I limiti del politicamente corretto: Shaft (2019)

L’altra sera spulciando il catalogo di Netflix mi sono imbattuto in una cosa stranissima: un film nuovo nuovo (in realtà uscito l’anno scorso, ma ovviamente m’era sfuggito) sul detective Shaft – tra le icone massime del movimento della blaxploitation anni ’70 (di cui vi parleremo presto) – con Samuel L. Jackson di ritorno nel ruolo a diciannove anni di distanza dal reboot/sequel, Richard Roundtree (il vero Shaft) di ritorno anche lui in un cameo, e tutta una serie di giovani new entries. Mi è sembrata un’operazione bislacca abbastanza da meritarsi un’occhiata per – nella peggiore delle ipotesi – abbandonare la visione in caso di dosi troppo massicce di cringe (parola francese che sta per “imbarazzo”).

Il fatto che fosse una produzione Warner ma uscita direttamente su Netflix mi ha subito fatto pensare a una merdina (questo perché Netflix è il futuro), ma ho deciso di mettere play senza sapere niente di niente, né sulla trama, né sull’accoglienza della critica, né nient’altro. Niente, zero. Ecco com’è andata:

  1. Ho riso molto (era una commedia)
  2. Mi sono fatto un’idea di come la critica oltreoceano potesse averlo recepito: malissimo (e ci torniamo tra poco)
  3. Mi è venuta voglia di rivedermi il primissimo e di rispararmi tutto il disco della colonna sonora di Isaac Hayes: l’ho fatto. Il capostipite (classe 1971) resta un signor noir con un protagonista memorabile, chiaramente tutto un altro campionato. Quanto alla colonna sonora, beh, lo sapete bene: è lei la vera protagonista del film. Così irrinunciabile da avere un ruolo di primo piano – a 50 anni di distanza – anche in questo sequel. Il nostro amico e patito della Blaxploitation Quentin Tarantino pensa che nel film originale del ’71 avrebbero potuto sfruttare meglio il tema musicale di Shaft, tanto era spettacolare, e penso avesse in parte anche ragione, ma un lavoro del genere sarebbe risultato fuori scala in ogni caso. Ve lo metto, va’, sentite che Capolavoro.

Di cosa parla questo Shaft 2019? Dello Shaft di Samuel L. Jackson, John Shaft II (nipote dello Shaft originale di Roundtree), e del suo incontro con il figlio millenial che fu “costretto” ad abbandonare trent’anni prima assieme alla donna della sua vita per la sicurezza di entrambi. Il figlio, divenuto un abile hacker dell’FBI, ha bisogno del padre per sbrogliare un caso che “puzza di bruciato” e riconduce alla cara, vecchia Harlem. Padre e figlio si trovano quindi a collaborare, catapultati in situazioni sopra le righe che fanno emergere il gap generazionale tra i due, oltre che alle importanti differenze caratteriali: Shaft II è irruento, decisionista, coatto, maschilista; Shaft III è ponderato, sensibile, dolce, carino, buono, odia le armi. Due figure agli antipodi, e anche su questo torneremo.

Allora, che dire di questo simpatico revival? La trama “investigativa” è priva di interesse e non mancano scivoloni bruttarelli in nome della goliardia (comunque meno di quanti sarebbero potuti essere), ma il carro è trainato prepotentemente dal carisma di un Samuel L. Jackson che sembra dire “Madonna io con un copione così scemo mi ci diverto come un bimbetto”. E lo fa alla faccia dei suoi 72 anni, supportato da un’ottima giovane spalla (Jessie T. Usher, l’A-Train di The Boys).

Il regista Tim Story, famoso per i due Fantastici 4 con Jessicona Alba e qualche altra commediola che non ho visto (non ho fretta, non so voi), è discretamente a suo agio (pur senza brillare) nelle sequenze action, tutte piuttosto divertenti, ma lo è di più nell’assecondare la chimica tra i due protagonisti e la verve del suo mattatore. Ci sono gag sulla carta “ok”, che fatte da Samuel L. Jackson diventano esilaranti. Poi ce ne sono di sceme o inconsistenti, ma pure lì il carisma tiene tutto a galla. Il fatto è che in generale c’è tanta, tanta scorrettezza, che è il motivo per cui i critici americani ci hanno sostanzialmente sputato sopra. Ma a ragione? Scopriamolo insieme!

«Can ya dig it?»

A onor del vero, il film è un po’ una pernacchia all’ipersensibilità dell’ala liberal degli States, un po’ perché decide di fare il suo fregandosene, un po’ perché a tratti si lascia prendere la mano e infila battute francamente evitabili (una a dire il vero, all’inizio, su una bambina di 7 anni che vuole essere chiamata Frank). Diciamo che non c’è da sorprendersi se la frazione di pubblico che ha deciso di non assecondare se la sia presa, ma se si parla di critica il discorso è diverso. Parliamo di questo benedetto politicamente corretto. A molti qui in Italia piace dire che sia una dittatura, ma la realtà è che non ne siamo dominati, ma stiamo semmai importando pian piano alcuni dibattiti da noi fin’ora abbastanza inediti. Ed è un bene, perché ci apre gli occhi su realtà alle quali – da una posizione di privilegio – semplicemente non siamo abituati a prestare attenzione. Perché però succede che a molti queste cose risultino indigeste? Perché sono tutti dei piccoli Vittorio Feltri in embrione? O perché forse per certi versi si perdono di vista le sfumature e si esagera?

La critica oltreoceano ha abbracciato il discorso progressista che tanto viene promosso ad Hollywood ed ha bocciato il film senza appello alla luce della sua scorrettezza, ignorando però il contesto: Shaft II (un boomer, come direbbe la mia nipotina Cinzia) fa battute omofobe sugli atteggiamenti troppo pudici del figlio (un millennial), okay, ma non si può convenire che da un tipo ottusamente machista come lui sia normale aspettarsi una cosa del genere? Non si può contestualizzare questa scelta? Mostrare una cosa significa necessariamente approvarla?

Diciamo che in definitiva la stampa americana si è scagliata contro il film perché – ed è un verdetto quasi unanime – sarebbe portabandiera della cosiddetta toxic masculinity. Allora, mettiamola così: lo Shaft di Samuel L. Jackson è effettivamente l’incarnazione di quella roba là, è uno che dice a chiare lettere che “le donne vogliono uno che decida per loro, un vero uomo non chiede scusa” e cose del genere, ma lo fa ovviamente perché è figlio dei suoi tempi. Ed è un personaggio che ha sempre basato il suo carisma su questi elementi, alla stregua di un James Bond, che infatti non potrà mai realmente cambiare ma al massimo prendere atto del cambiamento ed adeguarsi a modo suo.

Lo Shaft originale, quello del 1971, era uno che le donne se le prendeva quando voleva e le scaricava così, senza troppe cerimonie. Tutte volevano Shaft, una macchina del sesso per tutte le pollastre, come diceva Isaac Hayes nel main-theme (lo state ancora ascoltando?). Non so se per l’epoca fosse il fedele ritratto di un certo tipo di macho man o piuttosto la visione idealizzata dei suoi autori, ma il personaggio questo era, i nuovi sceneggiatori l’hanno semplicemente proiettato nel 2019 e costretto a confrontarsi con il presente. E non ne esce per niente bene: Shaft sarà pure un tipo carismatico e cool, ma la donna che ama – benché innamorata a sua volta – decide infine di non starci. Perché? Perché è pericoloso, perché è inaffidabile, perché si ostina a non voler migliorare. A me pare sufficiente, sennò si può fingere che non esistano persone con questa sfilza di difetti umani e che inserite nel giusto contesto (nella fattispecie quello in cui non sono i benvenuti) non possano risultare divertenti.

Approcciandoci al cinema dovremmo tutti essere in grado di guardare in faccia ad ogni possibile difetto umano e all’occorrenza trovare il modo di riderne, o almeno di farci i conti. Non si risolve nulla proponendo un mondo idealizzato dove semplicemente non esistono.

Peraltro Millennial Shaft non fa altro che bacchettare il padre per i suoi atteggiamenti ormai socialmente inaccettabili. I due personaggi agli antipodi non fanno che criticare i rispettivi limiti con irriverenza o indignazione (indovinate chi con una e chi con l’altra), regalandoci paradossalmente dei discreti spunti di riflessione: Millennial Shaft dal confronto col padre non esce privato da nessuna delle sue caratteristiche, ma viene “contaminato” da un po’ di sano decisionismo; capisce che può alzare la testa e farsi valere in ambito lavorativo o prendere in mano la situazione quando la vita della donna che ama è in pericolo. Non so quanto di tutto questo fosse effettivamente ragionato, ma penso sia piuttosto chiaro che quel che ne emerge è che sono gli estremi il problema, più che le singole sfumature. Essere rudi, impavidi e sicuri di sé va bene, se si ha rispetto per le altre categorie e ci si ricorda che le donne non sono oggetti; essere politicamente corretti è una semplice questione di buonsenso, ma potrebbe trasformarsi in un’ossessione per l’ordine ad un passo dal bigottismo più puro.

E il risultato può essere ad esempio che la stampa si dica delusa dalla mancata rappresentazione delle minorities su Toy Story 4. Toy. Story. 4. E poi si potrebbe discutere dell’ironia della cosa, del fatto che in un momento storico in cui ad Hollywood ci si fa tanto belli con la questione dell’inclusività, un film come questo Shaft – girato da un regista di colore e con protagonisti prevalentemente attori di colore – venga ostracizzato, di fatto trattato come una roba da scordare il prima possibile e bollato come “pericolosamente regressivo”, quando si macchia dell’unico peccato di essere irriverente. E poi sì, non è questa gran cosa, ci sta per una serata tra amici in leggerezza, ma siccome non risponde a certi dettami deve passare per un’aberrazione. Ma è la prova che inseguire ossessivamente e coi paraocchi il politicamente corretto non è sano esattamente come andare all’estremo nella parte opposta.

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