In difesa di Batman & Robin

Purtroppo Joel Schumacher ci ha lasciati. Proprio pochi giorni prima della sua dipartita abbiamo pubblicato un articolo in cui parlavamo di quanto fosse sottovalutato il suo lavoro nei due bistrattati Batman. Abbiamo sempre voluto bene a Joel, perché è impossibile non vedere quanto cuore ci avesse messo nonostante tutto e anche semplicemente perché quando sono usciti i suoi Batman non avevamo proprio l’età giusta per rimanerne delusi (Batman Forever è uscito nel mio anno di nascita, Batman & Robin due anni dopo), come comprensibilmente deve essere successo a chi aveva visto e amato i film di Tim Burton in sala.

Per noi erano sempre film che contenevano Batman, quindi erano belli. Poi siamo cresciuti, abbiamo capito che i Batman di Burton erano una cosa più o meno adulta e che non c’era motivo di esserne imbarazzati, mentre quelli di Schumacher non erano che dei giganteschi spot per giocattoloni da dimenticare il prima possibile. Ci avevano fatto passare dei pomeriggi in piena spensieratezza? Non importa: dimenticare. E subito anche. Ho rinnegato i Batman di Schumacher? Beh, sì. Ero sincero? No. Ha l’aria una di quelle cose che fai per non farti tagliare fuori dalla tua cerchia di amici alle medie o al liceo, ma senza sentirla granché. Sì, era (ed è) la regola: dirsi imbarazzati da quei Batman al neon, perché siamo persone serie.

E da quanti anni è che ci tocca sentire le stesse manfrine? «I bat-capezzoli!? Dai, troppo ridicoli lol»; «LA BAT CARTA DI CREDITO!!! »; «LE FREDDURE DI MR. FREEZE CHE è FREDDO QUINDI FA LE FREDDURE!!!». Che vi devo dire? Abbiamo capito! «Hanno rovinato il franchise!!!»: Beh, questa ad esempio è un’inesattezza, almeno in termini economici, dato che in realtà a danneggiare il franchise fu la svolta autoriale un po’ troppo decisa di Batman – Il ritorno.

I Batman di Schumacher non sono quello che sono perché i produttori si sono svegliati di botto con un’idea completamente antitetica ai film precedenti, ma perché Il ritorno aveva fatto incazzare a morte i genitori d’America, così attenti a preservare l’animo puro dei loro bambini di cristallo chiaramente destinati al Paradiso, che non potevano proprio vedere il Danny De Vito più brutto e disgustoso di sempre addentare il naso a uno facendo fiottare sangue. E come reazione, pure se abbastanza bigotta (e lo fu, davvero esageratissima), si poteva comunque capire: lo vendete come blockbuster estivo, fate uscire gli happy meal e poi è un film adultissimo, intriso di erotismo e con più di un momento pseudo-disturbante (per un bambino sicuramente). Uno dei miei film della vita, eh, di quelli per cui non fatico a gridare “capolavoro!”, ma pensate ad una major con in mano un franchise che con il primo film parte con numeri stratosferici e al secondo prende una cantonata (pur incassando bene) e indispettisce le famiglie, una fetta enorme ed importantissima del suo pubblico. Un cambio di tono era il passo più logico, e dovremmo riuscire a immaginarla bene quella situazione, dato che più o meno la storia si è ripetuta nella DC cinematografica proprio in tempi recenti.

Quando il solido ed esperto Joel Schumacher salì a bordo gli venne chiesto di trainare il franchise su territori il più possibile colorati e family-friendly. I risultati che conosciamo furono una cosa inedita anche per lui, che prima aveva girato film tendenzialmente dark (Linea mortale, Ragazzi perduti, Un giorno di ordinaria follia), e anche dopo confermò di essere più orientato su quello che non sui colori sgargianti (8 mm, In linea con l’assassino). Quello che vedete se lo inventò da zero, non era l’ideale prosecuzione della sua poetica autoriale come per un Tim Burton o per un Christopher Nolan. Gli venne imposto di fare il film in un certo modo e lui fece del suo meglio, e poi è bene ricordarsi che per la Warner fu una mano santa: Batman Forever di fatto salvò il franchise, incassando tantissimo (quando dopo Il ritorno molti ipotizzavano un flop) e quindi rendendo “necessario” un sequel.

Per i fan del personaggio Batman & Robin fu una doccia fredda, eppure secondo me era meglio del film precedente: a Forever sono legato e apprezzo tantissimi degli spunti che sono riusciti ad infilarci, ma sembrava diviso tra il seguire timidamente le orme di Burton (con momenti dark comunque molto belli) ed inaugurare allo stesso tempo un approccio più giocoso, infantile. Batman & Robin invece ha il merito di correggere questo squilibrio tonale, abbandonandosi con più sicurezza al camp e rimarcando l’estetica ostentatamente da fumetto. E resta un lavoro che nonostante i suoi difetti lampanti è 1) memorabile (se ne discute ancora dopo più di vent’anni) e 2) ottimo su più fronti.

La confezione.

Il set design di Barbara Ling – spesso esaltata su questi lidi – è fuori scala, la miglior Gotham City a mani bassissime: dettagliata, ricca e imponente, è lo sfondo migliore possibile per un film come questo, calato in un contesto in cui i personaggi parlano in maniera caricata ed artefatta, hanno costumi sgargianti e snocciolano one-liners degne della serie TV di Batman degli anni ’60. Gli effetti speciali di John Dykstra sono avanguardistici e pongono le basi per quello che sarà l’utilizzo di controparti digitali nei blockbuster supereroici (perfezionato nello Spider-Man di Sam Raimi, curato sempre da Dykstra). La cura del dettaglio è maniacale anche quando è fuori posto (i bat-capezzoli, figli della volontà di far somigliare le tute degli eroi a delle statue greche), e in definitiva il mondo creato per questo film – piaccia o meno – è denso e pieno di finezze da (ri)scoprire.

Una delle tante cose che adoro di Batman & Robin, ed una delle tante sottovalutate, sono le musiche di Elliot Goldenthal: la colonna sonora ufficiale dei miei pomeriggi passati a giocare con le action figures del film (e quante ce ne erano! Ne avevo tantissime, chissà dove sono finite) canticchiando il suo tema (“paaaa… pa pa pa pa pa pa pa paaaa…”) e inventando trame per dei sequel che non ci sarebbero mai stati (in uno i miei Batman e Robin si scontravano con una action figure di Robocop). Che poi è proprio così che Goldenthal ha inventato il main theme, ripensando ai motivetti che improvvisava sul momento giocando con i pupazzetti: con quale migliore spirito poteva approcciarsi al materiale? E non ha colto solamente il lato più ‘epico’ o quello più giocoso dei personaggi, ma è riuscito a creare tracce memorabili anche per i meno convinti momenti drammatici, di fatto elevandoli.

Strana una recensione di Batman & Robin in cui non si è ancora parlato di cosa non funziona in Batman & Robin, eh? Ecco, ora ci arriviamo.

Gli attori.

George Clooney continua da anni a scusarsi per questo film e probabilmente non smetterà mai. Sappiamo tutti perché lo fece: Val Kilmer non piaceva a nessuno – men che meno a Schumacher – e se ne andò via a girare Il Santo, quindi si puntò sul giovane divo in ascesa che allora stava godendo di un’ottima popolarità grazie al serial televisivo E/R. Aveva già fatto cose al cinema, ad esempio Dal tramonto all’alba, ma un ruolo come quello di Batman sembrava la mossa definitiva che l’avrebbe consacrato finalmente come mega star del cinema e non solo del piccolo schermo. Purtroppo si rivelò una mossa controproducente. Colpa del film? Più o meno. Del costume? Abbastanza. Della sua interpretazione? Decisamente.

Volevo dire una cosa sui bat-capezzoli: ma nessuno si è mai accorto che c’erano già in Batman Forever? Perché sembra sempre che sia un’esclusiva di questo film?

La tuta di Clooney non era poi tanto diversa da quella di Val Kilmer su Forever, a parte il pipistrello sul petto. Poi okay, non è perché sono già nel film precedente che adesso dovremmo assolvere i capezzoli (ecco cosa riesco a scrivere parlando di questo film: “assolvere i capezzoli”): c’era un’idea dietro, ma era quella sbagliata. A voi, altri capezzoli:

Allora, adesso possiamo lasciarcela alle spalle questa storia della tuta? I capezzoli sono una pensata assurda, okay, ma a parte quello è proprio Clooney a non funzionare mai. Moscio, poco convinto, platealmente non a suo agio con l’approccio sopra le righe. Si muove spesso in maniera inspiegabilmente convulsa (lo notavo e mi faceva strano già da bambino) e recita le sue battute con una piattezza ed una mancanza di convinzione tali che si stenta a credere che si tratti dello stesso che fa il mattatore nelle commedie dei fratelli Coen. E di tutto il cast è il peggiore: anche il non meno spaesato Chris O’Donnell se la cava meglio, Alicia Silverstone sembra capitata lì per caso ma ci prova, mentre lui non ce la fa proprio. Come Batman è nullo (Michael Keaton era misterioso, Val Kilmer faceva un buon lavoro di voce, lui sta lì), mentre come Bruce Wayne è più pacato e “gentile” dei suoi predecessori ma pure molto meno carismatico, e la sua recitazione poco convinta penalizza anche i momenti drammatici con il personaggio di Alfred (ancora interpretato da Michael Cough), che sulla carta erano belli.

L’Alfred malato e prossimo alla morte, che regala più saggezza del solito e si dimostra sempre in grado di decifrare Bruce Wayne senza nessuna fatica, potrebbe quasi commuovere. La sua saggezza poi è servita in modo molto più elegante che nella trilogia di Nolan (dove parlava solo per monologhi enfatici), per dire, ma anche se non sono brutti sono i momenti dove il film crolla, perché a parte Cough (e Schumacher) non ci crede nessuno.

I più convinti – quelli che tengono in piedi la baracca e dominano le scene di cui sono protagonisti – sono i villain. Non è certo la prima volta nella saga di Batman, considerando che il primo di Burton in realtà è un film sul Joker e il secondo è una riflessione su quanto Batman non sia meno pazzo dei suoi avversari, che di fatto essendo svantaggiati dalla loro posizione di “cattivi” messi ai margini si trovano a vivere drammi per i quali è più facile provare empatia per loro che non per l’eroe. Certo qui non troviamo quel livello di complessità: il Mr. Freeze di Arnold Schwarzenegger è l’unico del terzetto di cattivoni ad avere un vero arco narrativo (rubato alla bellissima serie animata), ma l’aspetto su cui si spinge di più è quello battutaro, che Schwartzy abbraccia con entusiasmo.

Poi c’è Bane, una presenza ornamentale che serve più che altro a dare uno sgherro sempre pronto a menare le mani alla “non violenta” Poison Ivy. Uma Thurman – in uno dei suoi ruoli più iconici, volente o nolente – ha un personaggio su cui può lavorare poco, ma con quel poco riesce comunque ad essere magnetica e divertente. Entrambi insomma si adeguano e si lasciano andare, riuscendo persino a infilare momenti “seri” notevoli, come l’inquietante finale nel manicomio di Arkham.

Giocattoli.

Un’altra cosa che si rimprovera a Batman & Robin è la lampante volontà di essere un grosso spot per i giocattoli ed il merchandising vario, ed è vero, lo è. Schumacher ha raccontato spesso delle pressioni che c’erano al riguardo, e in certi momenti in effetti si sfiora abbastanza il ridicolo (addirittura Poison Ivy dice “la mia action figure la vendono sempre assieme a quella di Bane”), ma il mondo in cui vivono i protagonisti è così sopra le righe da riuscire a integrare questo aspetto in maniera più o meno decorosa.

L’approccio è quello del fumettone sgargiante, e le regole sono molto diverse da quelle di Nolan o di Burton: può non piacere, ma il film non mente mai su quel che vuole essere. Ad oggi, anche senza gli occhi del cuore, lo trovo un divertente giocattolone, tecnicamente eccelso, pieno di momenti folli apprezzabilissimi e con spunti ‘seri’ che con più decisione avrebbero potuto davvero funzionare, anche se non è che sia un peccato così grave: è un film per bambini, ed io da bambino ci impazzivo. Sembrava venire dallo spazio, come se avessero deciso di fare il film definitivo che incarnasse le eccentriche fantasie di noi marmocchi.

Ma okay, il pubblico capì di non volere questo. Il franchise restò congelato (ahah!) per otto anni, anche se Joel Schumacher aveva piani intriganti per il sequel, tale Batman Tryumphant, che avrebbe dovuto recuperare l’approccio dark à la Burton e veder tornare il Joker di Jack Nicholson, oltre a presentare una versione dello Spaventapasseri interpretata da Nicolas Cage (è praticamente garantito che ci siamo persi una cosa colossale). Ma niente, era andata. Critiche disastrose, incassi buoni ma sotto le aspettative, fama di uno dei film più brutti della storia e sicuramente il peggiore della storia di Batman.

Se solo avessero saputo che dopo ci sarebbe toccato un film di Batman della durata di tre ore in cui l’eroe compare in costume per neanche venti minuti…

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