Perché Spider-Man 2 è il miglior cinecomic di sempre

Quel che ricordo del primo Spider-Man di Sam Raimi è che avevo sei anni, che i miei mi portarono a vederlo e semplicemente scoprii la magia del Cinema: di sicuro ero già stato a vedere altre cose, ma fu uscito da Spider-Man che mi sentii investito da quella strana sensazione chiamata meraviglia, sorpreso dalla scoperta che la vita dentro ad una sala buia e davanti a uno schermo gigante fosse ben più interessante.

Fu il mio primo incontro con il Viaggio dell’Eroe, o più semplicemente la prima volta in cui quello schema sortì il suo effetto su di me: l’arco narrativo di Peter Parker era chiaro, deciso e potente. Catartico. Iniziava ragazzino sfigato e vessato dai bulli, scopriva i suoi poteri e le relative responsabilità, soffriva, lottava, ed infine diventava un uomo. Diventava l’UOMO RAGNO, perdio!

Uscii dalla sala con aria seriosa, fiera, sentendomi anch’io un po’ Uomo Ragno, e ricordo come fosse ieri che un signore se ne accorse e si mise a ridere. Ero un ridicolo marmocchio, ma ci avevano messo tutto il cuore di cui erano capaci e mi avevano fatto vivere un sogno. Com’era possibile battere un film del genere?

«Io sono Spider-Man, e ho una missione da compiere. E sono Peter Parker, e ho anch’io una missione»

Che Spider-Man 2 volesse alzare l’asticella appariva chiaro fin dai trailer, ma già a pochi minuti dall’inizio arrivò la conferma. Nella primissima sequenza – preceduta dai bellissimi titoli di testa coi dipinti di Alex Ross – Spider-Man/Peter Parker deve dividersi tra le mansioni da eroe e quelle da pizzettaro, escamotage che setta già il mood alla perfezione: l’arrampicamuri è una realtà nota a tutta New York, città che lo ama e lo mitizza, ma Peter Parker lotta per mandare avanti la sua vita tra l’indifferenza generale.

A scuola non riesce a brillare come potrebbe, mentre la situazione con i suoi cari è un disastro: ama disperatamente Mary Jane ma non può dirglielo, sa che Spider-Man non è l’assassino del padre di Harry Osborne – il suo migliore amico – ma non può dirglielo, ed infine sa che la morte dell’amato zio Ben è stata ‘colpa’ sua, ma non riesce a dirlo a zia May. Il tutto mentre si butta a fare due lavori  con paghe misere per mantenersi in un postaccio di cui non riesce comunque a pagare l’affitto.

Mi mancava sicuramente l’esperienza per capire quanto di vero e di universale ci fosse nella situazione dello sfigato – quasi fantozziano – Parker, ma d’istinto mi appassionai fortissimo. Era impossibile non fare il tifo per lui, un ragazzo come tanti che lottava per non venire schiacciato dalle avversità e a momenti sembrava proprio non farcela: la ragazza che amava ce l’aveva con lui, il suo migliore amico lo prendeva a pizze, e come se non bastasse perdeva i poteri.

Era tutto così spiazzante, e tu te ne stavi lì a chiederti “e adesso!?”, ma poi  quando il gioco si faceva veramente duro l’eroe ritrovava tutta la convinzione di cui aveva bisogno (e con essa i poteri) e tornava più deciso di prima. Sembrava Superman II (e di sicuro non è un caso, visto l’amore di Raimi per i film con Christopher Reeve), con l’eroe in crisi esistenziale e più botte che nel primo. Un bambino già maniacalmente ossessionato dal prototipo (cioè io) non poteva chiedere di meglio da un sequel.

Ma Spider-Man 2 in realtà è ancora più toccante visto dopo l’infanzia e l’adolescenza: una metafora perfetta del passaggio all’età adulta con tutti gli oneri, lo stress, la confusione e le incertezze che ne derivano. È Peter Parker che non capisce più chi è, che sente di non poter essere Spider-Man – la sua sublimazione, il suo pieno potenziale – finché non avrà smesso di essere una delusione per le persone che ama e per sé stesso.

È insomma un film che non tratta la matrice fumettistica né il concetto di supereroe con superficialità o sufficienza, ma li utilizza per raccontare qualcosa in cui valga la pena immedesimarsi. Quando fa esplodere lo spettacolo non è mai solamente per pagare la tassa-blockuster e dare al pubblico “ciò che vuole davvero”, ma è perché tutti i drammi del protagonista portano in quella direzione, e arrivati a quel punto non c’è altro da fare se non menare le mani.

L’eroe dietro alla macchina da presa.

La mano di Sam Raimi, già evidente nel primo film, diventa qua ancora più decisa. Questo non significa che quello che troviamo in Spider-Man 2 sia un regista con la presunzione di fare un film ‘elevato’ camuffato da blockbuster, ma piuttosto un Autore che abbraccia il cinecomic con fierezza trovandovi un veicolo perfetto per dare sfogo al suo stile e alle sue abilità.

È abbastanza maturo da non guardare ai fumetti come ad una roba per bambini, riconoscendogli la dignità dalla quale troppo spesso si tende a spogliarli (vedasi le dichiarazioni di Toni Servillo, Martin Scorsese, Todd Phillips) e girando un film che – sopresa! – si eleva per davvero. Sicuramente perché leggeva Spider-Man da bambino, ma anche e soprattutto perché non si è scordato di cosa significasse sentirsi ammaliato da quelle storie, ammirare l’eroe, immedesimarsi in lui. Non è imbarazzato dall’aver provato tutto questo, non ripete mai a se stesso che “è stato bello, ma adesso è il momento di crescere”. Ci crede, insomma.

I registuccoli con velleità da autori sensibili prestati al cinema di cassetta dovrebbero studiare il lavoro di Raimi: un regista completo, dotato sia di una spiccata sensibilità che di un inarrivabile senso dello spettacolo, capace di amalgamare registri apparentemente antitetici – dal dramma più sofisticato all’azione ‘fumettosa’ adrenalinica e coreografica – con una naturalezza che non si è mai vista in altri film supereroici, né prima né dopo.

L’ammissione di colpa di Peter Parker alla zia May è un pezzo di regia e recitazione di quelli che se si trovassero in un film drammatico uscito dal Sundance Film Festival staremmo tutti a gridare “CAPOLAVORO!”.

Tobey Maguire recita quella scena in maniera semplicemente perfetta (non capirò mai questa cosa così diffusa di definirlo un attore-cane: è straordinario), e Raimi ne lascia respirare il dramma scegliendo di non sottolinearlo con la musica, lasciando tutto sulle spalle degli attori: ne viene fuori un momento che spezza il cuore entrando a gamba tesa, così vero e straziante che da bambino lo trovavo insostenibile ed ancora oggi mi commuove immancabilmente. In uno di quei cosi Marvel che produce la Disney una scena del genere verrebbe sottolineata da uno stucchevole accompagnamento musicale strappa-lacrime, e culminerebbe in una battutella per stemperare la pesantezza e ricordare agli spettatori che stanno guardando solo uno sciocco film di eroi in calzamaglia. Qua invece si fa sul serio: gli eroi in calzamaglia hanno problemi, e potrebbero somigliare ai nostri.

Questo non significa che non sia anche un film spensierato, tra ottime trovate comiche ed un gusto sopraffino per il camp, integrato con naturalezza e mai ridicolo o fuori posto. E nemmeno che non sia un film spettacolare, con il suo utilizzo più massiccio della Spydercam (che era comparsa solo nella scena finale del primo) per realizzare le sofisticate, immersive riprese di Spider-Man in volo.

Poi i momenti action, anche se dominati in larga parte da creature digitali, sono così ben eseguiti che a più di 15 anni di distanza restano i più esaltanti mai visti in un cinecomic. Non c’è insomma un singolo momento che a Raimi non stia a cuore: nel mostrarci la genesi del villain Doc Ock (un clamoroso Alfred Molina), ad esempio, riesce persino ad infilare una scena horror girata con una grinta che ricorda i suoi esordi.

In ogni sequenza troviamo un regista coinvolto e attento, che sceglie con accortezza quando cedere il passo ai virtuosistici movimenti di macchina o quando rimanere discreto, dando al film un equilibrio perfetto.

Tiriamo le somme.

Che cosa provò il me bambino di 8 anni, lo stesso per il quale il primo film aveva significato così tanto? Un’esperienza ancora più appagante: l’azione era più moderna e pirotecnica, si rideva, il villain – tanto minaccioso e fracassone quanto umano e sfaccettato – era ancora meglio del Green Goblin del primo film.

Poi ci scappavano scene come quella dello scontro tra Doc Ock e Spider-Man sopra il treno, tanto potente nella parte prettamente action quanto semplicemente clamorosa dal momento in cui Peter/Spider-Man decideva di fermare il treno con uno sforzo fisico sovrumano. Quando poi ci riusciva, e sveniva, e i cittadini di New York se lo passavano in un solenne crowd surfing, e poi lo vedevano in faccia e realizzavano scioccati che era “solo un ragazzo”, beh, lì c’era la vera essenza di Spider-Man come personaggio. E quando gli dicevano che era tutto a posto e gli ridavano la maschera, ammirati e rispettosi, delle strane cose chiamate lacrime si facevano strada nei miei occhietti di bambino. Ma succede tranquillamente anche adesso.

Allora avvertii solo una mancanza: un finale epico come quello del primo. A tutt’oggi se proprio devo trovare un punto debole a questo film sono gli ultimissimi minuti, meno potenti ed incisivi di tutto il resto e che paiono più di raccordo verso il terzo capitolo. Ma questo dopo che per due ore ha infilato una scena memorabile dietro l’altra, quindi direi che non ci si può lamentare.

Spider-Man 2 è un film in cui tutti i personaggi – dall’eroe, al villain, all’amata, ai comprimari (persino la timida figlia del padrone di casa) – hanno qualcosa da dire. È un’esperienza cinematografica completa. È anche uno dei migliori sequel della storia, ed è sicuramente il miglior cinecomic di sempre – emozionante in quanto tale e senza eluderne i crismi -, ma in definitiva se vogliamo rendergli giustizia dobbiamo mettere da parte i soliti discorsi del tipo “nel suo genere un piccolo gioiellino” e dirlo a chiare lettere: è un grandissimo film, che vi piacciano o meno le calzamaglie.

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