Batman Begins e la nascita della Hollywood moderna

Sembrava impensabile nel lontano (sigh) 2005, ma oggi Batman Begins può definirsi uno dei film più importanti della storia del Cinema. Non tra i più belli, ma tra i più importanti, di quelli che una volta usciti cambiano il modo di pensare dell’industria: tutta la Hollywood moderna, ormai colpevole di riciclarsi tramite reboot continui, si basa sulla sua eredità. Prima di Begins, la parola “reboot” al cinema era praticamente sconosciuta; l’idea di un rilancio totale di un franchise non vide mai davvero la luce fino al 2005, con un’operazione commerciale allora inedita che oggi si ripete con una cadenza inquietante. Basti pensare che dalla chiusura del Batman di Nolan, ossia dal 2012, abbiamo già avuto altri 2 Batman e 2 Joker diversi. In appena 8 anni!

Che il reboot potesse essere un’operazione fattibile senza il terrore di confondere il pubblico fu proprio Begins a sancirlo, incoraggiando negli anni successivi i riavvii dei vari James Bond o Star Trek. Il ‘rebootare’ si fondò per un lungo periodo nell’imperativo ”approccio dark” da affibbiare ad ogni franchise per farsi prendere sul serio, iter in parte anche figlio della seriosità e della disillusione post-11 Settembre che investì i fumetti stessi di realismo e cinismo.

Begins è quindi l’involontario peccato originale, il “motivo” per il quale continuiamo ad avere sempre gli stessi personaggi riproposti in mille salse diverse a discapito di idee più fresche… perché per ogni flop che può sancire la morte di un franchise ci sarà sempre un successivo reboot a riaggiustare (quasi mai) le cose. E poi avanti fino al prossimo, in un eterno ritorno che sta pian piano uccidendo la freschezza dell’industria. Ma fu appunto involontario: un’operazione talmente nuova che nessuno sapeva cosa aspettarsi, e per la quale in effetti non ci furono i fuochi d’artificio che
ricevettero i due sequel, veri consacratori di un nuovo stile vincente che tutta Hollywood cercherà di emulare creando nuovi “Cavalieri oscuri”.

Un po’ come gli altri due “poli” della trilogia: Nolan stesso e Hans Zimmer, esponenti di uno stile funzionale e caratteristico nel loro contesto, ma che a Hollywood hanno involontariamente creato una schiera di imitazioni e dogmi su come debba essere un film di successo, dalla musica semi-minimale ai toni seriosi. Volendo persino il fisico di Bale, che con la sua trasformazione fisica record dopo L’uomo senza sonno (11 giorni, suo personale record negativo) lancerà la moda dei cambi di peso suicidi.

Ma sulle influenze della trilogia al resto di Hollywood ci sarebbe un discorso lunghissimo da fare, per ora parliamo del film.

Nolan Begins

Begins è il mio preferito della trilogia Nolaniana. Al netto di qualche difetto a cui accennerò tra poco, di tutti e 3 è il film più coscienzioso di quello che vuole essere, e che limita anche alcuni dei difetti di stampo tecnico che avranno i sequel. Un problema che ho sempre trovato ne Il cavaliere oscuro è il suo non capire mai davvero che tipo di film vuole essere, se blockbuster o film d’autore, diventando di conseguenza un ibrido che non incarna davvero nessuno dei due spiriti; un difetto che troppo spesso lo porta a prendersi troppo sul serio e a procedere con una fretta esagerata, la stessa che in parte colpisce anche Begins, che si lascia alle spalle molte scelte interessanti che potevano lasciare spunti e letture inedite per il personaggio (come il tentato omicidio di Bruce Wayne verso Joe Chill, fallito solo perché anticipato da qualcun altro, una scelta abbastanza “coraggiosa” visto che si sta parlando dell’eroe del film), relegando certe scelte interessanti a “momenti qualsiasi del film”.

Sono appunto difetti presenti anche su Begins, ma in misura molto ridotta. Il sovraccarico di elementi narrativi che Begins condivide coi sequel è infatti giustificato (e anzi, gestito anche troppo bene considerando i “soli” 140 minuti) dalla tonnellata di materiale legato alle origini di Batman, per la prima volta narrate in modo lineare sullo schermo; mentre per il post-origini, con un triangolo di villain Spaventapasseri/Ra’s Al Ghul/Mafia di Gotham talmente intricato da far impallidire Batman v Superman, la confusione che caratterizzerà anche il terzo capitolo è più papabile, non pesando eccessivamente solo grazie ad una buona alternanza con scene d’azione tutto sommato da rivedere… perché, come detto, Batman Begins sa perfettamente di essere un blockbuster, seppur con ambizioni più alte.

Fortunatamente Nolan ha l’intuizione di prendere spunto dal suo cinecomic preferito, il primo Superman di Richard Donner: viene presa infatti in prestito la struttura dei 3 atti diversissimi tra loro, rendendolo uno dei rarissimi casi in cui ‘cedere’ ad uno schema prestabilito nel genere cinecomic a discapito di una visione più autoriale si è rivelata la scelta più sensata, capace di far respirare una narrazione decisamente ‘carica’.

Al contrario dei suoi sequel, che esaspereranno (anche troppo) il realismo (ma sarebbe più corretto parlare di verosimiglianza) caratteristico della saga, Begins è il film che meno si fa problemi ad abbracciare la natura larger than life dei fumetti. Questo senza esagerare nelle trovate che possano ricordare la sospensione dell’incredulità tipiche delle pagine disegnate, ma pescando quelle più giuste per il suo contesto, capaci di unire spettacolarità a relativa sobrietà: come lo spettacolare stormo di pipistrelli preso da Anno uno, che oltre ad avere un ruolo centrale nella campagna promozionale del film resta di gran lunga la scena più memorabile ed iconica del film; quasi un unicum nella saga di Nolan, così poco incline ad attingere al lato più fumettistico di Batman, in parte ripreso molto timidamente solo nel terzo (zoppicante) capitolo.

Blockbuster anni 2010: Anno uno

Valutando la filmografia di Nolan con la lente del presente (all’epoca aveva all’attivo solo Memento ed Insomnia), la scelta di affidare a lui un franchise come Batman è decisamente bizzarra. Il regista britannico ha tanti pregi, ma anche parecchi difetti che troppo spesso si tende a non notare, complice anche il fatto che molti di questi sono più evidenti nei suoi film più “di cassetta” (la trilogia di Batman e Inception) piuttosto che con i suoi film più personali, che vengono spinti come blockbuster soltanto perché legati al suo nome.

I difetti più grandi sono essenzialmente due: la completa incapacità nel girare scene d’azione e l’assoluta freddezza che trasudano i suoi personaggi. Il primo difetto è ben più visibile nei sequel, tra coreografie imbarazzanti e scene d’azione non esattamente adrenaliniche: non che storicamente i cinecomic nelle scene d’azione si distinguano per virtuosismi di regia, affidando spesso la propria spettacolarità esclusivamente alla CGI. Ma si sa, non tutti sono Sam Raimi. Di positivo c’è che per lo meno in questo primo capitolo Nolan ha l’intuizione di – come si dice a Cambridge – buttarla in caciara, lasciando l’azione alla regia più epilettica e meno comprensibile possibile, scelta apparentemente suicida ma che si adatta al suo Batman. Infatti la sua è la primissima versione (precedente anche a Snyder) a raffigurare l’Uomo Pipistrello per come lo vedono i criminali: una specie di entità, come un’ombra sfuggente impossibile da seguire e dalle modalità quasi horror, come nella scena di debutto del Pipistrello al porto.

Riguardo al secondo punto, non è un segreto che Nolan (Interstellar a parte) non abbia particolarmente a cuore la scrittura dei suoi personaggi, che troppo spesso sembrano freddi robot apatici costretti a ricorrere ad aforismi o a tragedie personali per risultare tridimensionali.

Probabilmente sarebbe stato così anche per Begins (basti vedere il freddissimo rapporto tra Bruce e Rachel) se non fosse stato per l’azzeccatissima acoppiata Christian Bale-Michael Caine, con una chimica talmente solida da reggersi quasi da soli il film anche nei momenti più deboli, ed un rapporto padre-figlio talmente credibile da rendere anche di troppo il ruolo di “mentore” di Papà Wayne nei flashback (abbastanza inutile, ma come ho detto… Nolan sovraccarica il film di elementi che non servono), complice un Bale più motivato rispetto ai sequel (e l’ottimo doppiaggio di Claudio Santamaria, ingiustamente criticato), dove per sua stessa ammissione pagherà l’essere messo troppo da parte in favore del Joker e Bane.

Certo il Batman di Bale è forse il più lontano da quello dei fumetti, con la sua fiducia nel sistema e le sue istituzioni, il suo ottimismo verso il bene, e il suo ergersi a simbolo che lo rende più vicino a Superman che non a Batman, che da sempre basa tutta la sua cinica esistenza sul NON fidarsi assolutamente di niente e nessuno. Ancor meno del sistema.

Tra i vari pregi un po’ abbandonati da Il cavaliere oscuro in poi c’è anche la colonna sonora, molto più variegata dei sequel, grazie soprattutto all’apporto più tradizionale di James Newton Howard (che quell’anno regalerà un altro grande score con King Kong), che lanceranno la moda della musica minimalista nelle colonne sonore Hollywoodiane: qualcosa che Zimmer può permettersi come segno distintivo (e neanche sempre, Blade Runner 2049 e Interstellar parlano da soli) in virtù del suo talento, ma che i suoi tanti imitatori hanno trasformato in una triste tendenza che ha finito per trasformare le colonne sonore in un blando sottofondo.

Un po’ come tutta la trilogia di Nolan: originale e inedita quanto inutilmente imitata dall’intera industria. Quasi mai con gli stessi risultati.

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