Aspettando Daniel Craig: ‘Agente 007 – Missione Goldfinger’ (1964)

Missione Goldprick.

Il più iconico, il più omaggiato, il perfetto archetipo del Bond Movie, e in generale il film a cui tutti si ispireranno per replicarne il successo. E pensare che in realtà nelle intenzioni della MGM il terzo capitolo di 007 sarebbe dovuto essere Thunderball, che come Casino Royale si trovava però in un pantano burocratico da cui sarebbe uscito (neanche del tutto) solo l’anno successivo; di conseguenza si optò per Goldfinger, romanzo di Ian Fleming che prometteva uno spettacolo maggiore e che aveva convinto persino i critici letterari più freddi verso le avventure di James Bond. Non fu dello stesso avviso Erno Goldfinger, esponente della più brutta forma architettonica che ci sia, ossia il brutalismo (per capirci, qui in Italia si potrebbero definire brutaliste le vele di Scampia e Corviale), che denunciò Fleming per aver sfruttato il suo nome. Il papà di Bond per questo accarezzò persino l’idea di cambiare il nome del cattivo in Goldprick (“pene d’oro” o “coglione d’oro”, fate voi), ma il suo editore fortunatamente lo convinse a non cedere. Forse anche perché già avere nel libro una Bond Girl di nome Passera a Volontà (Pussy Galore) come pilota personale del signor Coglione D’oro era un tantino troppo.

Passere a volontà e frecciatine ai Beatles.

Stavolta Bond deve vedersela con Goldfinger, trafficante di oro che vuole entrare a Fort Knox per rendere radioattiva tutta la riserva aurea degli Stati Uniti, trasformando di fatto il valore dell’oro americano in zero assoluto e gettando gli USA in una crisi economica che solo lui col suo oro personale potrà sanare. Come si intuisce dal fatto che ho già usato la parola “oro” 4 volte, Goldfinger ha il feticismo del suddetto materiale, tanto da avere una pistola d’oro, uccidere donne soffocandole con una vernice d’oro, e circondarsi solo di conigliette di Playboy bionde. Un villain decisamente fumettoso e un po’ pacchiano, l’opposto dei più sobri Dr. No (per quanto possa essere sobrio un villain con una mano d’acciaio) o di Rosa Klebb dei due film precedenti, che lancerà insieme a Blofeld gli standard del cattivone Bondiano.

A proposito di sobrietà, se Honey Ryder di Licenza di uccidere sembrava aggiudicarsi il campionato dei nomi più esagerati possibile per una Bond Girl, Pussy Galore (“passera a volontà”, ci tengo a ribadirlo) in confronto si aggiudica la Champion’s League, così tanto da obbligare gli sceneggiatori a cambiare una battuta: James Bond si sveglia ritrovandosi davanti a Pussy Galore, mai vista prima, le chiede il nome ed ottiene appunto “Pussy Galore” come risposta, replica con un “Sì, so che lo sei. Ma qual è il tuo nome?”. Tagliata immediatamente in favore di un più pulito “Mi chiamo Pussy Galore”/”Devo essere in un sogno”.

E’ anche il film che segna l’inizio della rivalità tra James Bond e i Beatles, che risponderanno alla battuta di Bond “Sarebbe come ascoltare i Beatles senza tappi nelle orecchie” parodiando i film di 007 con Help pochi anni dopo, e che avranno l’ultima parola a gruppo sciolto quando, nel 1971, sarà proprio Paul McCartney a dare alla saga una delle sue Bond Song più amate. Restando in ambito Bond Song, Goldfinger di Shirley Bassey fu una hit tale da lanciare le sonorità che ogni canzone della saga doveva avere o ricordare e, pur con qualche eccezione, sarà generalmente sempre cosi, già a partire dal successivo Thunderball; Skyfall stessa ha molti tratti in comune con Goldfinger, e l’accompagno con i titoli di testa proto-videoclip successivi a un preambolo distaccato dal resto del film diventeranno da questo film in poi uno dei must della saga.

“Sean Connery è molto meglio adesso che da giovane”

Ma è proprio tutto il film ad essere un must della saga: Bond steso su un tavolo con un laser pronto a tagliarlo dal cavallo in su, Oddjob col suo mitico cappello/frisbee mozza-teste, la Bond Girl stesa sul letto uccisa dalla vernice d’oro, l’Aston Martin con le mitragliatrici che tornerà più volte nella saga, i titoli di testa con la ragazza dorata, Connery che indossa per la prima volta il famigerato parrucchino dovuto all’imminente calvizie che farà dire a tutti “ Sean Connery è molto meglio adesso che da giovane”.

Un film con un ritmo incessante e quasi raro per l’epoca, persino più della seconda parte di Dalla Russia con amore, e con dei risvolti piacevolmente kitsch che a livello di fantasia e inventiva proiettavano 007 molto più avanti rispetto agli altri film dei tempi. E fu proprio questa la chiave del suo successo. Fu infatti il film che fece esplodere la Bond-mania e più in generale quella per i film di spionaggio degli anni ’60, rendendo cool e fantascientifiche le storie di spionistiche che all’epoca più che esaltare preoccupavano il pubblico di un imminente Terza Guerra Mondiale, che lanciò Connery come star, e che rese 007 l’icona più conosciuta della storia del cinema.

Dopo due film di buon successo, con Goldfinger 007 inaugurò il concetto di blockbuster, che troverà un risvolto ancora più grande e commercializzabile 13 anni dopo con Star Wars, diventando il primo vero e proprio marchio acchiappa-soldi del cinema. E avesse avuto la lungimiranza di George Lucas di produrre franchising a tema Bond, come giocattoli dell’Aston Martin super accessoriata, chissà che fenomeno ancora più grande sarebbe stato. Ma se fu già Lucas ad essere avanti ai tempi, fare una cosa del genere nel 1964 avrebbe significato avere la sfera di cristallo. L’Aston Martin super accessoriata, il primo Martini agitato non mescolato, il countdown per irradiare Fort Knox che si ferma a 007 secondi (!!!), 3 Bond Girl conquistate, 9 omicidi, una scampata circoncisione laser, la band più famosa del mondo denigrata e una ragazza lesbica convertita all’eterosessualità col suo sorrisone scozzese… se a questo giro il Bondometro non arriva ad un 10 tondo davvero non so che altro dire.

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