Amore e pallottole: L’ultimo contratto (1997)

È il 1997, anno in cui ormai qualunque film riesca a combinare umorismo e pistole viene automaticamente bollato come “tarantiniano”, e nemmeno così a torto: l’influenza di quel geek texano pazzo di Quentin Tarantino genera sicuramente una serie di emuli consapevoli, decisi a replicarne lo stile, dai dialoghi infarciti di «fuck» che aspirano a quella coolness senza ovviamente riuscire a bissarla, alle sparatorie sanguinolente e sopra le righe.

Uno strambo piccolo film, Grosse Pointe Blank (da noi tradotto ne L’ultimo contratto), esce in quell’anno e viene immediatamente schedato dalla nostra critica come l’ennesimo prodotto della Tarantinowave. Perché? Perché ci si spara, perché ci sono dialoghi brillanti (stavolta veramente) e… basta. È chiaro fin da subito che in realtà le sue ambizioni sono diverse, che il suo approccio è diverso e che dietro non c’è un giovane dell’ultima ora che tenta di scopiazzare il suo nuovo idolo, anzi.

Il protagonista del film è un John Cusack in formissima e nel ruolo della vita: Martin Blank, killer professionista a cui manca solo un po’ d’amore. Blank uccide con la freddezza e la precisione che ci si aspetta da chi ne ha fatto un mestiere e a latere conduce un’esistenza da lupo solitario che ha come unico “amico” il suo analista, terrorizzato da lui e che non vorrebbe averlo in cura. Su suggerimento di quest’ultimo, Blank accetta l’invito al decennale del suo diploma nella sua cittadina d’origine, Grosse Pointe, per staccare un attimo dal suo lavoro e fare i conti i suoi demoni, soprattutto con la ragazza che scaricò con non poco rammarico per intraprendere la carriera da killer (Minnie Driver, altra fuoriclasse) e alla quale non ha mai smesso di pensare. Ovviamente non è così semplice, e con un lavoro del genere i guai troveranno modo di inseguirlo.

Il film fonde azione e commedia romantica riuscendo a seguire diligentemente le regole di entrambi i generi, con momenti action realizzati con polso e grinta e momenti romantici scritti, diretti e recitati in maniera davvero brillante. È quel tipo di film che se mi capitasse al cinema impazzirei. Ma non capita, o almeno non capita più con prodotti sfornati dalla Disney. Già, la Disney produsse questo film attraverso la Hollywood Pictures, una delle diverse filiali ‘adulte’ – come la Miramax o la Touchstone – che aveva all’epoca, quando ancora ogni tanto si prendeva qualche tipo di rischio. E, a proposito di rischi, per questo film vennero messe insieme delle persone che sulla carta non potevano avere curriculum più diversi tra loro, ma che si sono rivelate quelle giuste.

Da una parte abbiamo John Cusack, che aveva già un passato da icona del movimento brat-pack anni ’80 con alcuni tra i titoli più gustosi del filone (Sacco a pelo a tre piazze e Sapore di hamburger come punte di diamante, oltre all’iconica scena della serenata con stereo su Non per soldi… per amore) e qualche buona prova in film più impegnati. Cusack è un attore che ha sfiorato più volte la possibilità di abbracciare un certo stardom per poi allontanarsene puntualmente, intrigato da progetti più singolari e interessanti. L’ultimo contratto è il primo passo realmente deciso che compie in questa direzione, accollandosi anche il compito di produrlo e di partecipare alle riscritture del copione assieme a D.V. DeVincentis e Steve Pink, i tizi con i quali più avanti scriverà anche Alta fedeltà.

Il copione in origine è di un certo Tom Jankiewicz, che ha l’idea dopo aver ricevuto l’invito per il decennale del suo diploma. È il primo copione della sua carriera a venire opzionato ed è un colpaccio, un’idea fulminante che attira l’attenzione delle persone giuste ma – nonostante l’ottimo successo di critica riscosso all’epoca – rimane anche l’ultimo. Jankiewicz successivamente lavora come script doctor e riesce quasi a farsi produrre un nuovo copione, ma niente. Putroppo muore nel 2013, riuscendo nell’effettivo a sparare un’unica cartuccia: quella giusta.

L’idea del killer professionista in crisi di identità (in seguito ripresa da Bill Hader in Barry, una delle migliori serie TV degli ultimi anni) è bellissima, così bizzarra che poteva sfuggire di mano facilmente, ma non succede. E si passa spesso da 0 a 100 con un divertente tempismo: non facciamo in tempo ad essere riflessivi e malinconici che parte la sparatoria; non si può essere romantici con la donna che si vuol conquistare che poco dopo ci tocca menare a un altro killer (e ucciderlo, soprattutto) perché non ti ricordavi di avergli ammazzato il cane; ma soprattutto c’è uno dei miei momenti preferiti di tutto il cinema: una dichiarazione d’amore nel bel mezzo di una sparatoria violentissima e non accompagnata da musica, ma solo dalle giuste parole e dal dolce suono degli spari. Uno dei momenti più alti di John Cusack come attore, e che bello che esitano film in cui succedono queste cose! Mi viene da commuovermi solo a pensarci.

Il tocco finale lo aggiunge la regia: abbiamo infatti nientemeno che George Armitage, regista veterano che esordì nel ’71 grazie a Roger Corman con lo strambo thriller Private Duty Nurses e nel 1972 consegnò alla storia del cinema un classico tra i più amati del movimento della blaxploitation, Hit Man. Un professionista di ferro, uno di quei vecchi artigiani di Hollywood che non si fanno intimidire da nulla: in poche parole non il primo regista a cui penseresti con in mano un copione del genere, ma quello giusto. Poco prolifico (i titoli da lui diretti dal ’72 fino all’ultimo film del 2004 si contano letteralmente sulle dita di una mano), nonostante lo scarto tra un film e l’altro Armitage non perde mai la concentrazione, non si adagia, spreme sempre il copione al meglio delle sue possibilità.

Ad andare a ben spulciare salta fuori che quindi è proprio Tarantino ad essere fan del suo lavoro, tanto da proporsi per un cameo nel film. La cosa purtroppo non va in porto, e Tarantino viene sostituito da un cartonato dei personaggi di Pulp Fiction che viene trivellato di colpi durante una sparatoria. Questo deve aver decisamente facilitato il lavoro ai critici pigri già pronti col timbro TARANTINIANO, ma è giusto chiarire che non esiste come tentativo del film di venire riconosciuto come membro di quel filone ma piuttosto come strizzatina d’occhio tra amici.

L’ultimo contratto in è America è un piccolo cult con una buona schiera di estimatori: complici la musica (score curato da Joe Strummer, soundtrack che comprende i Clash, i Violent Femmes e i The Specials), l’ibrido bizzarro tra i generi, i siparietti comici tra Cusack e un Dan Aykroyd (nel ruolo di un altro killer professionista suo rivale) particolarmente in palla, ma soprattutto una coppia di attori incredibilmente affiatati.

John Cusack e Minnie Driver si appropriano del film ed hanno un’intesa così naturale che ti sembra di conoscerli, credi alle loro interazioni, credi al loro background e vuoi assolutamente che si amino. Uno dei momenti migliori del film è improvvisato: i due si rivedono per la prima volta dopo dieci anni, lei è comprensibilmente spiazzata prima che arrabbiata, e la prima cosa che fa senza pensarci troppo è gettarsi addosso a lui e baciarlo come in uno scatto isterico, per poi staccarsi subito e cominciare a trattarlo con lecita diffidenza. Armitage dice, cito dai trivia di Imdb, che Cusack una volta gridato lo “Stop!” aveva un sorrisone incredibile su quella sua faccia buffa, e ci credo. La chimica è talmente palpabile che non sono rimasto sorpreso quando ho scoperto che poi grazie a questo film sono stati anche insieme per un po’.

Ad oggi sono due entrambi un po’ fuori dai giri “che contano”. Poi certo, se Cusack non gode della stessa fama o considerazione di un tempo è pur vero che ha avuto una carriera di tutto rispetto, lavorando con gente del calibro di Woody Allen, Clint Eastwood, Spike Jonze; la Driver invece ha all’attivo una nomination all’Oscar per Will Hunting – Genio ribelle dopo la quale la sua carriera purtroppo non ha accennato a decollare sul serio (l’ultima cosa rilevante che ha fatto probabilmente è la voce di Jane nel Tarzan animato della Disney), pure se lo avrebbe decisamente meritato. Comunque alla veneranda età di cinquant’anni è rimasta identica, lavora molto in TV e sembra una persona serena e felice. John Cusack va alle proteste contro la polizia e pubblica tre video al secondo su Instagram, ha una faccia gonfissima, non lo si vede da anni senza un cappellino in testa e dopo Love & Mercy (film bellissimo per il quale avrebbe meritato un Oscar se gli Oscar fossero premi che si danno a chi li merita) non gli è più interessato fare film belli (purtroppo). George Armitage chissà che starà combinando. In ogni caso, grazie a tutti.

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