«Nobody Does It Better»: La spia che mi amava (1977)

Una cosa che caratterizza la saga di 007 è la sua incredibile incostanza qualitativa: per ogni film disastroso o dimenticabile ne abbiamo uno successivo che rimedia ai danni e rinnova l’amore del pubblico per la saga. Un’equazione che la saga si porterà sempre appresso, dato che dopo la doppietta Goldfinger/Thunderball (o tripletta se consideriamo anche Dalla Russia con amore) non inquadrerà mai più due film consecutivi sulla stessa linea qualitativa. Stando a questa legge non scritta, il film successivo al modesto L’uomo dalla pistola d’oro sarebbe dovuto essere di maggior qualità. A dirigerlo fu Lewis Gilbert, già regista di Si vive solo due volte 10 anni prima (e si vede, il plot è pressoché identico), che vinse la concorrenza del giovane Steven Spielberg – che con Lo squalo era appena diventata la next big thing hollywoodiana – e di Guy Hamilton, che con 007 aveva esperienza da vendere ma rifiutò per potersi giocare le sue carte sulla regia dell’imminente Superman.

Anche stavolta il film col romanzo c’entra ben poco, basti pensare che in origine doveva essere un nuovo adattamento di Thunderball (film con cui infatti condivide molti elementi narrativi): il romanzo originale de La spia che mi amava presentava una storia decisamente anomala, in cui il protagonista non era Bond ma la Bond Girl (!), mentre l’agente doppio 0 era relegato ad un ruolo da comprimario. Ovviamente il film se ne distaccò completamente, condividendone solo il titolo e l’idea di dare maggior importanza alla Bond Girl di turno, che fu comunque un personaggio riscritto da zero (e persino con un altro nome).

La spia che mi amava mise tutti d’accordo come non accadeva da anni, ricevendo una standing ovation alla première del 7 Luglio del 1977 (7/7/77… l’avete capita?) alla quale presenziò persino il Principe Carlo, che si alzò ad applaudire nel classico prologo pre-titoli di testa caratteristico della saga, in questo caso talmente iconico da superare in popolarità il film stesso: Bond, durante un inseguimento in sci (che ricorda molto quello di Al servizio segreto di sua maestà), si lancia nel vuoto a centinaia di metri di altezza nello stunt più pericoloso e spettacolare di tutta la saga, per poi cavarsela col mitico paracadute-Union Jack e l’attacco della Bond Song di turno con
l’amabilmente arrogante e autoreferenziale titolo “Nobody does it better”.

Nessuno sa farlo meglio.

La spia che mi amava è un film strano: non ha nulla di particolarmente innovativo (tranne una cosa di cui parlerò più avanti) o inedito, fatto che teoricamente dovrebbe relegarlo alla cerchia dei film Bondiani meno memorabili, eppure… funziona come pochi altri capitoli. Il cattivo è una palese copia di Blofeld (che infatti sarebbe dovuto essere il villain del film), la macchina piena di gadget si è già vista in Goldfinger, la trama è quasi identica a Si vive solo due volte, molte scene sanno di déjà vu (il prologo iniziale fa inevitabilmente pensare ad Al servizio segreto di sua
maestà), lo scagnozzo dall’arma pittoresca pure (Oddjob su Goldfinger o la mano-apriscatole di Vivi e lascia morire).

È forse il film che abbraccia più gli stereotipi della saga come armi piuttosto che come tasse da pagare, senza mai scadere nel camp o nell’involontariamente comico (una rarità per il ciclo Moore) o tentare strade più realistiche e più avvezze alla spy story classica, unendo perfettamente il Bond spionistico di Dalla Russia con amore a quello più pop di Goldfinger, affiancando al relativo realismo (per gli standard della saga) del film i tanto amati elementi larger than life tipici di 007, dall’iconica Lotus sottomarina, a Squalo – lo sgherro più iconico di tutta la saga dopo Oddjob di Goldfinger – chiamato cosi per della sua dentatura d’acciaio, talmente azzeccato da sopravvivere e guadagnarsi spazio sul successivo Moonraker.

Piccolo aneddoto divertente: Squalo in originale si chiama “Jaws” (fauci), ma attenendosi fedelmente alla traduzione de Lo squalo di Spielberg (che appunto in originale si chiama Jaws) qualcuno avrà la brillante idea di usare la stessa traduzione visto che… ha letteralmente i denti di uno squalo (e nel film ne ammazza pure uno a mozzichi!), creando uno dei più grandi
misunderstanding di traduzione della storia del cinema dopo Highlander, che molti ancora credono sia la traduzione di “immortale”.

Non ci sono più le Pussy Galore di una volta.

Ma il più grande pregio del film, inteso anche come novità, è rappresentato dalla Bond Girl di turno: l’agente Tripla X. E Vin Diesel stavolta non c’entra nulla.

Anya Amasova, con un nome stranamente sobrio per essere una Bond Girl (bastava già la sigla XXX a renderla coerente con le Pussy Galore precedenti), non è né la prima né l’ultima Bond Girl a fare l’agente segreto, ma al contrario di tutte le altre (da Miss Goodnight de L’uomo dalla pistola d’oro ad Halle Berry su La morte può attendere) non ha la sola funzione di passare la notte con Bond o di rimarcare quanto l’agente segreto sia un lavoro per soli uomini.

Nessuna sparata retorica da donna forte e indipendente come probabilmente si farebbe oggi (No time to die da questo punto di vista mi mette paura), nessuna sessualizzazione gratuita, ma un personaggio scritto come personaggio, con una sua storia, un suo dramma e una sua personalità; qualcosa di incredibilmente avanti per l’epoca, e dovremo attendere Casino Royale per avere qualcosa di equiparabile (e forse persino inferiore): una donna capace di spogliare James Bond non in senso letterale, ma in quello più ampio del termine, levando a 007 la “corazza” accennata proprio da Vesper Lynd su Casino Royale e mostrandocelo, seppur per poco, in una veste più umana come non lo si vedeva da Al servizio segreto di sua maestà, prontamente (e volutamente) dimenticata nei sequel.

Ah, Bond alla fine se la porta al letto lo stesso perché, suvvia… è James Bond.

Per acquistare il cofanetto Blu-ray con la saga di 007 clicca qui.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *