Quando Amendola fu capitano della Roma: Il colore della vittoria (1990)

Con i suoi “soli” 14 anni (avevo 12 anni e oggi ne ho 25, non so se esserne felice o meno), la vittoria del Mondiale del 2006 è tutt’oggi celebrata con freschezza, così come viene tutt’oggi celebrata la vittoria di quello del 1982, più distante ma talmente impresso nei ricordi di una generazione da farsi sentire tutt’oggi nel cinema, tra riferimenti alle discese di Bruno Conti e ai gol di Paolo Rossi. Poi c’è una generale nostalgia per quel Mondiale e quell’estate di 38 anni fa come il simbolo e il ricordo cristallizzato della giovinezza (essenzialmente perché quasi tutti i componenti dello show-business italiano sono nati tra gli anni ’50 e i ’60): basti pensare ai recentissimi Non ci resta che il crimine o Gli anni più belli. Insomma, secondo la nostra cultura pop l’Italia ha vinto solo 2 Mondiali, quando la bacheca dei trofei ne riporta ben 4. I primi 2 mondiali dell’Italia infatti, vinti nel 1934 e nel 1938, sono raramente citati, se non appunto per ragioni di palmarès. Sicuramente incide il distacco temporale di più di 80 anni, ma anche in anni più vicini cronologicamente a quei Mondiali, i riferimenti e le celebrazioni sono a zero. Come mai? Non è difficile immaginarlo.

Sono ovviamente gli anni del fascismo, dunque celebrare QUELL’Italia (intesa più come nazione che come squadra) non era esattamente il massimo; in particolare il primo del ’34, dove il paese ospitante fu proprio l’Italia, ritenuta da alcuni una vittoria un po’ sospetta come solo vincere il
Mondiale in casa propria sotto regime totalitario può essere. Per non parlare della Germania nazista capace di arrivare in semifinale… non proprio una cartolina in sintonia con la successiva (e bellissima) immagine simbolo del Mundial dell’82, quella con Zoff e Pertini che nell’aereo di ritorno in Italia giocano a carte con la Coppa del Mondo appena vinta.

Italia 90 e i suoi figli.

Il Mondiale di Italia 90, il secondo e tutt’oggi ultimo Mondiale ospitato dal nostro paese, a dispetto dei pochissimi gol segnati fu una delle edizioni più amate e popolari di sempre. Per molti versi furono il vero punto di partenza verso il calcio moderno, sempre più globale, spettacolarizzato ed economicamente dispendioso. L’ospitare i Mondiali più pop di sempre, a 56 anni di distanza dall’ultima volta, fu una grossa occasione per l’Italia di presentarsi al mondo intero come un paese benestante e aperto al futuro dopo gli Anni di piombo caratterizzati da violenza e cronaca nera, nonché un’occasione per celebrare la propria storia e tradizione sportiva, all’alba del decennio che avrebbe visto la Serie A dominare come il campionato più prestigioso e ricco del mondo. Proprio per questo nel 1990, 2 mesi prima dell’inizio del Mondiale, la RAI decise di far “ripassare” agli italiani la propria storia calcistica tramite uno sceneggiato di due puntate, facendo luce sul primo mondiale italiano usando come protagonisti le figure del CT Vittorio Pozzo, interpretato da Adalberto Maria Merli (che quelli della mia generazione riconosceranno soprattutto per essere la voce di Mr. Incredibile), e Attilio Ferraris IV, il “bravo nazionale e Capitano” di Campo Testaccio passato alla storia come primo capitano della storia della Roma, interpretato da Claudio Amendola.

Ricordate i tempi in cui i prodotti televisivi della RAI si chiamavano ancora “sceneggiati” invece che “fiction”, quasi come si trattasse di due termini diversi per due standard qualitativi differenti? Beh in effetti un po’ è cosi, dato che i vecchi sceneggiati RAI avevano qualità, seppur non sempre
eccelsa, che oggi non guasterebbe. L’idea di partenza dello sceneggiato era quella di strumento di “propaganda patriottica” in vista di Italia 90, dunque Il colore della vittoria è inevitabilmente pieno dell’epica retorica di molti film sportivi, con qualche elemento narrativo di troppo (come l’inutile love story tra Combi e una malata di tubercolosi ) che toglie prezioso screen time a momenti più importanti come la finale, che dura 2 minuti scarsi ma dove in compenso Amendola ci regala un involontario momento à la Rocky Balboa urlando il nome dell’amata nel celebrare la vittoria mentre è circondato da giornalisti (era destino: Amendola 15 anni dopo sarà il figlio di Nico Giraldi, chiamato Rocky proprio in onore di Balboa); ma per fortuna i problemi dello sceneggiato sono per lo più riconducibili alla prima parte. La seconda, interamente focalizzata sulle partite del Mondiale vero e proprio, funziona molto meglio.

Il rischio principale era che, essendo ambientato in un periodo storico di cui non andare proprio orgogliosi, potesse esserci una volontaria pulizia di coscienza retroattiva, spogliando la storia degli elementi più controversi e tenendo fin troppo fuori la politica in favore del lato sportivo… sicuramente comprensibile, ma ben poco realistico viste le dinamiche di quel Mondiale, come il sospetto arrivo della Germania nazista (che all’epoca aveva una tradizione calcistica ancora misera) addirittura in semifinale.

Riuscendo a tenere comunque la politica nella storia tramite la figura del generale Vaccaro ma senza esagerare in revisionismi storici per “pulire” i personaggi da ipotetiche simpatie fasciste, le licenze poetiche si limitano a pochi elementi, come Caligaris cardiopatico in versione Julian Ross
(principalmente in relazione al fatto che Caligaris morì di infarto a soli 39 anni durante una partita tra vecchie glorie). Anche nella realtà infatti Pozzo, pur non essendo anti-fascista in senso stretto, ci tenne particolarmente al tenere separate la politica e la sua Nazionale, evitando sempre che qualcuno potesse vedere nei suoi Azzurri “la Nazionale di Mussolini”. La figura di Pozzo, che a distanza di quasi 90 anni resta ancora nella storia del calcio come CT più vincente di sempre, contribuì molto a plasmare l’archetipo del selezionatore della Nazionale che qui in Italia (la RAI in particolare, in quanto detentrice dei diritti TV delle partite della Nazionale) ci tengono tanto a costruire intorno al CT – in questo sceneggiato in primis – raffigurandolo spesso nelle loro cronache come la figura del vecchio santone saggio, quasi un insegnante, come se il diventare il CT della
Nazionale equivalga ad evolversi da “tattico” ad “educatore”. Tranne per Ventura.

“Andiamo allo Stadio del Partito Nazionale Fascista, Beppe!”

Il colore della vittoria è comunque interessante da vedere come affresco storico di un calcio ormai antichissimo, fatto più di uomini che di piedi buoni, molto più a misura d’uomo di quanto oggi si possa immaginare… dove non c’erano numeri sulle maglie, dove i ritiri (che Pozzo quasi inventò) non erano la norma, dove si calciava un pesantissimo pallone di cuoio, dove un portiere senza guanti era ancora la normalità, e dove neanche esisteva il tifo organizzato. Ma soprattutto, è una rara occasione di vedere “da vicino” leggende che chiunque abbia meno di 90 anni non può aver visto giocare, ma i cui nomi in un modo o nell’altro continuano a riecheggiare nella mente dei tifosi: basti pensare allo stadio di San Siro intitolato a Giuseppe Meazza, all’uso dell’espressione “zona Cesarini” in onore di Renato Cesarini (essere “in zona Cesarini” significa essere nelle fasi finali della partita, dove spesso Cesarini segnava), o ai nomi di Ferraris IV e Bernardini “che fà scòla all’argentini”, tutt’oggi cantati dai tifosi romanisti all’Olimpico con la mitica “Campo Testaccio” nonostante dalle loro giocate siano passati più di 90 anni.

In Italia infatti, al contrario degli USA, non siamo molto abituati al portare davanti la macchina da presa le nostre icone pop, preferendogli sempre le figure storiche. Poi ci sono i calciatori, tra i pochi a rientrare in entrambe le categorie. Strappa quindi un sorrisetto vedere su uno schermo nomi conosciuti a memoria dai tifosi trasposti in chiave cinematografica (praticamente per avere nuovamente un operazione del genere in Italia bisognerà attendere l’ottimo Il grande Torino nel 2005), soprattutto per chi come me è romano e romanista e non può che provare piacere a ritrovarsi il duo Ferraris IV-Bernardini a condividere una trasposizione su schermo (per i non tifosi, Ferraris IV-Bernardini per l’epoca erano un tandem romano tranquillamente equiparabile a Totti-De Rossi). Ah, persino i cuginastri biancocelesti hanno un loro “rappresentante” nello sceneggiato,
grazie alla presenza del generale Vaccaro, principale oppositore alla fusione tra Roma e Lazio nel 1927, che ovviamente fa il cattivo. Perché il villain non poteva che essere laziale.

Proprio per questa “particolarità”, Il colore della vittoria si lascia persino andare a qualche fan service (non pensavo avrei mai usato questa parola per un prodotto italiano) solitamente tipico dei franchise americani pieni di strizzatine d’occhio verso i fan nerdoni, dando qualche simpatico easter egg calcistico qua e là agli appassionati, come la breve apparizione di Nereo Rocco in versione giovane calciatore, qui presente solo per pronunciare la sua iconica battuta “Che vinca il migliore? Speriamo di no” e per inventare il ruolo del Libero in anticipo di 30 anni rispetto alla realtà. Ma dopotutto, stiamo appunto parlando di fan service. O “Sindrome di Smallville”, come mi piace chiamare gli esagerati anticipi sui tempi in film e serie TV, ed è bello vedere i difetti dei franchise americani per una volta in salsa tricolore.

Piccola curiosità per i non calciofili: la Coppa del mondo presente nello sceneggiato, che all’epoca ancora si chiamava Coppa Rimet, non è la Coppa del mondo attuale. Ai tempi il regolamento prevedeva che la prima Nazionale a conquistarla 3 volte sarebbe stata la legittima detentrice a vita. A riuscire nell’impresa fu il Brasile di Pelé nel 1970, che vincendo 3 Mondiali in appena 12 anni (dal 1958 al 1970), obbligò la FIFA a ritirare la Coppa Rimet e a creare una nuova coppa, quella che oggi noi tutti conosciamo, e che sollevammo per l’ultima volta proprio 14 anni fa.

1 pensiero su “Quando Amendola fu capitano della Roma: Il colore della vittoria (1990)

  1. Conservo 2 cassette con le due puntate, ho avuto la fortuna di essere scelta come comparsa , un un’esperieza fantastica, Claudio Amandola è eccezionale un personaggio unico

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