Aspettando Daniel Craig: ‘Agente 007 – Al servizio segreto di Sua Maestà’ (1969)

La EON era pronta ad adattare Al servizio segreto di sua Maestà, considerato il miglior romanzo di Ian Fleming, mancava solo… James Bond. Dopo l’addio di Sean Connery i produttori trovarono il nuovo Bond in George Lazemby, modello australiano con nessuna esperienza recitativa. Oggi che ci siamo visti passare davanti 6 Batman diversi in 30 anni sembra tutto normale, ma all’epoca un recasting di un ruolo importante era un assoluta novità, ed produttori pur di far capire che si trattava dello stesso Bond di Connery dovettero ricorrere a sottili easter egg nel film, come un inserviente che fischietta Goldfinger, e pure una rottura della quarta parete da parte di Lazemby: a inizio film Bond infatti vede scappare una ragazza che ha appena salvato dal suicidio e, incredulo che non sia ancora a letto con lui, esclama “All’altro non era mai successo” (in italiano il gioco di perde, venendo tradotto con un più contestualizzato “Non era mai successo con le altre”).

E non è l’unica cosa a far sorridere della prima scena, dato che per attirare gli spettatori in una trappola e non urlare ai quattro venti che Connery se n’era andato, il volto di Lazemby, dopo averlo sempre ripreso di spalle, viene mostrato esplicitamente dopo ben 5 minuti pieni di film. L’idea di rinunciare a tutti gli elementi che avevano dato successo alla saga al cinema in favore di un film più freddo, crudo e realistico era ambiziosa: fedeltà assoluta al romanzo, niente Connery, basta gadget fantascientifici, basta ironia, e niente happy ending. È un caso che Christopher Nolan lo abbia anche definito il suo preferito della saga? Una formula completamente inedita per i film di 007 all’epoca, talmente inusuale per riaverla toccherà aspettare Casino Royale 37 anni dopo.

Restava un vecchio problema: nella “trilogia della SPECTRE” Al servizio segreto di sua Maestà era il secondo capitolo, seguito da Si vive solo due volte, che però la EON aveva già adattato come secondo capitolo invece che terzo. E il fatto che nel libro avvenisse il primo incontro tra Bond e Blofeld, già anticipato dal film precedente, creava un bel buco di trama grosso quanto Wembley. Come farli incontrare (di nuovo) senza che si riconoscessero? Facile: approfittando del recasting di entrambi, Bond e Blofeld si sarebbero fatti una plastica facciale per non farsi riconoscere. Eh??? Questa inizialmente sembrava la prima idea, ma poi si decise di far finta di nulla, facendo in modo che i due non si riconoscessero senza un vero motivo. E per quanto scema era una scelta migliore della plastica facciale.

Lazemby, George Lazemby…

La regia fu affidata a Peter Hunt, che aveva lavorato a tutti i film della saga come montatore, e a beneficiare di questo suo backgorund furono indubbiamente le scene d’azione, più adrenaliniche che mai a livello di regia. Per quanto non dai ritmi elevatissimi, Al servizio segreto di sua Maestà fu una piacevole novità per la saga, essendo il primo film a cercare di dare qualcosa di diverso dal solito. Un po’ come Spider-Man 3, nonostante le critiche favorevoli ricevute e l’enorme successo al box office (fu il secondo maggior incasso del 1969), negli anni si diffuse la falsa credenza che fosse stato un flop, probabilmente dovuta al pronto ritorno già dal film successivo sia di Connery che dei toni classici della saga. E proprio sull’unica apparizione di Lazemby andrebbe aperto un capitolo a parte.

Lazemby pagò in tutti modi l’essere il successore di Connery, dal cercare invano di imitarlo piuttosto che dare una sua personalità a Bond, ai paragoni fatti dai tabloid inglesi, da sempre riviste più per gli appassionati di gossip che di effettiva competenza giornalistica. Con quella faccia troppo giovane (fu scritturato ad appena 29 anni) e bambaciona per essere credibile come cinico agente segreto con un decina di omicidi a pellicola, Lazemby in tutto il film – tra facce alla Blue Steel nelle scene di tensione e pose più da copertina che da attore – non abbandonò mai il suo background da modello, cosa per cui dette successivamente la colpa al regista Peter Hunt, accusandolo di non avergli dato consigli e di non averlo diretto abbastanza considerata la sua inesperienza. Ma questo fu solo l’ultimo di una serie di attriti avuti tra i due sul set.

Che fosse solo inesperienza, un clima avverso sul set, o entrambi, il risultato finale fu un Bond con la sola bella presenza e non abbastanza carismatico da reggersi il film più ambizioso della saga (nonostante Connery stesso difese più volte Lazemby), come certificò anche il resto della carriera di Lazemby, forse mai davvero convinto del passaggio da modello ad attore. E pensare che a rilanciargli al carriera un paio di anni dopo poteva essere Bruce Lee, che stava negoziando con lui dei ruoli nei suoi imminenti film, prima che la morte dello stesso Lee ponesse fine ai contatti tra Lazemby e la produzione. Per quanto con gli anni il suo Bond sia stato da molti rivalutato, la parola “Lazemby” è tutt’oggi considerato un archetipo ad Hollywood, quasi un termine tecnico per intendere una dimenticabile trasposizione di qualcosa reso in precedenza iconico. Se dunque cercavate un termine per descrivere il Joker di Leto dopo Nicholson/Ledger, lo Spider-Man di Garfield dopo quello di Maguire, il Batman di Clooney dopo quello di Keaton, o il pontificato di Benedetto XVI dopo Giovanni Paolo II (questa battuta non è mia, lo ammetto) ora avete un nome: “Lazemby”.

Lazemby.

Alla visibile inesperienza si aggiunse la sua convinzione di non voler continuare come 007. Nonostante la proposta di un contratto di 7 film, l’australiano rifiutò, memore della sua pessima esperienza avuta sul set. Talmente convinto a non proseguire, Lazemby si presentò addirittura alla prima del film con barba lunga e capelli più lunghi del solito, un look cosi poco Bondiano da causargli altri attriti con la EON. In più, Lazemby era convinto che il personaggio di 007 ormai non avesse più futuro , trovandolo incompatibile con il nuovo cinema che stava emergendo. Tra l’ultimo di Connery (1967) e quello di Lazemby (1969) erano infatti passati solo 2 anni, ma 2 anni che avevano cambiato tutta l’industria del cinema, con Il laureato e Easy Rider a stravolgere le convinzioni dei produttori su cosa volesse vedere il pubblico.

L’unico a non seguire il ’68.

Per quanto di certo Al servizio segreto di sua maestà non sia proprio l’Easy Rider dei film spionistici, senza volerlo si fece parzialmente sfiorare dallo stravolgimento dello status quo che portò la New Hollywood, facendo cadere vecchi archetipi tipici di un cinema conservatore come poteva essere quello di Bond, dal finale tragico al duro protagonista che piange (James Bond che piange? Ma che davvero???). Ma resterà praticamente l’unico film della saga a mentre in dubbio i suoi dogmi, con parziale eccezione di Casino Royale, e a guardare ai cambiamenti del cinema contemporaneo. È anzi interessante notare come 007, nonostante sia storicamente portatore di valori conservatori e ormai anacronistici (per certi versi anacronistici dopo neanche 10 anni dal suo debutto al cinema), dal 1962 (ben cinquantotto anni di evoluzione!) sia riuscito a sopravvivere ai suoi potenziali nemici più mortali, il liberalismo degli anni ’60 e la fine della guerra fredda, e senza mai cambiare di una virgola la sua attitudine misogina-filofascista. E viene da chiedersi se nell’imminente No time to die possa sconfiggere anche il #metoo con la sua collaudata misoginia, continuando la sua striscia vincente di sopravvivenza ai progressi del mondo che dura dal 1962. Daniel, facciamo il tifo per te.

Un matrimonio che accasa, zero gadget, un notevole passo indietro sul piano degli omicidi rispetto al passato e nessuna Bond Song (pur avendo in compenso un ottimo tema di John Barry al suo posto, usato quasi come tema alternativo nel film a quello principale)… tutti elementi che portano il Bondometro inevitabilmente verso il basso. Già, ma il Bondometro è una scemenza che prescinde dalla qualità del film per valutare quanto gli elementi tipici della saga sono presenti, volutamente sacrificati per dare un film diverso e maturo dal solito. Intenti che, come detto, sono perfettamente riusciti, e che danno alla saga il suo primo vero (e unico fino al 2006) punto di rottura col passato.

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