Super Bond in orbita: Moonraker – Operazione spazio (1979)

Come ci insegna il famoso proverbio motivazionale “Sky is the limit”, il cielo è da sempre il cosiddetto “plus ultra”, la massima aspirazione che ci possa essere nel portarsi oltre. Persino nel cinema ogni volta che si vuole alzare l’asticella di follia il pensiero è rivolto allo spazio, usato spesso in chiave ironica come indicatore massimale: da anni la saga di Fast and Furious, che ha ormai violato talmente tante leggi fisiche e logiche da rendere sempre più difficile inventarsi qualcosa nuovamente all’altezza, è al centro di un rumor che vede un eventuale sequel ambientato nello spazio ad alzare l’asticella. O l’annunciato (e chissà se davvero concreto) Machete Kills in Space. Per non parlare del nostrano e ironico esempio di Natale nello spazio del film di Boris… insomma, l’idea di spostare l’ambientazione nello spazio è talmente folle che quasi sempre queste promesse finiscono con il non realizzarsi. Ma non per due persone.

L’esempio più recente è quello di Tom Cruise, che si è rilanciato la carriera reinventandosi come stuntman prestato alla recitazione, spingendosi così in là che la goliardica previsione che molti facevano nell’immaginarlo a girare un film nello spazio si è infine concretizzata. L’altro è James Bond.

A spingere James Bond ad andare nello spazio per stupire il pubblico non fu però la voglia di alzare l’asticella (dopotutto la saga di 007 si è spesso adattata su schemi collaudati), quanto un piccolo grande film che nel 1977 a sorpresa cambiò i gusti del pubblico: Star Wars. E visto che tutti i Bond di Moore (tolto La spia che mi amava) non erano nuovi alla contaminazione dei filoni del momento – dalla Blaxploitation ai film di arti marziali – perché non percorrere la fantascientifica strada di Star Wars? Dopotutto Bond di fantascientifico aveva già i gadget di Q: da un Aston Martin coi mitragliatori all’andare nello spazio il passo non è così lungo.

Che Squalo sia con te.

Dopo un ottimo prologo, con Bond impegnato con Squalo (alla sua seconda apparizione dopo il successo del film precedete) in una battaglia per il paracadute in piena caduta libera che anticipa Point Break di 12 anni, e una prima parte tutto sommato molto standard per un film di 007 e senza particolari sussulti (se non un abuso sempre maggiore di gadget folli come… una gondola veneziana!), dalla seconda parte inizia il VERO Moonraker: una mitragliatrice di gag talmente cartoonesche che non è chiaro se si tratti solo del “solito” Bond camp tipico di Moore o di un’autoparodia 20 anni prima di Austin Powers.

Fosse stato prodotto dalla Warner, Moonraker quasi si potrebbe considerare un involontario scambio di sceneggiature tra un episodio dei Looney Tunes ed un altro film in cantiere: il rapporto tra 007 e Squalo qui è praticamente quello tra Beep Beep e Willy il Coyote, una rivalità talmente evoluta a “tormentone” e a linea comica da ammazzare anche gli effettivi meriti di molte trovate spettacolari e visionarie del film; non solo la bellissima scena d’apertura già nominata (che si conclude, manco a dirlo, con una gag) ma anche il visionario scontro tra i due su una funivia sospesa a centinaia di metri d’altezza, che si conclude con… il fidanzamento di Squalo con una bionda che incontra a caso appena finito lo scontro e con la quale si scambia uno sguardo-colpo di fulmine sottolineato da una musichetta romantica. Tutto in meno di 20 secondi.

A seguire, poco dopo abbiamo un Bond a cavallo che, conciato chiaramente come Clint Eastwood nei film di Sergio Leone (senza nessun motivo), si reca in una base dell’MI6 acchittata come un villaggio messicano di fine ‘800 in stile western (anche qui, senza alcun motivo). Che collegamento c’è tra le due cose?
Assolutamente nessuno, ma questi stacchi improvvisi di gag fini a sé stesse e sprovviste di qualsiasi filo logico sono il simbolo dell’impronosticabile aspetto più più inquietante del film, per quanto apparentemente impossibile: non è la parte nello spazio la più idiota del film.

Se Bond nello spazio poteva sembrare folle, è ancora più curioso se si valuta nel complesso l’effettiva utilità della componente spaziale, che ricopre appena gli ultimi 20 minuti di film. È un segmento che sta lì tanto per timbrare il cartellino alla voce “Sfruttare l’onda emotiva di Star Wars” (con tanto di super-scontro finale a suon di blaster), sentir parlare Squalo per la prima volta (!) con la sua nuovissima fidanzata muta per poi diventare buono in tempo record a furor di popolo (era inevitabile, tutti vogliamo bene a Squalo), ed aiutare Bond per il trionfo finale. Sperando di dimenticarci di tutto questo al più presto.

Le vere balle spaziali.

Moore stesso, ormai al quarto film e a 52 anni di età, da questo film in poi sembrerà meno entusiasta a rivestire il ruolo, capendo che ormai la saga stava per entrare nella sua fase più di stanca, che non abbandonerà davvero il franchise fino al 1995 con GoldenEye. Senza neanche farlo apposta, Moonraker fu l’inizio del pensionamento del Bond “classico”: sarà infatti l’ultima apparizione di Bernard Lee come M, dando il via ad una serie di addii nei film successivi (da Moneypenny a Q, fino a passare per lo storico compositore della saga John Barry) che taglieranno definitivamente il cordone ombelicale che legava Licenza di uccidere ai Bond successivi.

Tre film diversi appiccicati con lo skotch, trama inconsistente, villain che vogliono sterminare la razza umana perchè “l’umanità è un virus” (chi ha depositato per primo il copyright di questa frase oggi starà sopra Bill Gates), Bat-gondole, Bond che diventa il primo (credo) uomo a fare sesso nello spazio a gravità zero, e Squalo che trova l’amore, pistole laser, Star Wars-wave senza vergogna, e la nomea a vita di peggior film della saga… inutile dire che fu un successo al botteghino, e che per aspettare un film che incassasse di più si dovette aspettare GoldenEye 16 anni dopo.

Il mondo è proprio strano.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *