I mostri classici Universal: Frankenstein (1931)

Lo scienziato Henry Frankenstein dovrebbe sposarsi, ma non gli interessa granché. Ha idee più importanti per la testa: creare un uomo assemblando pezzi presi da cadaveri qua e là e dargli la vita attraverso scariche elettriche, per dirne una. Ci riuscirà, creerà una vita di sua mano dando alla luce una creatura che non ha chiesto di nascere. Il mostro è pericoloso senza volerlo davvero, viene trattato come un’aberrazione ed infine si rivolta contro il suo creatore.

Abbiamo già parlato del Dracula classico della Universal, e di come quella particolare versione – dopo essersi fatta le ossa a teatro – sia sbarcata al Cinema imprimendosi per sempre nell’immaginario collettivo. La storia di Frankenstein è molto simile: anche lui si è affermato inizialmente grazie al teatro, ed anche lui una volta passato al cinema si è imposto come il modello definitivo, un’icona ancora oggi immediatamente riconoscibile. Non importa quante incarnazioni si siano viste su schermo negli ultimi novant’anni: “Frankenstein” (che in teoria non sarebbe neanche il nome del mostro ma del suo inventore) è Boris Karloff.

Un po’ di storia.

Dicevamo, anche in questo caso viene prima il teatro. In realtà la primissima trasposizione teatrale del romanzo di Mary Shelley (uscito nel 1818) si intitola Presumption ed è datata 1823, ma solo più di un secolo dopo si pongono le basi per quello che diventerà poi il film della Universal: nel 1927 approda in Inghilterra una versione di Frankenstein adattata per il teatro da Peggy Webling e prodotta da Hamilton Deane, lo stesso a cui dobbiamo la famosa versione teatrale di Dracula. Deane, che evidentemente l’ha presa molto a cuore, decide anche di interpretare il mostro.

Un Frankenstein in embrione.

L’idea di un uomo che cerca di sostituirsi a Dio affascina il pubblico ed è vincente, e nell’adattamento della Webling è presente un dualismo creatore/mostro (à la Jekyll e Hyde) che verrà poi ignorato dal film. Lo spettacolo ha successo nonostante gli scarni effetti speciali e l’America se ne accorge: per il giovane produttore Carl Laemmle Jr. il passo più logico dopo il successo di Dracula è portare anche Frankenstein al Cinema.

Espressionismo, teatro e mostri.

Il regista di Frankenstein è James Whale, che grazie alla sua esperienza in teatro è considerato perfetto per lavorare con gli attori dopo il passaggio dal muto al sonoro, al contrario ad esempio del Tod Browning di Dracula. Il regista britannico si porta appresso l’amico e collaboratore abituale Colin Clive e gli regala il ruolo di Henry Frankenstein, poi vuole Dwight Frye – già visto nei panni del matto mangia insetti su Dracula – in un ruolo che segnerà finalmente una svolta nella sua carriera: quello del matto su Frankenstein. Che non mangia insetti ma è gobbo ed è matto. Ed è a questo dinamico duo di grandi attori (Clive, personalità molto tormentata, dona tutta la sua sofferenza al ruolo) che è affidata la prima parte del film, che ben dispone fin da subito.

Tenendo conto che si tratta di una recitazione sicuramente datata, Whale è un buonissimo direttore d’attori, che nel passaggio dal teatro al cinema si dimostra anche molto sensibile alle immagini: l’influenza visiva dell’espressionismo tedesco che all’epoca aveva stregato Hollywood è palese, la fotografia è ricercata e l’atmosfera ipnotica. A quanto pare però molto si deve anche al lavoro di Robert Florey, il primo regista scelto per dirigere il film e poi estromesso: ossessionato dall’espressionismo ed in particolare da Il gabinetto del dottor Caligari, Florey è autore di concept visionari tra i quali spicca il famoso mulino in fiamme nel quale rimane intrappolato Frankenstein, una delle immagini più potenti del film.

Whale umanizza il mostro che da Florey era stato concepito come una semplice e fredda macchina assassina, e a quanto dice inventa anche il suo celebre look, vagamente influenzato (giusto per il dettaglio della fronte alta) da quello del corto su Frankenstein prodotto da Thomas Edison nel 1910.


La questione in realtà è controversa, visto che il truccatore Jack Pierce (capo truccatore alla Universal e responsabile del look dei mostri più celebri) ne rivendica la proprietà completa dall’ideazione alla realizzazione, ma quel che è certo è che Whale sceglie Boris Karloff, e questo dopo che Bela Lugosi esce di scena ritenendosi “troppo bello per il ruolo” (che poi interpreterà comunque su Frankenstein contro l’uomo lupo).

Trasformato nel mostro dal make-up splendido e già ‘definitivo’ di Pierce (provate a cercare una maschera di Frankenstein per Halloween), Karloff regala la sua fisicità, i peculiari tratti del suo viso e la sua sensibilità (il pubblico del ‘31 empatizza col mostro, fatto non scontato) al ruolo per cui verrà ricordato per sempre ed il primo che lo farà notare sul serio, nonostante come attore abbia già all’attivo più di ottanta titoli. E lo fa all’interno di un film che per fortuna non vive esclusivamente del suo carisma.

Frankenstein rivisto oggi è infatti molto semplicemente un film bello, che lo si inquadri storicamente o meno: ha un fascino incredibile, e così tanto cuore che davvero saremmo cinici a soffermarci sui plot-holes che ha nella parte finale (come fa il mostro a sapere dov’è la sposa? Tanto per dirne uno) o su qualche ingenuità sparsa.

Che poi nei successivi 90 anni ne sono state fatte innumerevoli altre versioni, e sono proprio le più moderne e recenti a sfigurare di più se comparate a questa.

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