18 anni di Spider-Man. Quello vero.

Il più amato, il più citato, il più iconico ed il metro con cui misureremo tutti i suoi successori, trovandoli scarsi. Sembra ieri, eppure l’immortale Spider-Man di Sam Raimi è già maggiorenne.

7 Giugno 2002

Avevo 8 anni, era l’ultimo giorno di scuola e c’era l’obbligo del classico spettacolo fatto di balli e coreografie per celebrare la fine dell’anno: un’idiozia totale. Non potete quindi immaginare la mia gioia nello scoprire che i miei arrivarono, a sorpresa, per farmi uscire prima. Invece che a casa, la nostra macchina si fermò davanti a un cinema al suo primo giorno di programmazione di Spider-Man, il film sull’eroe di cui mio padre mi leggeva le storie – quelle di Stan Lee e Steve Ditko con cui era cresciuto 30 anni prima – per farmi addormentare al posto delle banali favole della buonanotte.

Le nuove generazioni bombardate di supereroi da ogni parte non potranno mai sapere cosa potesse significare vedere Spider-Man per la prima volta su uno schermo. Proprio come il Superman del ’78 ed il Batman dell’89 avevano conquistato le generazioni precedenti, per noi dei ’90 il primo Spider-Man fu l’incarnazione reale delle fantasie che ci accompagnavano da tutta l’infanzia, quando un uomo volteggiante con delle ragnatele nel cielo di New York poteva esistere solo nella mente di un bambino. E cavolo se era reale. Davanti ad un casting impeccabile era già chiaro dai primi attimi del film che le immagini della carta stessero prendendo vita (persino il ladro assassino di zio Ben, in un’epoca in cui la fisionomia dei fumetti era ancora rispettata alla lettera o quasi); ma oltre al lato estetico la vera prova della passione messa da Raimi nel progetto fu sempre più palese, col passare dei minuti, anche a livello di contenuti.

Spider-Man fu la lettera d’amore per il personaggio più sincera che ci potesse essere. Non solo una trasposizione dalla carta alla pellicola, ma un tributo, un omaggio a quello che avevano significato per tutti quei 40 anni di storie, infarcito degli elementi più iconici dei fumetti: la morte del Goblin, la convivenza tra Peter Parker e Harry Osborn, la morte di Gwen Stacy, il rapporto tra MJ e il padre abusivo… cavolo, persino il motorino di Peter (nel 2) e il primo lavoro di MJ come cameriera! Gli anni d’oro di Spider-Man, quello del trio Lee/Ditko/Romita, condensati in un unica definitiva opera. Tutti elementi che fecero sentire i lettori a casa, e i neofiti ammaliati.

La trilogia supereroistica mai eguagliata

La scelta di Raimi come regista non poteva rivelarsi più azzeccata: grazie al suo passato da lettore di vecchia data del Ragno (unita alla sua già maturata esperienza col mondo dei supereroi grazie a Darkman) ed il suo stile capace di unire il camp (prima che fosse erroneamente considerato un termine dispregiativo) più funzionale al dramma più autentico senza che le due cose si annullassero, ci regalò una versione inedita e vincente. Dopotutto, che cos’è il fumetto di supereroi se non una continua e perfetta convivenza tra camp e dramma?

Lo Spider-Man di Raimi è l’omaggio migliore possibile alle storie del già citato trio Lee/Ditko/Romita sia per toni che per estetica, volutamente rétro negli arredamenti, nei colori, e persino negli elementi narrativi (gli strilloni che urlano i titoli dei giornali non esistono da un pezzo… ma quanto restano efficaci!?), che congelano il film in un’epoca indefinita e atemporale, che – come giustamente dicevano Paul Dini e Bruce Timm – è la miglior ricetta per mantenere un’opera versatile, sempre fresca e mai troppo figlia della sua epoca.

E proprio su questo punto vengono spesso mosse critiche piuttosto ingiuste al primo Spider-Man, dal costume di Goblin giudicato troppo cartoonesco (ma avete mai visto quant’è pacchiano il costume nei fumetti? Sfido chiunque a realizzare un ibrido così realistico e fedele al tempo stesso) agli effetti ‘datati’ (2002, e non dico altro), come se mostrare in segni del tempo a livello tecnico sia una colpa e non un qualcosa di naturale.

Da un grande regista, deriva un gran casting

Se proprio dobbiamo definire Spider-Man “figlio della sua epoca”, non può che essere in senso positivo, dato che si parla di un’epoca in cui il mondo dei blockbuster si muoveva ancora in un’incertezza tale da dover lasciare libertà artistica ai suoi registi piuttosto che far valere totalmente la volontà dei “piani alti”: ad esempio, se fossero usciti oggi probabilmente Harry Potter o Il signore degli anelli non sarebbero mai stati affidati alle visioni “indipendenti” e personali di Peter Jackson, Alfonso Cuarón o Chris Colombus.

Proprio la testardaggine di Raimi sugli studios valse la nomina a protagonista di Tobey Maguire, attore negli ultimi anni diventato meme su internet perché “piange sempre”. In tempi dove per il supponente popolo di internet piangere in un film perché vieni mollato dalla tua ragazza, vedi morire tuo zio e il tuo migliore amico (ben 3 occasioni in 7 ore di trilogia… un vera fontana!) equivale a “piangere sempre”, direi che la validità del giudizio si commenta da sola.

Più vicino allo Spider-Man elegante e massiccio di John Romita che a quello più aracnoide ed esile di Steve Ditko, Maguire è il miglior volto possibile per la sensibilità del Peter Parker Raimiano. Al contrario di molti altri attori infatti Maguire non ha paura di sporcarsi le mani, di risultare “brutto” e realistico nelle sue espressioni a discapito della più classica posa plastica da attore di copertina. Per quanto lo si sfotta per le sue urla o le sue espressioni nelle scene di combattimento (esiste qualcosa che venga preso sul serio e non diventi un meme?), nessuno è esattamente bello quando esprime le proprie emozioni, che sia il dolore fisico per un cazzotto di Goblin, che sia piangere, o che sia dichiararsi ad una ragazza… tutti gesti che solo grazie a Maguire – che non ha voglia né bisogno di apparire “cinematografico” a tutti i costi – trovano la giusta dose di goffagine, che lo rende sincero e vero.

Una sincerità e una spontaneità di cui il suo Peter Parker aveva bisogno come il pane per risultare credibile e amato sia come vittima che come eroe trionfale, e Maguire le inquadra alla perfezione: dopotutto non si diventa lo Spider-Man per antonomasia dal nulla. In relazione anche alle famose critiche per la sua età (26 anni, direi di mandarlo ad un ospizio), bisogna tenere in mente una cosa: lo Spider-Man adolescente liceale, oltre ad essere durato molto meno di quanto si creda (appena 28 numeri) non è mai stato la priorità di Raimi. Quella era la sua versione adulta. O meglio, quella di giovane adulto, di gran lunga la più interessante che il personaggio abbia mai avuto.

Chiunque abbia letto qualche fumetto lo sa: Spider-Man è sempre stato un fumetto “di formazione”, una storia più incentrata sulla crescita interiore di Peter Parker che non sulle scazzottate, e la scelta di Raimi di raccontarci delle difficoltà del Peter Parker adulto a scanso delle turbe adolescenziali è di certo saggia quanto fu quella di Lee e Ditko di spingere la propria creatura “oltre” dopo appena 28 numeri, mandandolo in pasto ai ben più drammatici problemi dell’età adulta.

Se la prima frase pronunciata nel film è un interrogativo “Chi sono io?”, mentre quella pronunciata alla fine è “Sono Spider-Man” c’è un motivo ben preciso: la crescita e la maturazione del protagonista sono al centro di tutto il film, e più in generale di tutta la saga. Non ci si scorda mai neanche di MJ e Harry, personaggi che concludono ogni film profondamente cambiati rispetto ad inizio percorso. Come dicevo, un cinefumetto “di formazione”. Che è un po’ il motivo per cui Raimi sacrifica il lato più scherzoso del Ragno (per cui qualcuno urlerà all’infedeltà al fumetto), che semplicemente… non serviva. Spider-Man non è un Deadpool, che basa tutto su quello.

Il “basato sul personaggio creato da Stan Lee e Steve Ditko” dei titoli di testa non era un semplice accredito, era la verità.

Spider-Man non è particolarmente elaborato a livello di trama (da questo punto di vista il balzo in avanti lo fa il sequel), e propone l’ormai classico schema lanciato dal Superman del ’78 senza mai cercare di stupire. Perché? Perché vuole fare di meglio, concentrandosi sull’aspetto che divide le buone sceneggiature da quelle mediocri: i personaggi. Perché il plot può al massimo incuriosire, mentre il compito di rendere un film memorabile è sempre dei personaggi. Nonostante sia rivale in amore di Peter non si può non provare empatia per Harry (“Non dirlo ad Harry” è la frase che dicono tutte le persone a lui care, da MJ al padre), non si può non tifare per Peter-MJ (al contrario di molti cinecomic in cui la love story è una palla al piede), non si può non rimanere di stucco di fronte alla dichiarazione d’amore di Peter in ospedale, e non si può non considerare il mitico bacio a testa in giù tra i più riusciti e iconici della storia del cinema.

E poi l’estetica. Che cosa dire ad esempio della spider-tuta? Prima che arrivasse la versione con più gadget di un coltellino svizzero e le lenti in movimento (diciamolo, bruttine e inutilmente cartoonesche), questo era già il costume definitivo: moderno, cinematografico e familiarmente fumettoso al tempo stesso, tutt’ora il migliore mai visto in un cinecomic. Troppo elaborato per essere stato fatto da un adolescente senza soldi? Sicuramente. Ma ragazzi… stiamo parlando di un film dove un ragno umano volteggia per New York, non ci sarà bisogno di lenti mobili sulla maschera ma nemmeno di pretenzioso realismo…

Seguendo con estrema attenzione il già citato percorso di crescita tracciato dai fumetti degli anni ’60 (con qualche punta della contemporanea linea Ultimate) la fedeltà del film è pressoché totale, al netto di qualche legittima licenza poetica come le ragnatele organiche (obiettivamente molto più logiche dei lancia-ragnatele): nonostante qualcuno le faccia passare per un sacrilegio, salvo misteriosamente chiudere entrambi gli occhi davanti ad uno Spider-Man stagista-fanboy di Tony Stark gridando allo Spider-Man definitivo (grazie a Dio una netta minoranza), si tratta di scelte funzionali che non minano assolutamente lo spirito e i messaggi della fonte fumettistica. I reboot si sono invece preoccupati di proporre una fedeltà soltanto di facciata, con elementi come le ragnatele ascellari o gli spara-ragnatele, sbagliando poi tutto quello che potevano sbagliare a livello tematico e contenutistico.

Nonostante molti accreditino a Stan Lee di aver eletto Tom Holland il suo “Spider-Man” ideale tramite un post di Twitter (difficile credere che Lee gestisse il suo profilo Twitter a ben 93 anni di età), lui stesso nel 2016 in un’intervista radiofonica definì il primo Spider-Man Raimiano il suo cinecomic preferito.

Perché se si dovesse sintetizzare al massimo la differenza tra lo Spider-Man di Raimi e chi lo ha succeduto senza successo, sta tutto nel finale: l’immersione (letterale) dentro New York nell’epico volo finale, con il tema di Danny Elfman che scandisce l’apice della maturazione di Peter durante il film, immerso nei colori di quel tramonto così d’impatto da essere presente in tutte le campagne promozionali della trilogia e persino nell’ultima incarnazione videoludica di Spider-Man targata Insomniac, talmente evocativo e malinconico da essere diventato col tempo un’immagine cristallizzata in modo indissolubile nell’immaginario di Spider-Man, al pari di Superman col giorno e Batman con la notte. Un’ immagine potentissima che qualcuno qualche anno dopo banalizzerà con selfie a mezz’aria, il che la dice lunga sulla differenza di approccio allo stesso personaggio tra chi fa cinema avendo a cuore i personaggi che tratta e chi produce parchi divertimento.

Sono passati 18 anni, e Spider-Man ha avuto tante altre incarnazioni, spesso colpevoli di aver travisato il senso originale dell’opera di Lee e Ditko. Ma per fortuna per i posteri, quando l’ennesimo reboot avrà esaurito la sua aura di novità e cadrà nel dimenticatoio, potremo guardarci indietro e realizzare che qualcuno Spider-Man l’aveva capito davvero. L’unico che davvero conta, e di cui ci ricorderemo sempre.

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