Alta fedeltà e la morte dell’eroe romantico

«Ascoltavo la Pop Music perché ero triste o ero triste perché ascoltavo la Pop Music? »

Queste parole arrivano dirette dal romanzo originale di Nick Hornby ed aprono il film di Alta Fedeltà, immergendoci immediatamente nei casini di un ultratrentenne neo-single immaturo e fissato con la musica Pop.

John Cusack rompe la quarta parete, ci guarda dritto negli occhi e dà un volto ed una voce al Rob Fleming delle pagine di Hornby (qua Rob Gordon): non si poteva trovare espediente più azzeccato per trasporre un libro del genere, narrato in prima persona e che faceva dei pensieri del protagonista il suo più grande punto di forza. Il film di Stephen Frears è infatti molto divertente e fedele alla fonte, questo nonostante dall’Inghilterra (nello specifico Londra) si passi all’America (Chicago) e il cognome del protagonista sia diverso.

Il John Cusack “autore” che non tutti ricordano.

La vicenda si svolge in America per un motivo molto semplice: fu John Cusack a voler realizzare questo film. Il fascino del libro non è estraneo alla sua componente british, al conseguente cinismo dei suoi protagonisti e al loro percorso di maturazione meno “spettacolare” che in una storia tipicamente americana, e Cusack – che qua scrive e produce – lo capisce e non cerca mai di ‘americanizzare’ alcunché, restituendo i tratti fondamentali dei personaggi e quindi l’essenza della storia. La sceneggiatura la scrive assieme ai suoi ex compagni di teatro Steve Pink e D.V. DeVincentis esattamente come tre anni prima per L’ultimo contratto, perla da noi misconosciuta (ne parliamo qui) e che assieme a questo film forma il bizzarro dittico del Cusack “autore”, che voleva regalare al pubblico qualcosa di valido ed originale al di là di una buona prova recitativa. E in Alta fedeltà un’ottima prova di certo non ce la fa mancare, calandosi con precisione nel personaggio senza temere di sembrare un tipo comune (aiutato anche dall’ottimo lavoro del reparto costumi e dalla hair stylist) né di risultare sgradevole.

Il film (come il libro) infatti non glorifica mai il suo protagonista, insistendo piuttosto sui suoi difetti: lamentoso, insoddisfatto ma incapace di prendersi le sue responsabilità, affibbia alle donne che l’hanno scaricato ogni colpa per la deriva che ha preso la sua vita. Ci vuole coraggio per portare sullo schermo un personaggio del genere senza compromessi, senza smorzare le cose più da stronzo che fa nel libro e in generale senza cercare di renderlo piacevole, ma Cusack appartiene a quella schiera di attori a cui piace sporcarsi le mani, questo nonostante un passato da divo romantico anni ’80 con annessi boombox che mandano Peter Gabriel a tutto volume.

Il Rob interpretato da Cusack non è un fico, è un tipo qualunque. Che gli succede? Semplice, è stato lasciato da Laura. Laura non è certo la prima a lasciarlo, ce ne sono state tante altre prima, e arrivato a questo punto Rob comincia a chiedersi il perché. È colpa delle donne o è colpa sua? Per come la vede, dicevamo, è più probabile che si tratti della prima. Quando non pensa a questo se ne sta nel suo negozio di dischi assieme ad altri due geek musicali, Barry (un Jack Black incredibile, uscito praticamente dalle pagine di Hornby) e Dick, e stila varie Top 5: i migliori 5 album di quell’artista, i 5 peggiori di quell’altro, le 5 migliori canzoni sulla morte. La musica è sempre un porto sicuro, è il motore di accese discussioni o una scusa per attaccare bottone con una donna, è la sublimazione della tristezza (The River di Bruce Springsteen), della rabbia (You’re gonna miss me dei 13th Floor Elevators) e della felicità (We Are the Champions dei Queen) e insomma quando sembra che nulla vada per il verso giusto basta ricordarsi che lei è sempre lì, tra pile di vinili e CD a esprimere per noi i sentimenti che proviamo, o a farci scordare di tutto per un po’. Ma Alta fedeltà non parla solo di musica.

Quello di cui parla in realtà – ed è il motivo per il quale la serie al femminile alla fine non conquista – è l’universo maschile. I vizi, le manie, le puerili fantasie che non ti abbandonano mai davvero e rischiano di farti volere più di quello che hai senza nessuna ragione particolare. Ed è questo il senso della frase con cui ho aperto l’articolo: arriva prima la musica o la sofferenza? O sarebbe meglio chiedersi: arriva prima la musica o arrivano prima le aspirazioni? Anni e anni passati ad ascoltare melodie e testi che dipingono storie d’amore perfette ed idilliache, e senza che ce ne accorgiamo stiamo rincorrendo proprio quella roba. Ma magari – sempre senza che ce ne accorgiamo – in realtà siamo già dove dovremmo essere, anche se ci vuole un po’ per capirlo. La musica si può sostituire con la letteratura, o ancora meglio con il cinema, ed il problema persiste.

È anche un toccante manuale su come non sentirsi falliti: non importa dove ti abbiano portato le tue scelte, puoi sempre trovare il modo di far emergere il tuo potenziale. Magari a 36 anni non allo stesso modo che a 20, prima meglio fare pace con certe aspirazioni: il tanto anelato futuro fatto di incredibili conquiste e traguardi impensabili era una fantasia di quelle che rischiano di distruggere tutto e in definitiva non portano da nessuna parte. Rob deve rendersi conto che forse gestire un negozio di dischi era quello che aveva sempre voluto, che quel “di più” che ha rincorso per tutta la vita non era nulla di tangibile. Cosa lo aiuta a destare interesse in donne validissime e più sveglie di lui? Il potenziale. Cosa gli impedisce di essere davvero soddisfatto? L’insicurezza. La condanna (autoinflitta) a sentirsi costantemente irrealizzato e non all’altezza, che si traduce in scarsa affidabilità ed autodistruzione.

È emblematico come in questo film Cusack riproponga l’immagine dell’amante ferito che fa telefonate disperate sotto la pioggia come su Non per soldi… ma per amore: là però era un eroe romantico, qua è semplicemente molesto e patetico. Con lo spietato revisionismo dei nostri giorni non potevamo non aspettarci che certi aspetti di questo film venissero oggi considerati problematici: l’immaturità di Rob si traduce in atteggiamenti non lontani dallo stalking, e ovviamente esistono articoli a riguardo che invitano a rivalutare la sua figura e a non ergerla a modello. Beh, ma io non l’ho mai fatto. Né lo fa il film, se è per questo. Proponendo un’immagine speculare a quella del Cusack davvero romantico ma mostrandocelo così incasinato, così fuori fuoco, è chiaro l’intento di dissuaderci dall’inseguire fantasie romantiche che non trovano riscontro nella realtà. Che possono – per l’appunto – tradursi in atteggiamenti tossici. È un film riflessivo e coraggioso, non “problematico”.

Alla fine, come nel romanzo, Rob va incontro alla giusta conclusione per il suo percorso di maturazione: trova la felicità in quello che già ha, perché non ha bisogno di altro. E non è quel tipo di maturazione da fuochi d’artificio, ma è – per citare il George Costanza di Seinfeld – “come la vita”. Di base quindi un casino, ma possiamo cominciare a sbrogliarlo piano piano, o non farlo. Rob a modo suo decide di farlo.

Paradossalmente a spiccare meno di tutto il resto è proprio la musica: non c’è un’idea precisa e coerente sugli artisti e i brani da utilizzare, anche se ovviamente le canzoni che sono finite nel film sono belle. Questo perché Stephen Frears per sua stessa ammissione non è esattamente un patito di musica, ed ha delegato quell’aspetto agli autori per concentrarsi più che altro sui personaggi. Cusack e gli altri autori avevano però idee diverse sui brani da utilizzare, e si vede. Mettiamola così: è una selezione di tutto rispetto, ma non è incisiva.

Il miracolo è che comunque il discorso sul “potere” della musica, che scandisce delusioni e gioie, nostalgia e speranza, arriva con la giusta decisione. E magari se sostituissimo le Top 5 di Rob con le nostre potrebbe quasi sembrarci di essere lì, con gli stessi eterni dilemmi e lo stesso modo di renderli meno noiosi. Io di solito metto su Elvis Costello.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *