Andiamo avanti: Agente 007 – Vivi e lascia morire (1973)

Una cascata di diamanti aveva messo in chiaro due cose:
1) Quanto Sean Connery con un one-man show da manuale potesse salvare le sorti del Bond meno ispirato mai fatto all’epoca praticamente da solo.
2) O si cambiava registro, o il camp e l’autoparodia si sarebbero presto impossessati della saga, e senza un Connery a fare il fuoriclasse salva-tutto.

La EON, per la terza volta in 6 anni, era di nuovo nella non piacevole posizione di doversi cercare un altro Bond, con la paura di un nuovo flop dietro l’angolo dopo la scelta di George Lazenby. Ma stavolta andò meglio, dato che finalmente quello che era stata la prima scelta dei produttori come erede di Connery già per Al servizio segreto di sua maestà e Una cascata di diamanti era libero dai suoi impegni con Il Santo e Attenti a quei due, che ne avevano impedito il coinvolgimento.

Nonostante Roger Moore abbia battuto tutti i record di longevità come James Bond, sulla carta non fu di certo una scelta lungimirante: ben 45 anni al momento del casting, persino più vecchio del Bond in uscita Connery che ne aveva 42, ma la scelta convinse comunque tutti, consci che un attore della sua esperienza non si sarebbe potuto rivelare un Lazemby 2.0. E poi non aveva bisogno di un parrucchino a gravare sul budget. Pur con un protagonista più vecchio, la saga aveva bisogno di una ventata d’aria fresca anche aldilà del nuovissimo 007: la formula stra-collaudata non poteva andare avanti in eterno, e si decise di “aggiornare” la saga abbracciando appieno gli anni ’70 appena iniziati e il suo zeitgeist. Non potendo dotare James Bond di capelli lunghi, basette né fargli ascoltare la Disco Music, toccava cercare qualcosa dei romanzi di Fleming che potesse risultare “moderno”.

Gli occhi finirono su Vivi e lascia morire, il secondo romanzo di 007, che con la sua ambientazione ad Harlem e la massiccia presenza di afroamericani capitava a fagiolo in piena Blaxploitation, sottogenere hollywoodiano in voga ai tempi formato da film a basso costo mirati esclusivamente al pubblico afroamericano, con attori neri, registi (quasi) sempre neri, e musica Soul e Funky come tratti distintivi. Pur essendo un sottogenere il successo fu enorme, e la popolazione nera poteva finalmente ambire ad avere un suo posto al cinema, un mondo che solitamente tendeva ad escluderli, e che ora poteva spingere i produttori hollywoodiani a considerarli una fetta di pubblico tanto redditizia quanto quella bianca.

Un po’ come quando la Rai inserisce qualche battuta sui social network in qualche fiction per parlare ai gggiovani e sembrare sempre sul pezzo, è divertente notare come praticamente tutti i Bond di Moore degli anni ’70 furono un inseguire le mode del decennio per svecchiare la saga e farla sentire al passo coi tempi, facendola “contaminare” dai generi più di successo dell’epoca come la Blaxploitation (Vivi e lascia morire, appunto), i film di arti marziali con Bruce Lee (il successivo L’uomo dalla pistola d’oro), e persino Star Wars (Moonraker), che darà il definitivo marchio di fabbrica camp al Bond di Moore.

Vivi e lascia morire oltre ad essere il migliore del ciclo Moore è uno dei migliori di tutta la saga in generale, un po’ per le ambientazioni poco convenzionali per un film di 007 come Harlem ancora in formato ghetto o il lato più esoterico della Louisiana con i suoi relativi elementi sovrannaturali
come il Vudù, e un po’ per il suo attingere ad un genere totalmente opposto a quello spionistico classico come la Blaxploitation, che influenza tutto il film, a partire dal cast per la prima volta di maggioranza afroamericano: cosa non da poco, per una saga che come tutta Hollywood aveva avuto una quantità di inclusività livello “white power”.

Ereditando alcuni schemi della Blaxploitation, è uno dei film meno spionistici della saga, che cade meno nello spiegone e predilige l’azione o le trovate, come lo spettacolare inseguimento tra motoscafi nella paludi della Louisiana, vero e proprio “benvenuto” della saga alle innovazioni tecnologiche nel campo degli stunt che si stavano facendo strada, dopo una timida anteprima su Una cascata di diamanti.

Il Bond di Moore riesce ad essere coerente con quello di Connery pur avendo una sua personalità ben definita: se quello di Connery era un mix di eleganza ed ironia per imporre il suo ego, quello di Moore spinge molto più sull’ironia. È forse il Bond più british, quello più conscio di trovarsi in situazioni talmente improbabili o assurde da non poter fare altro che riderci sopra, a cui manca solo la classica occhiata verso il pubblico a rottura della quarta parete per esaltare il “ma che sta succedendo?”, e che Moore con tutta la sua classe rende praticamente implicita.

Assenza di cappello nel Gunbarrel e pantaloni a zampa di elefante che introducono Bond negli anni ’70 più di quanto non faccia un calendario, una Bond Song talmente atipica per le sonorità Bondiane che il regista Guy Hamilton una volta ascoltata chiese a Paul McCartney “Si, molto carina ‘sta demo, ma… quando inizia la canzone vera?”, ben 3 Bond Girl portate a letto, di cui la prima afroamericana sul curriculum (seppur secondaria per evitare problemi nei paesi dove si tendeva a non distribuire film con amori interrazziali), orologi magnetici che aprono zip femminili, metodi sempre più furbi e ingegnosi per portarsi a letto giovani avvenenti sprovvedute, coccodrilli, squali e serpenti sconfitti, cattivi con apriscatole al posto delle mani, inseguimenti tra motoscafi, il villain che fa la fine di Wayne Knight quando viene gonfiato dai Looney Tunes su Space Jam (non sto scherzando), e un numero di omicidi non altissimo, ma più creativo dei precedenti. Vivi e lascia morire si becca un bel 9 sul Bondometro.

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