Branagh vs. Coppola: Frankenstein di Mary Shelley (1994)

Dracula e Frankenstein sono per la Universal quel che Batman e Superman sono per la Warner: due colonne portanti di un intero immaginario.

Con il successo mondiale del Dracula di Bram Stoker di Coppola, la TriStar si sentì obbligata a tentare una logica operazione speculare con la “spalla” di Dracula, ossia Frankenstein, puntando sugli stessi elementi che avevano determinato il successo mondiale del primo: budget elevatissimo (persino superiore a Dracula), fedeltà assoluta al romanzo, ricostruzione da affresco storico, nessun elemento preso in prestito dai film classici anni ’30, e Coppola alla regia. Se i primi punti furono rispettati, mettendo il nome di Mary Shelley nel titolo come fatto con Bram Stoker e spogliando Frankenstein dei suoi elementi più iconici ma assenti nel romanzo (come l’assistente gobbo del Dr. Frankenstein, talmente popolare da essere considerato canonico). Coppola dovette però rinunciare alla regia, rimanendo come produttore ed affidando il compito a Kenneth Branagh, una delle poche personalità ‘shakespeariane’ ad Hollywood a non aver paura di cadere nel ‘commerciale’.

Per un periodo, tra i papabili sostituti di Coppola ci fu anche Tim Burton, che indicò Arnold Schwartzenegger come candidato per il Mostro. E a pensare a che opportunità mancata sia stata mi sto ancora mangiando le mani. E probabilmente se le mangiò pure Coppola, visto che litigò con Branagh dalla mattina alla sera (Coppola che litiga con qualcuno? Quando mai?) riguardo la sua visione del film.

Difficile dare torto a Branagh: dopotutto quando il tuo produttore ti chiede di tagliare completamente l’INTERA prima mezz’ora (!) del film vanificando tutti gli sforzi fatti è difficile rimanere calmi. Molte scelte di Branagh non erano condivise né da Coppola né dallo sceneggiatore Frank Darabont (che proprio quell’anno esordì alla regia con Le ali della libertà), che definì il film “la miglior cosa che abbia mai scritto ed il peggior film che abbia mai visto”. Tra le idee più contestate e volute da Branagh ci fu quella della “moglie di Frankenstein”, la compagna che il Dr. Frankenstein crea per il Mostro, ricavata dal cadavere della sua amata; elemento assente nel romanzo (o meglio, un idea che nel romanzo non trova compimento), popolarizzato da La moglie di Frankenstein del 1935, e rispolverato da Branagh prendendosi una piccola licenza creativa a discapito della promessa di una trasposizione completamente fedele del romanzo della Shelley.

Paradossale che a Coppola l’idea non sia piaciuta, visto che già il suo Dracula si era preso una licenza non da poco con la love story con Winona Ryder, un elemento che travisava il senso del personaggio umanizzandolo e spogliandolo di gran parte del suo fascino, essendo stato concepito da Bram Stoker per essere l’incarnazione del male assoluto e nient’altro.

Al tempo stesso, parte delle riserve di Coppola purtroppo non sono da biasimare, visto che la sua odiata prima mezz’ora è lo specchio del problema principale di un po’ tutto il film: la fretta.

Fretta, fretta, e ancora fretta.

Tra i vari esempi che si possono fare per spiegare quanto il film vada di corsa abbiamo una scena di sesso tra Kenneth Branagh ed Helena Bonham Carter che dura 2 minuti pieni, ovvero più del 95% delle scene del film.

Praticamente per la prima ora e mezza di film nessuna scena supera i 2 minuti, ad eccezione della (bellissima) creazione steampunk del Mostro, e con un tale susseguirsi frenetico di eventi da non far respirare né la narrazione né i personaggi, che devono rifugiarsi nelle prove attoriali di
Branagh e Robert De Niro (che prima di diventare la Creatura nel film è un No vax ante litteram) per avere uno sviluppo psicologico naturale.

Non a caso le scene migliori del film sono quelle che, guada un po’, i due minuti li superano (scena di sesso a parte), come il primo vero confronto tra il dottore e la Creatura nella grotta di ghiaccio, o il risveglio della “moglie” della Creatura… scene che si prendono il tempo necessario, indizi di
quanto di buono sarebbe potuto essere con un ritmo meno esagerato ed un po’ di unione d’intenti tra Branagh, Coppola e Darabont.

Ad uscirne peggio è proprio la Creatura interpretata da De Niro, il cui è minutaggio è eccessivamente ridotto: il mostro passa dall’apparire empatico e incompreso a diventare un’infanticida senza scrupoli in poco tempo senza uno sviluppo psicologico naturale e coerente. Così come ne esce male (o meglio, meno di quel che poteva essere) il terzo atto, quello col crescendo emotivo più importante, con la tripletta “la Creatura vuole una moglie/il Dr. Frankenstein gliela crea/la Creatura muore” che si prende solo 25 minuti. 25 miseri minuti per quello che doveva essere l’apice del climax, nonché investitura ufficiale a trasposizione ‘definitiva’ di Frankenstein e grande tragedia letteraria come era il romanzo, ma che a causa della sua frenesia deve ricorrere ad aforismi ad effetto pur di salvare in corner la solennità e la malinconia richieste da ogni grande finale tragico.

Di buono si può dire che quelli che erano stati i punti di forza del Dracula di Coppola – dalla sua potenza scenografica alla sua cornice storica – sono piacevolmente riscontrabili anche qui, pur mancando di quel che di sovrannaturale che regalava a Dracula un certo “vantaggio” in termini di fascino.

Con una durata decisamente risicata (appena 1 ora e 53) rispetto alla maestosità e l’importanza storica del romanzo originale – fattori per cui una durata aggiuntiva di 30/40 minuti sarebbe stata non solo necessaria, ma anche giustificata – questo Frankenstein è sicuramente un film problematico, ma Branagh riesce a comunicare la sua visione e la sua idea dell’opera pur dovendo lottare con una produzione ostica. Nei panni del Dr. Frankenstein regge poi la scena a dovere (molti se lo scordano, ma nel romanzo il vero protagonista del romanzo non è il Mostro, ma il suo creatore), e dirige un film a cui visibilmente tiene. E anzi fa sospettare che, invece che “condanna del film” come sostenuto da Coppola e Darabont, sia stato in realtà la sua salvezza.

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