Andiamo avanti: ‘Agente 007 – L’uomo dalla pistola d’oro’ (1974)

Un Bond che regge il confronto con Connery, un franchise perfettamente aggiornato al nuovo decennio, e un rinnovato interesse del pubblico verso la saga per i due motivi precedenti… cosa poteva andare storto per la saga? Beh, (quasi) niente. Escludendo i mini racconti e Casino Royale, bloccato per una questione di diritti, L’uomo dalla pistola d’oro era l’ultimo romanzo completo di Bond lasciato da Ian Fleming, e divenne logicamente il prossimo adattamento di 007. Non che ormai la fedeltà ai romanzi originali contasse molto (diciamo che non contava più nulla da almeno quattro film), ma il non doversi sforzare a trovare un soggetto base di certo non è qualcosa su cui uno sceneggiatore sputa sopra, soprattutto per un saga che era sempre andata avanti a tormentoni. E finché una cosa funziona, perché cambiare?

Erano passati 10 anni esatti da Goldfinger, film dopo cui non era più Bond a doversi adattare al cinema, ma il cinema a doversi adattare a Bond. Ma ahimè, 10 anni sono tanti, e dopo averlo fondato, adesso era Bond a dover seguire il cinema commerciale per stare al passo coi tempi.
La strategia aveva funzionato con Vivi e lascia morire, pesantemente influenzato dalla Blaxploitation tanto in voga all’epoca. E qual era la prossima grande tendenza dei primi anni ’70 che Bond doveva inseguire? Qualcosa che si sposava ancor di più con l’action della Blaxploitation: i
film di arti marziali.

Appena scoperti dal pubblico occidentale grazie a Bruce Lee, i film di arti marziali erano l’ultima frontiera del cinema d’azione: impossibile non considerarli se si voleva stare al passo con le evoluzioni del genere; e il fregarsene della trama del romanzo come ormai avveniva da quattro film
consentiva tranquillamente di spostare l’azione nell’estremo Oriente per assecondare quest’esigenza. Che poi era solo un esigenza commerciale, visto che quanto i produttori ci tenessero davvero a fare un film di arti marziali è facilmente intuibile dalla scena in cui due ragazze fanno il culo ad un intero dojo: zero.

Praticamente nessun attore del film era esperto nella disciplina; nulla di strano, dopotutto dopo la morte di Bruce Lee nel cinema occidentale dell’epoca gli unici attori che oltre al recitare sapessero anche combattere erano Jim Kelly (attivo più che altro nel campo Blaxploitation), l’allora sconosciuto Chuck Norris e… basta, nessuno che soddisfacesse le
esigenze della produzione (tradotto: sanno combattere ma non hanno gli occhi a mandorla).

Prima di Matrix a nessun attore non-asiatico era richiesto di imparare le arti marziali appositamente per un film, figuriamoci a Roger Moore a ben 46 anni; aggiungiamoci poi una visione ancora altamente stereotipata dell’estremo oriente, dove Bond si ritrova a combattere contro due guardie, che guarda caso sono dei lottatori di Sumo (disciplina giapponese) con tanto di costumino a Macau (città cinese), per poi vedere, come già detto, due ragazzine stendere un intero dojo grazie alla loro preparazione livello “c’hanno il muso giallo = sanno il karate”, ed è sempre più palese quanto fosse una mossa commerciale nel senso più triste del termine.

Non fraintendetemi, gran parte del divertimento della saga di Bond sta nel liquidare qualsiasi rappresentazione progressista con un amabile verve conservatrice ai limiti dell’auto-parodia che farebbe impallidire Clint Eastwood, ma in questo caso nella rappresentazione approssimativa del mondo asiatico e dei film di arti marziali c’è un enorme occasione mancata.

Dimenticabile. Ma con stile.

Se nell’ossessiva ricerca di dare un 007 che non segua i soliti schemi predefiniti Si vive solo due volte, con la sua ispirazione Blaxploitation, aveva dato freschezza, novità e uno spirito inedito, L’uomo dalla pistola d’oro è invece il sedersi sugli allori dei propri schemi stra-collaudati, che
troppo spesso soppiantano la novità sia artistica che commerciale che potevano portare le influenze dei film di arti marziali, impedendogli di farsi strada per dare al film un atmosfera inedita e una ventata fresca.

Certo, quando il film vuole essere “l’ennesimo capitolo di 007” è come sempre divertente, tra un Moore sempre più a suo agio nel ruolo e gag sempre più sopra le righe, ma è innegabile che con una contaminazione più “vera” dal cinema di arti marziali si sarebbe potuto assistere ad un interessante approccio inedito.

Una questione storico-culturale purtroppo: proprio negli anni ’70 la cultura asiatica si stava mostrando sempre più in Occidente grazie al cinema, tentando lentamente di distaccarsi da molti stereotipi hollywoodiani; ma era decisamente troppo presto per poter influenzare in positivo un film di Bond, considerando anche che il cinema asiatico action si imporrà davvero nel mainstream occidentale solo negli anni ’90 grazie all’ondata hongkonghese di John Woo, Ringo Lam, e Tsui Hark.

E anche lì, purtroppo, la saga di Bond starà solo a guardare adagiandosi su quanto già mostrato. Nella pigrizia di scrittura ci rimette anche il villain, modellato come primo vero doppelganger di Bond (gadget, attore di fama internazionale, anche un po’ la fisionomia) per avere un cattivo un po’
più memorabile, che però finisce nell’essere solo uno dei tanti della saga. Proprio come il film.

Il film più di sinistra che la saga abbai mai avuto.

Dopo afroamericani e asiatici, la saga continua la sua svolta progressista nell’inclusione delle minoranze e del multiculturalismo mostrando la minoranza più minoranza di tutte, quella degli uomini con tre capezzoli, ossia del villain Francisco Scaramanga, interpretato da Christopher Lee
(tra parentesi, era cugino di Fleming), che deve ringraziare l’aver rubato a Goldfinger la caratteristica della pistola d’oro per non dare al film un più imbarazzante titolo di “L’uomo dai tre capezzoli”. E ha persino un nano come braccio destro! Non si venga più a dire che la saga 007 non
rispetti la rappresentazione delle minoranze.

È anche il primo vero capitolo del Bond camp che caratterizzerà il ciclo Moore tra nani come bracci destri del villain, effetti sonori da cartone animato, e macchiette comiche da commedia vera e propria, come lo sceriffo scemo interpretato da Clifton James (già apparso con lo stesso
personaggio su Vivi e lascia morire), che nel ruolo de Lo Sceriffo Scemo ci baserà tutta la sua filmografia degli anni ’70, incluso Superman II, dove Lo Sceriffo Scemo se la vede persino contro il Generale Zod.

Uno dei film della saga che oggi avrebbe più problemi con politically correct, e basterebbe già questo a spostare il Bondometro verso l’alto: nani cattivi, bambini gettati in acqua senza ritegno, cultura asiatica ridicolizzata, lottatori di sumo sconfitti con una strizzata di mutande (!), qualche riferimento sessuale più esplicito del solito, Bond Girl in bikini che fanno saltare tutto in aria col culo (letteralmente, la Bond Girl di turno poggia ingenuamente il fondoschiena sul classico pulsante del “spingi e salta tutto in aria” dei film d’azione), Bond che riesuma il suo vecchio feticismo tipico dei film di Connery di concludere il film facendo sesso su una barca, e lo scontro finale più memorabile di tutta la saga, con Bond impegnato in una dura lotta con il nano citato prima.

Ah. E il film si conclude così:
Contesto: collegamento telefonico tra M e Bond, impegnato ovviamente con la Bond Girl per “festeggiare” l’happy ending:

M: – Bond, cerco Miss Goodnight.
Bond: – Ah sì, ora gliela passo.
(Pausa) Bond: – Eccola, sta venendo.
Se questo film non sfiora il 10 sul Bondometro poco ci manca.

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