Paz! (2002) ha un limite, Pazienza no

Fare un film tratto dai fumetti di Andrea Pazienza è impossibile. Basterebbe questa premessa a stroncare sul nascere un film come Paz, che però porta a casa i suoi 102 minuti grazie al suo più grande pregio: quello di saperlo. Al di là della tematica dei fumetti di Pazienza, che necessiterebbe di uno screen time decisamente più elevato per essere accessibile a chi di quel periodo storico conosce poco, uno dei problemi sta anche nella particolarità del materiale originale, mai caratterizzato da una narrazione classica, lineare. Un po’ come ci ha ricordato il recente La profezia dell’armadillo, ci sono fumetti che al cinema non si possono proprio adattare, con uno stile a metà tra il surreale, il grottesco, e persino l’onirico, che fuori dalle pagine disegnate rischia di venire travisato. O peggio, di arrivare sullo schermo con una costante indecisione su quale approccio usare: se uno stile surreale dai dubbi risultati in nome della fedeltà fumettistica, o uno stile più lineare in nome delle regole del linguaggio cinematografico… un’indecisione che è stata (tra i vari problemi) una delle principali cause del flop de La profezia dell’armadillo, fumetto completamente diverso ma accomunato a Pazienza dalle stesse difficoltà di base nell’essere adattato.

Nonostante Paz trovi la sua dimensione ideale nell’approccio grottesco, cade in questo errore di indecisione in alcune occasioni, come nella comparsa dal nulla di Parigi e Double Face (interpretato da Frankie hi-nrg mc), creature frutto dei sogni di Penthotal (che nei fumetti era un avatar di Pazienza stesso), che spuntando dal nulla come rappresentazioni oniriche e che cozzano parecchio col tono tutto sommato serioso del film, facendo storcere il naso a chiunque non conosca lo stile di Pazienza. Davanti a simili difficoltà, l’unico modo per far parzialmente riuscire il film era affidarsi a qualcuno che conoscesse davvero non solo Pazienza, ma tutto il contesto di cui parlava nei suoi fumetti.

E Renato De Maria in effetti Pazienza lo aveva conosciuto davvero. I due si conobbero proprio nella Bologna di Paz, la Bologna epicentro del ’77, condividendo un appartamento occupato quando Pazienza già faceva il fumettista. Di conseguenza, avendo a cuore le tematiche di Pazienza
tanto quanto lui, e sapendo bene quali tasti premere per rispettarne le intenzioni al netto di qualche licenza, Di Maria è conscio dei limiti che presentava in partenza il progetto, e facendo della sua consapevolezza un punto di forza sa distaccarsi dal fumetto rendendogli comunque giustizia,
seppur soltanto nei momenti di distacco. Questo efficace distacco ha un nome e un cognome: Enrico Fiabeschi.

Un uomo che non studia, non lavora, non guarda la TV, non va al cinema e non fa sport.

Fiabeschi nei fumetti di Pazienza ha un ruolo minimo e una fisionomia completamente diversa, ma è indubbiamente l’elemento del film più memorabile e amato da tutti: un vero e proprio one man show di Max Mazzotta (talmente a suo agio nel suo personaggio da dirigerne uno spin-off nel 2013), che incarna la tematiche di Pazienza e le esprime con efficacia mentre gli altri personaggi (che tecnicamente dovrebbero invece essere attinenti al fumetto) arrancano. È il caso soprattutto di Zanardi, il personaggio di Pazienza più conosciuto insieme al suo Pertini ed incarnazione del cinismo e del disinteresse totale nei moti politici dei suoi tempi, un personaggio che per la sua fama e i suoi significati necessitavano di un certo tipo di carisma che Flavio Pistilli non è in grado di conferirgli, facendolo sembrare più uno spento precursore del Grunge piuttosto che il mitico Zanna dei fumetti, cosa che probabilmente porterà i profani a interrogarsi sul perché dell’elevato screen time del film al netto di un generale disinteresse nei suoi confronti.

Fiabeschi non è solo l’elemento migliore del film, è proprio un film a parte sotto più punti di vista. Si tratta infatti di un miscuglio di tutti i personaggi di Pazienza, che prende in prestito la fisionomia del Penthotal fumettistico, coi suoi baffi e quei ricci che Pazienza disegnava in modo così minuzioso da far impallidire Moebius. Ed è lo stereotipo della tipica creatura Pazienziana: eternamente fuoricorso, sempre mantenuto da qualcun altro, disinteressato e disilluso da tutto quello che accade intorno a lui e la cui massima preoccupazione è quella di procurarsi una canna entro 5 minuti.

Se si pensa a Fiabeschi si pensa subito alla mitica scena del suo esame al Dams su Apocalipsi Nau: una scena che, se Paz fosse un cult tanto quanto Fantozzi, sarebbe stata la seconda più grande dissacrazione di un classico dopo La corazzata Kotiomkin/Potemkin (sfido chiunque, dopo aver visto il film, a non pronunciare in sequenza la frase “Regia di Francis Ford Coppola, musica dei Doors” dopo aver sentito nominare Apocalypse Now come fosse un dogma consequenziale), una scena che consacra Fiabeschi a vera e propria Maschera italiana, un po’ come fu Fantozzi per la figura dell’impiegato servile, probabilmente la migliore emersa dal cinema italiano nel terzo millennio. E in effetti Fiabeschi protagonista in un film tutto suo lo sarà, lasciando però il background Pazienziano a casa per abbandonarsi alla bravura di Mazzotta in un film che non andrà però oltre quest’ultimo elemento.

«La pazienza ha un limite, Pazienza no»

Nonostante non si trattasse di una produzione di punta, Paz usci’ in un periodo – quello dei primi anni del 2000 – in cui l’opera di Pazienza stava in modo postumo uscendo dal ramo del fumetto underground per diventare vero e proprio materiale di studio per chiunque volesse approcciarsi al
fumetto italiano, un processo di riscoperta che ci ha regalato svariate ristampe e mostre a tema Pazienza inimmaginabili fino ad una ventina di anni fa.

Raccontando il disinteresse dei giovani post-’77, accusati di non essere produttivi (come viene detto a Penthotal nel film), cantato da Giovanni Lindo Ferretti (qui presente anche in un cameo prima di passare al lato oscuro) con il suo “Non studio, non lavoro, non guardo la TV, non vado al cinema, non faccio sport”, Paz si dimostra un film più affascinante per il suo contesto storico che per i suoi significati, che restano fin troppo impliciti e nascosti rispetto ai fumetti. E in alcuni casi sfocia nella malinconia tipica di un certo tipo di cinema italiano, che alterna troppo spesso momenti lineari a momenti un po’ artistoidi.

Molto diversi dai più pop anni ’70 yankee, gli anni ’70 italiani hanno sempre un certo fascino al cinema, specchio di un Italia che non c’è più (letteralmente, non è una frase fatta), cosa che unita a un mio grande feticismo cinematografico, quello dei film ambientati nell’arco di un intera
giornata/notte, rende Paz godibile, ma non affascinante come (non) avrebbe potuto essere. Un film condannato ad essere la trasposizione del lavoro di un fumettista tanto talentuoso quanto poco esportabile al cinema, e che avrebbe comunque avuto bisogno di molto più di 102 minuti per essere compreso. Ma, come detto, il film stesso questo lo sa benissimo.

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