Sam Raimi e i Coen incontrano Bugs Bunny: I due criminali più pazzi del mondo (1985)

Sam Raimi gira La casa. È un film indie che costa cifre ridicole, ma è talmente innovativo da lasciare immediatamente il segno, impressiona le persone giuste (Stephen King su tutti) e regala al regista del Michigan la sua occasione per il grande salto: uno studio movie. Oggi conosciamo Raimi come un pezzo grosso dell’industria, uno che ha fatto blockbuster imponenti (ad un certo punto persino il più costoso della storia), ma non tutti sanno che il suo ingresso ad Hollywood fu un battesimo del fuoco piuttosto sgradevole. Per fortuna era in buona compagnia: a produrre il film insieme a lui e a sostenerlo nei momenti peggiori c’era il suo amico del cuore Bruce Campbell (anche presente in un ruolo da comprimario), e a scriverlo c’erano i fratelli Coen.

Oggi vi parliamo de I due criminali più pazzi del mondo – al secolo Crimewave –, un film che nonostante i nomi coinvolti è ad oggi ancora materia per topi di cineteca, invece di godere della fama che sarebbe lecito aspettarsi. E che meriterebbe.

Trama. L’incipit è tipicamente coeniano: il proprietario di un negozio che si occupa di videocamere di sorveglianza scopre che il suo socio intende vendere il loro spazio commerciale alle sue spalle, quindi ingaggia due criminali senza scrupoli per ucciderlo. Inutile dire che la cosa porterà una reazione a catena fatta di eventi tragici quando non grotteschi, un classico per gli autori di Fargo. In aggiunta abbiamo un eroe nerd, che si trova suo malgrado coinvolto nel trambusto semplicemente perché nel posto sbagliato al momento sbagliato, il tutto mentre cerca di fare breccia nel cuore della bella Nancy, che ha però in testa il vanesio playboy Renaldo “The Heel” (Campbell, favoloso).

Guardandolo superficialmente verrebbe da bollarlo come un film del filone demenziale (da qui, immagino, il titolo italiano) anni ’80 (comunque fatto di nomi e film clamorosi), ma è più stratificato di così: Raimi annega le suggestioni noir e quelle da film d’avventura nell’umorismo slapstick e cartoonesco, tra i Three Stooges (da noi I tre marmittoni) e i Looney Tunes. E i produttori non capiscono.

Probabilmente non ne avete mai sentito parlare.

Se La casa è rimasto impresso nell’immaginario collettivo, se continua a collezionare fan di generazione in generazione, è perché tra le altre cose è un capolavoro irripetibile, un film implacabilmente creativo per il quale Raimi e soci lavorarono duro con mezzi di fortuna, portando a casa qualcosa di unico e scevro dai classici compromessi hollywoodiani (al punto da impiegare anni per trovare qualcuno disposto a distribuirlo). Un horror come non se ne erano mai visti prima, e che in seguito si è provato in tutti i modi ad imitare.

Cos’è che invece manca a Crimewave? A dire il vero se visto senza sapere nulla delle varie magagne produttive è un film divertente e a lunghi tratti davvero notevole, solo che Raimi e Campbell proprio non lo possono sopportare. Per loro rivederlo significa vedere solo compromesso, frustrazione. La produzione inizialmente diede infatti loro carta bianca, per poi decidere di prendere in mano la situazione dopo che sforarono con il budget. E lo sfregio maggiore a quanto pare venne fatto in post-produzione, licenziando tra gli altri il compositore ed il montatore degli effetti sonori voluti da Raimi, per poi togliere a quest’ultimo ogni potere decisionale sul montaggio. Campbell in un’intervista parla di una ripresa lunghissima e virtuosa che venne spezzettata stupidamente dal montatore assunto dalla produzione, tanto per far capire il livello di frustrazione che deve aver raggiunto Raimi.

Eppure la sua mano si vede eccome. Dai movimenti di macchina elaborati ed eleganti, a quelli pazzi, al modo in cui adotta il linguaggio dei cartoon di Tex Avery piegandolo al mezzo cinematografico… sembrano le prove generali per La casa II. C’è il suo stile che prende forma nell’ambito di una produzione “seria”, che prova ad ingabbiarlo senza davvero riuscirci.

Le sue parole per spiegare il flop sonoro che fu: «Doveva essere un’esperienza cinematografica completa: dramma, orrore, umorismo, azione…  ma è finito per non essere nessuna di queste cose». Non è proprio così, i vari registri si fondono piuttosto bene, ma sicuramente finì per sembrare senza identità agli occhi del pubblico, oltre ad essere uscito davvero in sordina. Era infatti un film difficile da promuovere per via della sua natura ibrida, e probabilmente lo studio non aveva capito come fare, né gli interessava.

Per Raimi d’altro canto l’esperienza cominciò abbastanza male fin da subito: lui come protagonista voleva Campbell, lo studio no (fatto che si ripeterà più in avanti con Darkman), e venne assunto Reed Birney (comunque divertente ed in parte) per poi dare a Campbell un ruolo minore. Le interferenze durante la lavorazione comunque erano diventate così invalicabili da gettare nel più nero sconforto l’intero team creativo, e sospetto che quell’esperienza sia stata la base del rapporto di cordiale distacco che ha sempre avuto Bruce Campbell nei confronti di Hollywood, pur avendo un talento degno di una carriera di “Serie A”.

Raimi e i Coen si sono fatti poi decisamente strada, mettendosi presto alle spalle il loro periodo da scalcinati esordienti in cui condividevano un appartamento e scrivevano sceneggiature insieme. Si dice che i Coen fossero così ignavi da costringere Raimi a tirar loro contro dei petardi pur di farli rimettere a lavoro. Cosa c’entra? Niente, mi sembrava solo un trivia degno di menzione. Comunque sono diventati tra i nomi più illustri della loro generazione, e a quanto pare per loro questo film semplicemente non esiste. In compenso una decina d’anni più tardi gireranno un’altra sceneggiatura scritta insieme in quel periodo, Mr. Hula Hoop, tributo alle screwball comedies degli anni ’40 che tra gli interpreti comprende anche Bruce Campbell. Che siano anche i loro rimpianti e la loro ritrosia ad aver fatto finire Crimewave in questo oblio? Non lo so. Però non è giusto.

A vederlo ha già diversi indizi della maestria che Raimi confermerà in film più fortunati e dello humour spietato dei due fratelli del Minnesota, e fa davvero strano pensare che sia un cult solo tra i fan più hardcore, e nemmeno sempre. Un’ora e mezza scarsa di sublime follia cinematografica, con un ritmo sostenutissimo e gag strambe e per lo più imprevedibili. Varrebbe la pena di vederlo anche solo per il pazzesco inseguimento finale. Un capolavoro? No, il meglio Raimi e i Coen lo daranno più avanti. Un film sottovalutato? Sì. Lo rivedrei adesso. Ecco, ora lo faccio. No, vabbe’, devo andare a lavoro. Appena posso insomma.

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