Quando Joel Schumacher salvò L’Uomo Pipistrello: Batman Forever (1995)

Sui Batman di Joel Schumacher è difficile dire qualcosa che non sia già stato detto: per fare un discorso finalmente inedito bisognerebbe evidenziare i loro meriti, spesso ingiustamente sotterrati dalle grasse risate e dai meme. Questo trattamento fa partire prevenuti gli spettatori ignari che in altre condizioni avrebbero persino potuto apprezzare due cinecomic che – con tutti i loro pregi e difetti – restano film oggi irripetibili.

Molto più di un omaggio ad Adam West e Dick Sprang.

Negli ultimi anni è cresciuta una piccola minoranza di estimatori dei Batman di Schumacher – di Forever in particolare – che si sono fatti avanti per difendere diversi aspetti interessanti dei due film. Un po’ timidamente perché si sa, difenderli non è esattamente qualcosa di semplice di fronte ai tanti difetti, ma è piuttosto rincuorante notare come in pieno boom MCU qualcuno sia ancora disposto ad apprezzare un prodotto non fatto in serie e con una sua personalità ben distinta, andando oltre le mode e i conformistici meme, che troppo spesso banalizzano elementi magari goffi, ma meritevoli di analisi più approfondite. Ma soprattutto non scordandosi che un film va valutato su più fronti.

Non serve di certo piegarsi al conformismo o seguire le mode di Internet per storcere il naso davanti alla Bat-carta di credito, ai Bat-capezzoli e ad tante altre trovate ridicole, ma di certo il trend gioca il suo ruolo quando si tratta di giudicare i due film oltre quei momenti oggettivamente imbarazzanti. Prima che arrivassero Dennis O’Neil (scomparso pochi giorni fa) e Neal Adams a ridare serietà al personaggio, Batman – insieme a tutto il mondo dei fumetti – viaggiava sui binari del camp che tenevano in ostaggio i fumetti in seguito alla nascita del Comic Code negli anni ’50, e prima che arrivasse la rivoluzione della Marvel nel 1961 lo “stile Adam West” la faceva da padrona: il Batman di Schumacher può quindi definirsi un omaggio ad una fase importante della storia del personaggio (quella delle storie di Dick Sprang e Julius Schwartz), frainteso o semplicemente rinnegato per via del re-styling (o della vera e propria ‘rinascita’) iniziato negli anni ’70 e consacrato negli ’80 da Frank Miller e Tim Burton. Tuttavia, definire i Batman di Schumacher un semplice omaggio alle storie della Silver Age è comunque “sminuente”.

Un po’ per evitare fustigazioni in piazza, i difensori dei Batman di Schumacher tentano di giocare la carta dell’omaggio alla serie TV con Adam West, in parte azzeccandoci (gli anni ’90 furono il boom della nostalgia per gli anni ’60, un po’ come oggi accade con gli ’80), e in parte – anche qui – ridimensionando quelli che sono i loro grandi effettivi meriti, che vanno ben oltre il semplice omaggio al Batman di West. È piuttosto paradossale (per non dire incoerente) come il Batman di Adam West sia amato e goliardicamente definito “il migliore di tutti” tra una risata e l’altra dalle stesse persone che spernacchiano i film di Schumacher, ignorando quanto siano essenzialmente la stessa cosa. Con la differenza che i Batman di Schumacher nei (non così pochi) momenti in cui vuole prendersi sul serio, ci riesce pure a testa alta. E poi c’è la terza via della difesa del Batman di Schumacher, quella di chi (come me) li considera film zoppicanti quanto visionari anche al di là dei loro omaggi al Batman anni’50/60.

Un comparto tecnico che oggi ci sognamo.

In tempi in cui non si bada quasi più alle arti “nascoste” del cinema come le scenografie o la colonna sonora, valutare un blockbuster anche in base a questi criteri sembra qualcosa di appartenente ad un’epoca lontanissima: rispetto soprattutto a tanti cinecomic moderni, schiavi insieme un po’ a tutto il cinema mainstream di eccessiva CGI e piatta pulizia negli interni, la cosa più impressionante di Forever e del sequel sono indubbiamente le sue imponenti e visionarie scenografie, capaci di immergerci dentro a un immaginario da fumetto come pochi cinecomic hanno saputo fare. A firmarle non è un nome da poco, ma Barbara Ling, che ha trionfato agli ultimi Oscar grazie al suo lavoro per C’era una volta ad Hollywood (vittoria che indirettamente “premia” anche i Batman di Schumacher), segno di quanto le sue scenografie possano essere minuziosamente elaborate, ambiziose e visionarie.

Da sempre Gotham City è la massima espressione dell’estetica di ogni nuovo Batman, e complice il freschissimo Batman di Burton molti criticarono la nuova Gotham per le sua sfarzosità kitsch stile Tokyo ignorando però un fattore: Gotham non era sempre stata quella Burtoniana. Lo stile gotico di Gotham per l’epoca (1995) era molto più recente di quanto siamo abituati a pensare. Dopo essere stata per anni rappresentata come una New York più sporca e degradata (sopratutto quella di Adams e Mazzucchelli) à la Taxi Driver, il gotico divenne una vera e propria “regola” per la Gotham fumettistica solo in seguito a Batman: Gothic, nota miniserie del 1990 nata dal successo del primo film di Burton. Persino la serie animata di Batman (nata anche lei come “figlia” dei film di Burton) si prese la libertà di distaccarsi dal gotico Burtoniano in favore dell’Art déco più classico, ripreso sotto steroidi a piene mani da Forever con l’aggiunta di neon a tonnellate. Due versioni ugualmente affascinanti, a cui renderà giustizia la saga videoludica degli Arkham, regalandoci – soprattutto su Arkham City ed Arkham Kinght – la Gotham definitiva grazie ad un perfetto ibrido tra il gotico Burtoniano e l’Art déco al neon di Schumacher.

La Gotham di Forever, viva proprio grazie alle sue criticate luci e alle sue inquietanti ed enormi statue dagli occhi sempre sbarrati, contribuisce non poco a creare una città viva e variegata (elemento fondamentale per una città di fantasia), con una sua personalità ben definita (le gang col facepaint fluorescente mi hanno dato degli incubi non da poco durante l’infanzia) ma soprattutto fumettosa, prima che Christopher Nolan e Zack Snyder arrivino a renderla una anonima città americana qualsiasi. Nonostante il suo stile kitsch la Gotham di Schumacher è talmente folle e “larger than life” da essere sufficientemente inquietante, sfruttando le atmosfere notturne e la vita della città come elemento di forza del film, facendo “parlare” la notte come solo Burton aveva saputo fare e come nessuno dei suoi successori farà mai (vedere Batman lottare di giorno ne Il cavaliere oscuro – Il ritorno è un colpo al cuore).

Ai grandi meriti del comparto tecnico vanno ad aggiungersi anche la fotografia (nominata all’Oscar insieme al montaggio sonoro), una CGI incredibilmente avanti per l’epoca, e soprattutto lo score di Elliot Goldenthal. Dopo i mostri sacri (il Superman di John Williams, e i Batman e Spider-Man di Danny Elfman), le musiche di Forever sono tutt’oggi le più riuscite del panorama dei cinecomic, da ascoltare separatamente per godere ancor di più della loro efficacia, e che fanno riflettere su quanto Goldenthal (autore quell’anno anche di Heat – La sfida) sia stato sottovalutato. Uno score figlio di un’epoca in cui la colonna sonora era ancora un’arte e non solo blando accompagnamento, da valutare per intero senza fermarsi al Bat-theme (comunque impossibile, visto che ogni traccia resta impressa indelebilmente), e talmente evocativo che persino i più grandi detrattori di Forever non possono che giudicarlo di altissimo livello. Ma i pregi di Forever non si fermano all’eccelso comparto tecnico, riservandoci persino qualche finezza di scrittura.

Val Kilmer: Batman = Timothy Dalton: 007. Ed è un complimento.

Il Batman di Val Kilmer, oltre ad essere talmente sottovalutato che negli ultimi anni i suoi estimatori si sono giustamente moltiplicati ad una velocità incredibile, è il Bruce Wayne più cupo e vicino a quello dei fumetti. Se Burton per Wayne aveva preferito puntare sullo squilibrio mentale dato da un trauma, quello di Kilmer mostra più le effettive influenze sulla personalità di Bruce Wayne: pessimista, cupo, sfiduciato del mondo in cui vive, un finto playboy che nasconde una tristezza costante ed ossessionato fino al midollo dalla notte della morte dei suoi genitori a tal punto da “rivederla” persino in una banale rosa che cade a terra.

Forever è infatti il film dove Bruce Wayne e il suo trauma sono più centrali che mai, più che nella versione successiva di Nolan (dove la morte dei coniugi Wayne funge più da spinta motivazionale che da trauma indelebile), e persino più di quella di Burton. Il lato più drammatico di Kilmer dà persino senso alla Chase Meridian di Nicole Kidman, personaggio creato apposta per il film e primo interesse amoroso a soffrire della sindrome della “love story a tutti i costi nei film di Batman” che coinvolgerà anche l’inutile Julie Madison (presente nei fumetti in un ruolo che definire marginale è dire poco) e Rachel Daws, creta apposta anche lei. Il personaggio non è scritto male, quanto utilizzato male e nelle scene sbagliate, alternando in modo quasi schizofrenico il doppio ruolo di Arrapata Cronica nelle scene con Batman in momenti anche piuttosto imbarazzanti, a quello di psicologa nonché unica persona capace di guarire Bruce Wayne dal suo trauma. La scelta di dare a Batman una psicologa che lo aiuti a superare il suo trauma è interessante e complementare per la psicologia del personaggio, il tutto quanto basta da far risultare credibile la storia tra i due nonostante il poco tempo, qualche momento ridicolo e il background fumettistico nullo.

Joel Schmacher non è la rovina dei due film, ma la sua salvezza.

Il lato drammatico sarà presente in minor parte anche su Batman & Robin, in modo a tratti più goffo (come la crisi tra Batman e Robin) e a tratti più riuscito (come i momenti con Alfred morente) o persino gli ultimi 10 minuti, che visti a parte sembrerebbero appartenere a tutt’altro film: segno di quanto Schumacher con meno pressioni della Warner e dei produttori di giocattoli potesse regalarci un Batman memorabile senza dover ricalcare necessariamente la versione di Burton. I non pochi momenti cupi del film sono l’eredità di quello che avrebbe dovuto essere il Batman Forever originale prima che arrivassero le pressioni della Warner a renderlo più family friendly: uno “Schumacher’s Cut” ben visibile dalle scene tagliate (facilmente reperibili su Youtube), espressioni di un prodotto molto diverso dal film più festoso e camp che abbiamo avuto, e di cui in alcune scene restano timidi (ma bellissimi) strascichi… come i flashback del piccolo Bruce Wayne al funerale dei genitori, abbastanza inquietanti da essere tutt’oggi tra le sequenze più belle ed evocative mai viste negli 8 film dedicati al personaggio, con le sole silhouette a creare più terrore di quanto qualsiasi versione post-Schumacher abbia mai fatto (per non parlare dell’indelebile trauma infantile di Bat-Carrey nel finale). Che è poi il motivo per cui trovo le scuse che ormai il povero Schumacher rivolge abitualmente ai fan da 25 anni fuori luogo.

Schumacher infatti non è l’ultimo arrivato, ma ha dalla sua una filmografia di tutto rispetto ed è uno di quei registi che alla Hollywood attuale farebbero tanto comodo: una figura che anche di fronte ad un blockbuser dagli svariati oneri commerciali (dai giocattoli al tono family friendly) a intaccarne la qualità, è riuscito ad imporre – seppur meno di quanto avrebbe voluto – una sua personale visione del film, con una sua personalità ben definita che a 25 anni di distanza fa ancora discutere; al contrario di tanti altri blockbuster misteriosamente amati da pubblico e critica come Ant-Man 2 o Captain Marvel, poveri di contenuti e di qualsivoglia spunto personale e artistico e per questo dimenticabilissimi. Le imposizioni della Warner non solo scagionano Schumacher da qualsiasi colpa sullo stile cartoonesco dei film, ma anzi, lo rendono l’autentico salvatore di due prodotti concepiti dai piani alti per essere dei lunghi spot per la vendita dei giocattoli, e che invece si sono ritrovati persino ad avere dei gran momenti proprio grazie al capro espiatorio che ormai da 25 anni si prende ingiustamente ogni colpa.

Su L’Enigmista di Jim Carrey invece è superfluo esprimersi: quando una prova da fuoriclasse è cosi clamorosa da fare da perfetto collante tra i momenti più seriosi del film e quelli più cartooneschi come fosse la cosa più naturale del mondo, c’è poco da dire. Ed è anche un Joker migliore di Ledger e Phoenix.

PS: visto che ci siamo, si può dire: Batman Forever è un titolo fighissimo.

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