Connery vs. Moore ROUND 2: Mai dire mai (1983)

Nel 1976 erano passati 10 anni precisi da Thunderball, l’unico film di 007 (insieme a Casino Royale) di cui la EON non possedeva i diritti. La ricorrenza non era casuale: passati 10 anni dall’uscita del film, l’ormai unico proprietario dei suoi diritti, Kevin McClory, ne sarebbe tornato in possesso. Insomma, una situazione simile a quella di Spider-Man nell’affaire Disney/Sony: i diritti di 007 erano perfettamente a metà, e proprio per questo McClory decise di sfruttare il “suo” Thunderball e tutto
quello che ne conseguiva, come i diritti sulla SPECTRE e su Blofeld, per fare… un remake di Thunderball, non canonico e slegato dalla saga classica che nel frattempo continuava ad andare avanti con Roger Moore! L’anno di uscita, il 1983, presentava un particolare rischio: appena 2 mesi prima l’uscita di Mai dire mai, la EON avrebbe fatto uscire il suo James Bond, quello “vero”, con Octopussy! Si trattava di un derby in piena regola, potenzialmente rischioso per entrambi, a cui mancava solo uscire in contemporanea per accendere una rivalità molto più teatrale ma anche più suicida.

“OK boomer” ditelo a vostro nonno

Per rendere questo nuovo Bond presentabile col botto, la produzione ebbe l’idea più pazza e audace possibile: richiamare Sean Connery a 52 anni suonati. Ora, Sir Sean aveva già abbandonato il ruolo nel 1967, salvo poi tornare eccezionalmente per un ultima volta nel 1971 a particolari condizioni, stavolta sancendo che dopo Una cascata di diamanti non lo si sarebbe rivisto MAI più come Bond. Bisognava credergli? Certo che no, sennò il film neanche si chiamerebbe Mai dire mai. Non è uno scherzo, il titolo del film fu scelto ironicamente per sfottere Connery riguardo il suo secondo ritorno come 007.

Oggi a certi revival siamo abituati da quando esistono le operazioni nostalgia, qualcuna riuscita, qualcuna meno. Da Sylvester Stallone che riprende il ruolo di Rocky a 60 anni, a Harrison Ford che riprende quello di Indiana Jones a 66, e tutta una serie di revival che fanno ridere il web, troppo spesso tendente a dimenticarsi dell’enorme lascito delle leggende che deridono, e che ci ricorda ancora una volta quanto il cinema sia diventato davvero troppo a portata di troppa gente. Se oggi riprendere un ruolo a svariati anni di distanza è qualcosa di perfettamente normale, all’epoca era qualcosa di completamente inedito, ed è abbastanza ironico constatare come il “vecchio” Connery avesse praticamente la stessa età dell’attuale 007 Daniel Craig oggi. Solo che se vi azzardaste a dare del vecchio a Daniel Craig probabilmente vi ucciderebbe con lo sguardo. Insomma, tra le varie cose che la saga di Bond ha anticipato, c’è anche la nostalgia canaglia che oggi nell’intrattenimento è praticamente alla base di… tutto.

Non potendogli promettere l’indipendenza della Scozia, i produttori convinsero Connery con una barca di soldi (ovviamente), un percentuale sugli incassi (ancora più ovvio), e una certa libertà artistica e sul casting stesso, con Sir Sean che vide nell’avere un cast di primo livello un primo passo per distinguersi dai soliti Bond movie. Oltre all’assicurarsi Max Von Sydow nei panni di un Blofeld finalmente non auto-parodistico, il film fu il primo palcoscenico importante degli allora sconosciuti Rowan Atkinson (7 anni prima di Mr. Bean) e Kim Basinger. E anche per Steven Seagal, che in qualità di coreografo ruppe per sbaglio il polso a Connery durante uno stunt, in quello che è un aneddoto talmente divertente e famoso da sorpassare in popolarità persino il film stesso. Se richiamare Sean Connery a fare James Bond a 52 anni poteva sembra troppo, vi basti pensare che lo 007 “ufficiale” dell’epoca, Roger Moore, ne aveva addirittura 55 (!).

Il 52enne Connery rispolverò dunque il parrucchino, si armò di misoginia, della sua solita verve politicamente scorretta e tutte quelle cose per cui oggi verrebbe liquidato con un “Ok boomer”. Al quale probabilmente risponderebbe cosi:

Mai dire “Proviamo a fare qualcosa di diverso”

Essendo una produzione molto particolare, Mai dire mai va valutato in 3 fronti: come remake di Thundeball, come film in generale, e come sfidante del Bond canonico di Octopussy. Nel primo punto purtroppo non c’è paragone, il primo Thunderball è tutt’oggi uno dei film più spettacolari e riusciti di tutta la saga. Nel secondo se la cava senza annoiare. Nel terzo vince a mani basse. Facendo un paragone rispetto alla saga “vera”, Mai dire mai è decisamente oro. Un Bond più realistico (non che ci volesse molto rispetto a quello di Moore), più divertente, e più classico… fin troppo classico. Essendo legati (chi per contratto, chi per copyright, chi per lealtà) alla EON, molti elementi tipici della saga come il Gunbarrell o le musiche di John Barry, furono tagliati fuori, creando involontariamente l’enorme opportunità di tagliare il cordone ombelicale dalle tradizioni e dai dogmi della saga per addentrarsi in territori inesplorati, spingendo la saga in lidi che quella di Moore non si sognava di sfiorare: un opportunità non da poco, considerando quanto il Bond di Moore dall’altra parte stentasse a ringiovanirsi. Insomma, Mai dire mai presentava una cosa che al Bond made in EON mancava da anni: ambizione e voglia di fare – sulla carta – più del dovuto, ingaggiando persino un big come Lorenzo Sample Jr. come sceneggiatore, autore di Qualcuno volò sul nido del cuculo nonché, purtroppo, uno dei nomi responsabili del perché il cinema non prenderà sul serio i fumetti per anni a causa del Batman di Adam West e del Flash Gordon in chiave ingiustamente trash del 1980.

Invece le uniche novità portate rispetto alla saga ufficiale furono praticamente confinate all’avere Felix Later in versione afroamericana 23 anni prima di Casino Royale (oggi qualcuno la spaccerebbe per rivoluzione, all’epoca fu solo “Ok, famolo”), forse perché il personaggio dal primo film aveva subito così tanti recasting – praticamente uno a film – da aver esaurito tutti gli attori caucasici; e nell’avere per la prima volta un minimo utilizzo di CGI in un film di 007, presente nel Risiko virtuale che Bond affronta a metà film, essenzialmente perché l’anno precedente era uscito il Commodore 64, e il tener conto dei videogiochi per tenere “aggiornata” la saga sembrava una scelta logica (?).

Qual è la vera (ed enorme) eredità di Sean Connery all’eroe cinematografico?

In compenso Connery è sempre Connery, capace di reggersi un intero film da solo senza neanche bisogno di strafare. E come non fosse bastato il one man show di Una cascata di diamanti, saluta il personaggio con un punto esclamativo al perché sarà per sempre il miglior Bond di sempre. Almeno intendendo quel tipo di Bond, stroncando sul nascere qualsiasi paragone con Craig – che reputo il mio preferito -, troppo opposto per essere messo a paragone.

Connery ridà a Bond una dimensione più politicamente scorretta e ironica di quanto non fosse quella parallela di Moore, paradossalmente più british ed elegante nonostante avesse a che fare con i film più camp di 007: su Mai dire mai Bond uccide cattivi con la sua pipì (sono serio), Bond girl pazze che gli ordinano di scrivere di essere stata la migliore delle sue avventure a letto prima di ucciderlo (sono ancora più serio), e tutta una serie di cose che oggi verrebbero stroncate sul nascere o derise dal pubblico, ignorando completamente quanto l’essenza del Bond classico fosse proprio nella sua auto-ironica assurdità.

Stavolta sarà davvero l’ultimo 007 di Connery, che per il resto degli anni ’80 tra Highlander, Il nome della rosa, Gli intoccabili, e Indiana Jones, vivrà il miglior decennio della sua carriera extra-Bond. Proprio il vederlo nei panni del padre di Indy sarà un piacevolissimo e non troppo casuale passaggio di testimone: Steven Spielberg definirà sempre Bond come una grande fonte d’ispirazione per Indiana Jones. Proprio il Bond di Connery, apparentemente serio e tutto d’un pezzo, belloccio, con una faccia da schiaffi e un’eleganza di facciata che in realtà cela un bambinone troppo pieno di sé, ironico, che non si prende praticamente mai sul serio a dispetto della sua etichetta, e che è talmente controcorrente rispetto all’eroe classico senza macchia da essere quasi un anti-eroe, anticiperà personaggi come Indiana Jones. Avete presente la famosa scena dove Indy spara al tizio che perde tempo a fare i trick con la sciabola? Ecco, senza lo 007 di Connery, una scena così non ci sarebbe mai stata.

Connery con 007 fu precursore di un nuovo modello di eroe cinematografico, completamente opposto all’eroe serioso della Hollywood classica: meno retorico e più umano e fragile, non nel senso drammatico ed empatico del termine, ma nel senso più ironico. E il suo Bond piuttosto che col retorico eroismo se la cava con – per citare Shane Black, che su questo modello ci baserà molti dei suoi protagonisti – “un trucchetto sfigato e una squallida battuta”. Un nuovo modello che in seguito troverà varie sfaccettature nei vari Indiana Jones – appunto -, Ash Williams, Jack Burton, o Brad Pitt in un suo ruolo qualsiasi. O nel Thor di Chris Hemsworth, per fare un esempio recente. Un’altra grande previsione fatta dalla saga. Dopotutto, una rivoluzione con l’auto-ironia alla base di tutto poteva farla solo un britannico.

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