James Bond incontra gli 80s (ma in ritardo): 007 – Zona pericolo (1987)

La saga di 007 era in crisi di idee, e dopo aver tentato di compensare con contaminazioni provenienti da altri generi all’inizio dell’era Roger Moore, ora la costanza con cui Bond si riciclava in modo sterile stava preoccupando tutti. Con l’addio definitivo di Moore la EON trovò un degno sostituto in Timothy Dalton, un nome che era nella short list dei papabili Bond addirittura dal 1967! Dalton all’epoca non divenne il successore di Sean Connery perché lui stesso coi suoi soli 21 anni si ritenne troppo giovane per il ruolo (embè…), facendosi la sua carriera da lì in avanti tra film non particolarmente famosi (Flash Gordon a parte) e soprattutto teatro.

Come nuovo Bond le EON aveva pensato a Pierce Brosnan, che però fu scartato per i suoi impegni in TV con Mai dire sì. Ironia della sorte, gli impegni televisivi furono anche il motivo per cui Roger Moore nel 1967 ritardò la sua nomina a Bond, lasciando prima spazio a George Lazemby per poi prendersi il ruolo 5 anni dopo. Perché avessero aspettato cosi tanto per dare il ruolo a Dalton è un mistero: a mio parere sul piano estetico lo 007 di Dalton è tutt’oggi il James Bond definitivo, non solo per come mi sono sempre immaginato Bond, ma per come il suo volto incarni alla perfezione l’ambivalenza di un agente inglese capace di rimorchiare 10 donne in una serata per poi freddare un intero plotone di sicari russi un minuto dopo come fosse la cosa più naturale del mondo… insomma, un volto capace di avere fascino e freddezza in modo così ambivalente a mio avviso Bond non lo ha mai avuto come con Dalton.

Il motivo in realtà era semplice: Dalton odiava la deriva che aveva preso la saga. Vallo a biasimare: solo negli ultimi 5 film Bond aveva fatto le cose più folli che ci si potesse immaginare (tra cui andare nello spazio), non proprio quello che Dalton aveva in mente per 007, dal momento che era anche un grande fan del Bond letterario. Proprio per questo fece ad Albert Broccoli e alla sua EON la proposta indecente: lasciarsi alle spalle il Bond che tutti avevano conosciuto al cinema (e già qui, vista la scarsa voglia a rischiare della saga, probabilmente a Broccoli sarà venuto un infarto) per portare per la prima volta sullo schermo il vero Bond violento, cupo, e poco simpatico dei romanzi. Che poi è praticamente quello che farà Daniel Craig 19 anni dopo con Casino Royale (di cui Dalton fu un precursore), facendoci dire a tutti “È un Bond più fedele a quello di Fleming” senza neanche averne letto uno di libro.

A Broccoli stranamente l’idea di tagliare il cordone ombelicale col Bond classico – per di più nel simbolico 25esimo anniversario della saga al cinema – piaque, e Dalton decise quindi di salire a bordo. E in effetti scegliere Dalton non poteva implicare una nuova replica del Bond di Connery/Moore: provate a paragonare i volti da simpaticoni dei due (e pure di Lazemby volendo) a quello più cupo e misterioso di Dalton… non pensereste mai possano fare lo stesso personaggio. Stai a vedere che forse la saga prenderà la sua prima vera svolta a 16 anni dal “rischioso” Al servizio segreto di sua maestà?

E invece no. Anzi, sì. Anzi no. Anzi, forse.

L’idea di Dalton era tanto interessante quanto troppo avanti per i tempi. Che il suo Bond sia diverso è chiaro già dai primi minuti, ad eccezione del classico prologo pre-titoli, che oltre ad essere la presentazione al pubblico più figa che un nuovo Bond abbia mai avuto, e sarebbe potuto essere
tranquillamente interpretato da Connery o da Moore. Al contrario, i due non avrebbero mai potuto interpretare lo 007 di Dalton per il resto del film: poco ironico, di poche parole, ancor meno sorrisi, con lo sguardo freddo e glaciale che solo chi ha un centinaio di omicidi sul curriculum può avere, e
che non sembra bearsi troppo della vita che fa. La freddezza di questo nuovo Bond è più implicita che nel successivo tentativo di Craig (che di momenti sulla sua sofferenza nel vivere la vita che ha ne aveva non pochi), talmente implicita dal non farsi problemi a non abbandonare completamente il camp a cui ci aveva abituato il ciclo Moore, senza sentirsi troppo in colpa nel mettere i bastoni tra le ruote a Dalton e al Bond che voleva portare sullo schermo.

Per quanto provi a mantenersi serio e sobrio sulla falsariga di Al servizio segretò di sua maestà, Zona pericolo ha un problema: essere uscito nel 1987, in un decennio che di sobrio non avevano proprio nulla. L’idea di un eroe freddo con cui empatizzare poco era decisamente troppo avanti per
l’epoca, dove il boom del genere action vedeva la violenza glamour e spettacolare di Rambo, Schwarzenegger, Van Damme e Seagal prevalere su ogni fronte. E infatti un contesto completamente opposto farà la fortuna del “figlio” Casino Royale 20 anni dopo, con l’eroe tormentato e cupo ad essere una vera e propria certezza nella narrativa post-11 Settembre.

Al contrario, vedere il Bond di Dalton alle prese con granate a forma di bottiglia di latte, bazooka a forma di Ghetto blaster, e raggi laser sparati dalle ruote dell’Aston Martin, oltre a stonare parecchio non fa ben capire che tipo di film si stia guardano, o almeno che tipo di Bond vorrebbe
essere, soprattutto considerando le sue ambizioni iniziali. Ma non è l’unico difetto del film: gli elementi camp appena citati sono solo il modo più esplicito di mostrare quanto il Bond di Dalton non sia stato sfruttato a dovere, trovandosi in un contesto che non ne ha valorizzato le potenzialità né ha sfruttato i suoi mille potenziali interessanti (e inediti) risvolti. A posteriori si può dire che la sfortuna del Bond di Dalton fu quella di essere l’uomo giusto al momento sbagliato, che 20 anni dopo avrebbe sicuramente trovato una dimensione più congeniale.

AIDS, New Wave, e A-ah… 007 incontra gli anni ’80

Per quanto il film non fosse riuscito come era negli intenti di Dalton, a vederlo dopo essermi fatto una scorpacciata del ciclo Moore è comunque una piacevole ventata d’aria fresca. Vedere James Bond finalmente proiettato negli anni ’80 con 7 anni di ritardo, al contrario dei precedenti film di Moore sembravano avere 10 anni di più, e con tutti i suoi conseguenti cambiamenti fa comunque piacere. Un Aston Martin che non sia quella del ’64, una conferma delle nuove sonorità della saga in salsa New Wave dopo i Duran Duran del film precedente (a questo giro tocca agli A-ah), una nuova Moneypenny, un Bond davvero nuovo, per non parlare del nuovo grande nemico degli anni ’80 appena arrivato: un nemico talmente letale e invisibile che neanche Bond avrebbe potuto sconfiggere a suon di proiettili o con un gadget di Q che non fosse un preservativo: l’AIDS. Detta così pare una battuta, ma in effetti la paura dilagante dell’AIDS obbligò i produttori a smettere (almeno per un film) di far apparire cool la proverbiale poligamia di Bond, confezionando l’unico film della saga con una sola Bond Girl.

Insomma, Zona pericolo (Kenny Loggins non centra nulla) in compenso si rivelò davvero al passo con i tempi, portando avanti uno degli elementi più affascinanti del franchise, quello che gli ha permesso di sopravvivere per quasi 60 anni: incarnare 60 anni di storia e costume in continuo cambiamento.

Ed è un film che vive di paradossi: se il suo incarnare molto più dei predecessori la sua epoca contribuisce a renderlo più giovane e fresco dei Bond precedenti, al tempo stesso castra le ambizioni che Dalton riponeva in questo progetto, quello di essere un film su uno 007 più vero e umano, qualcosa di troppo in contrasto con gli eroi action. Un film che se visto immediatamente dopo quelli di Moore fa la sua figura, ma che visto a parte non è di certo memorabile, un po’ per alcuni elementi atipici (come la mancanza di un villain principale), un po’ per scarsa voglia di osare oltre la nuova singola versione di Bond. Da vedere più per la prova di Dalton che per il film in sé. E se vedere la prova del singolo Bond genera più curiosità del film stesso, allora vuol dire che il carisma per essere un giusto 007 ce lo hai davvero.

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