalton, Bond torna a brillare grazie all’ottimo Brosnan, tranquillamente equiparabile a Connery e Moore (Dalton e Craig vanno valutati a parte), che al contrario del già citato Dalton trova un film cucito su misura per le sue caratteristiche, che ne preserverà l’immagine e il ricordo che lascerà anche al netto dei film successivi, meno amati dal pubblico. Oltre al rinnovo totale dei comprimari (nuova Bond, nuova Moneypenny, nuova M, nuovo decennio, nuovo mondo… nuovo tutto!) che ridanno freschezza ad una saga giunta ai 30 anni, si affianca la regia di Campbell che fa apparire tutte le precedenti del franchise ordinaria amministrazione, e un generale nuovo approccio alla saga più aggressivo (finalmente si vedono delle vere coreografie), globalizzato, cool, che non è costretto a guardare in casa d’altri facendosi contaminare da altri generi per risultare al passo coi tempi e – stavolta davvero – moderno.

Piccola curiosità: GoldenEye era il nome della villa giamaicana dove Fleming era solito isolarsi per la stesura dei suoi romanzi di Bond. Il nome glielo diede proprio Fleming: “l’operazione GoldenEye” fu un piano di sabotaggio studiato nel 1941 dalla Marina Britannica, di cui Fleming faceva parte, da attuare in caso i nazisti fossero riusciti ad arrivare in Spagna tramite un alleanza tra l’Asse e Franco. A Fleming fu assegnato il compito di dirigere l’operazione, anche se alla fine non se ne fece più nulla visto che, per fortuna, i nazisti in Spagna non ci arrivarono mai.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *