Quando il #metoo sfidò Satana: Le Streghe di Eastwick, di George Miller

Parliamo un po’ del mito: George Miller.

Mad Max: Fury Road ci ha sbattuto in faccia la bravura quasi inspiegabile di George Miller: settant’anni ed un’energia creativa, un controllo ed una maestria che farebbero pensare ad un regista nel fiore degli anni, magari di quelli da tenere d’occhio. Eclettico ma poco prolifico, Miller in carriera ha spaziato tra i generi con una disinvoltura notevole: dallo sci-fi post-apocalittico della trilogia originale di Mad Max, alla commedia fantasy/horror de Le Streghe di Eastwick, il dramma de L’olio di Lorenzo, passando curiosamente anche per il cinema per bambini con i due film sul maialino Babe (il primo solo scritto, il secondo scritto e diretto) ed i due Happy Feet. Ognuno di questi film è pregevolissimo ed ha goduto giustamente dei favori di pubblico e critica, ma veniamo al mio preferito.

Il Maestro.

1987. Le Streghe di Eastwick fu la sua prima incursione in quel di Hollywood, un film ad alto budget finanziato dalla Warner e prodotto da Jon Peters, quello che due anni dopo ci avrebbe consegnato il Batman di Tim Burton. Come Burton, anche Miller trovò davvero sfiancante la collaborazione con Peters, che è notoriamente una palla al piede non da poco: in questo particolare caso, visto il successo ottenuto in sala da Aliens, voleva ficcare degli alieni a forza nel film. Scelta che sarebbe risultata totalmente fuori contesto, ma lui ci era proprio andato in fissa, tanto da presentarsi un giorno sul set con una controfigura in tuta aliena ed implorare Miller di inserirla in “una scena, una qualunque scena!!!”.

Per fortuna poi George Miller si è impuntato (nell’87 evidentemente si poteva fare senza venire licenziati in tronco) ed ha tirato fuori il Capolavoro.

“Non ci servono gli uomini!”
“E allora perché stiamo sempre qui a parlarne?”

Le streghe di Eastwick è una folle fiaba femminista che risulta molto interessante da guardare oggi, soprattutto perché affrontava certi temi in un momento della storia di Hollywood in cui la cosa non era “richiesta”. Il tutto con la risonanza di una produzione di Serie A con protagoniste star come Cher, Susan Sarandon e Michelle Pfeiffer – tutte e tre in stato di grazia e visibilmente affiatatissime – ed un villain (che è Satana, anche se non viene mai dichiarato esplicitamente) spettacolare interpretato Jack Nicholson, che qui sfoggiava un talento comico inedito fino a quel momento.

Le tre protagoniste Alexandra (Cher), Jane (Sarandon) e Sukie (Pfeiffer) sono rispettivamente una scultrice vedova, una musicista divorziata ed una giornalista abbandonata dal marito. Vivono ad Eastwick, una cittadina conservatrice del New England, e si impegnano a mantenere una certa compostezza; subiscono le molestie dei loro superiori in silenzio, se ne lamentano solo tra di loro e perdono le nottate a chiedersi se mai incontreranno un uomo decente. Il luciferino Nicholson è l’incarnazione di ciò che le tre amiche pensano di volere da una controparte maschile, di fatto sono loro ad “invocarlo”, e lui arriva come dal nulla pronto a stravolgere le loro vite: le manipola con sermoni femministi, gli dice quel che vogliono sentirsi dire e le incoraggia a liberare un potenziale a lungo represso per la paura di non essere all’altezza.

Tutte e tre cedono al suo fascino al punto da accettare di “dividerselo”, e tramite lui realizzano anche di avere assurdi poteri stregoneschi. Passano giornate lussuriose con lui nel suo castello, e la cosa agli (ma soprattutto alle) abitanti di Eastwick non piace per niente. La moglie del redattore del giornale in cui lavora Sukie va fuori di testa. Non si dà pace, è convinta che stia succedendo qualcosa di orrendo. Satana pensa che la signora stia interferendo troppo, e la uccide. Le tre decidono quindi di distaccarsene perché capiscono che in effetti è un po’ matto, e a quel punto il diavolaccio fa in modo di colpirle senza pietà approfittando dei loro punti deboli. Ed è da lì in poi che Nicholson libera la bestia e si divora lo show.

Professione: fuoriclasse.

Il film, oltre a sfottere i peggiori comportamenti maschili (di cui Nicholson è la definitiva incarnazione) non si preoccupa di mettere sul piatto anche quelli femminili. Per le altre donne di Eastwick le tre sono delle “puttane” perché da schiave dei loro ruoli e delle convenzioni hanno cominciato a divertirsi un po’ di più. Poi c’è la fragilità femminile. Fragili perché convinte di aver bisogno di una situazione in realtà tossica (anche se se ne distaccano ammettono di sentirne la mancanza), le tre streghe vedranno la reale realizzazione del loro arco narrativo quando si renderanno conto di poter usare il loro potere a prescindere da Nicholson.

Michael Christopher firma una sceneggiatura irriverente che Miller ci serve con energia, tra momenti grotteschi, scene horror che non hanno paura di disturbare (c’è un ampio utilizzo di vomito e la sorprendente colonna sonora di John Williams a tratti è ossessiva) ed una parte finale esplosiva. Tutta la vicenda è una metafora della relazione malata con il classico ‘maschio tossico’, ed è curioso che si tratti di un film scritto e diretto da uomini. Che se ne uscivano così poi, dal nulla. Avrebbe quindi successo oggi? No, troppo controverso (basti vedere il finale), troppo poco retorico ed esplicito nelle sue prese di posizione. Non dico che non potrebbe esistere, ma di sicuro dovrebbe andarci molto più piano: alla Hollywood di allora non interessavano certe questioni, oggi sì. Certo, fino ad un certo punto (viva le donne e #Oscarssowhite, ma agli Oscar di quest’anno sono tornati a fare tranquillamente come al solito), ma quanto basta per appiopparci film artisticamente inconsistenti che sfruttano cinicamente il trend. Zitto zitto con i suoi buoni trentatré anni Le streghe di Eastwick sembra ancora pura avanguardia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *