I film dimenticati: Best (2000)

Sapete cosa succede se digitate su Google “best film 2000”? Vi esce la classifica dei migliori film usciti nel 2000. Solo al quinto risultato potete invece imbattervi nella pagina wikipedia di un film intitolato Best ed uscito nel 2000. Trattasi di un film fantasma (per dire: non si trovano immagini in giro, praticamente), eppure è il biopic di una delle personalità più celebri della storia del calcio: George Best.

Per chi non mastica di calcio: chi era George Best?

Gli sportivi che entrano nella storia si possono dividere in due categorie: i campioni e le icone. Qualcuno appartiene a una sola di queste categorie, qualcuno addirittura ad entrambe, proprio come George Best. Tutti i più grandi calciatori pre-Best, da Pelè, a Puskas, a Di Stefano, facevano parlare di sé per quel che facevano col pallone; Best fu il primo a diventare una vera e propria icona per il suo modo di essere. Avete presente l’archetipo del calciatore tutto genio e sregolatezza, capace di ridursi in condizioni pietose in una serata alcolica per poi trascinare da solo la squadra il giorno dopo,e poi subito riprendere una spirale autodistruttiva e di discontinuità? Un archetipo riservato spesso agli artisti e alle rockstar, ma che negli anni ’60 con Best troverà il suo equivalente calcistico.

E se pensate che quello del calciatore-rockstar sia un archetipo un po’ stereotipato e stravisto è semplicemente perché… quell’archetipo lo ha inventato lui. Il primo divo del calcio, “il quinto Beatle”, George Best non era solo un fuoriclasse che beveva e rimorchiava tra una partita e l’altra, era un uomo che viveva i cambiamenti dell’Inghilterra della seconda metà degli anni ’60, la Swinging London (anzi, in questo caso Swinging Manchester) che lui stesso cavalcava tutta tra un eccesso e l’altro. Nonostante faccia parte di un mondo e di un calcio che purtroppo non esistono più, Best continua ad affascinare il mondo (l’aereoporto di Belfast, sua città natale, porta il suo nome) e le nuove generazioni come neanche Maradona riesce a fare. Perché Best sarà anche stato uno dei calciatori più forti di tutti i tempi, ma viene ricordato e amato dai più giovani soprattutto per la sua vita sregolata e la sua dipendenza dall’alcool. Tra le più celebri abbiamo alcune sue frasi come “Ho speso molti soldi in alcool, donne e auto. Il resto l’ho sperperato”, spesso citate a mo’ di lezioni di vita, ignorando che quelle “lezioni di vita” lo hanno letteralmente ucciso.

“Maradona: good. Pelè: better. George: BEST”

Il film mostra in modo lineare l’ascesa e la caduta del fenomeno nordirlandese, dall’approdo al Manchester United a soli 15 anni nel 1961, alla Coppa dei Campioni del 1968, agli anonimi e tristi ultimi anni di carriera. Chi mi conosce sa che, tolti alcuni casi, non sono un fan dei biopic. Troppo spesso sono poco più che una serie di eventi fin troppo lineari che hanno il solo scopo di mandare avanti una storia, senza dare il minimo approfondimento all’umanità e la personalità dei personaggi, come se dovessimo già averceli in mente solo perché “sono successi davvero”. Aggiungiamo poi i soliti chilché, come la caduta del personaggio verso metà film e l’inevitabile crisi sentimentale. Tutti stereotipi che su Best sono presenti, ma che non intaccano troppo il film, che si salva in corner pur non essendo esente da difetti e sapendo in parte di occasione mancata.

Il film è del 2000, ma ha una regia volutamente retrò, con pochi stacchi e zoomate a non finire (forse fin troppe, ma finché rendono cosi immersivi gli anni ’60 vanno bene), che lo fanno sembrare appositamente più vecchio di almeno 25 anni e, unendo il tutto ai colori (vero obiettivo di chi vuole ricreare un decennio passato in modo credibile) di quegli anni, danno una buona ricostruzione estetica. Un po’ meno a livello di contesto, vista l’importanza dei cambiamenti della cultura inglese di quegli anni: la mancanza dello zeitgeist del periodo si fa sentire, vista e considerata la sua importanza nella storia di Best.

Anche la scelta di John Lynch nel ruolo del protagonista non è proprio delle più azzeccate sul piano della fisionomia: assomiglia più a Bruno Conti che a George Best.

John Lynch

Con il suo volto troppo malinconico Lynch poco si adatta ai momenti più “festosi” di Best e mostra in modo eccessivo la differenza di età col personaggio (soprattutto nelle scene dove dovrebbe avere sui 20 anni) risultando non a caso più credibile nei momenti più “decadenti” del nordirlandese. E poi c’è Sir Matt Busby (interpretato da Ian Bannen) a dare più personalità al film. Busby fu l’allenatore del Manchester United per ben 25 anni, un uomo che ha vissuto una delle più grandi tragedie del mondo del calcio, un tipo di tragedia che anche noi in Italia purtroppo abbiamo conosciuto qualche anno prima di loro. Nel 1958 infatti, l’aereo che portava in volo il Manchester United si schiantò a Monaco, uccidendo metà dei passeggeri. Tra i pochi a sopravvivere ci furono proprio Busby e il futuro capitano dello United, Bobby Charlton.

La tragedia nel film viene accennata con piccoli riferimenti che i non appassionati di calcio non possono ovviamente cogliere (come l’orologio al campo di allenamento del Manchester che simbolicamente segna fisso l’orario dello schianto), ma questo non pregiudica la visione o la comprensione della trama. Chi non conosce questa tragedia potrebbe storcere il naso a vederla narrata a metà, ma è proprio questo che gli conferisce un’aura di “mistero” e di tabù… le stesse sensazioni che avrà provato Best nell’approcciarsi ai giocatori più anziani che hanno vissuto la tragedia, nel film sempre vissuta privatamente da tutti senza che vada mai a essere una fonte di dialogo tra i protagonisti, come fosse uno spettro che solo Busby e Charlton possono simbolicamente scacciare a tutti i costi vincendo la Coppa dei Campioni, portando il Mancheter United al suo punto più alto e trionfale, 10 anni esatti dopo il suo punto più basso e tragico.

Busby nel film è una figura centrale. Non si esce con particolare originalità dai classici binari del “rapporto padre-figlio”, ma nella sua estrema sintesi può bastare a far capire quanto Best si sentisse legato alla guida del suo allenatore.

I veri Best e Busby.

Una versione della vita di Best che sarà forse incompleta per molti aspetti, ma anche inedita per altri. Una versione più malinconica della storia, meno attinente alla realtà ma per certi versi più originale e cinematografica, come se non si trattasse di una storia vera a cui rendere conto. E c’è poi un enorme pregio che va oltre i tecnicismi di regia, oltre la sceneggiatura ed oltre il suo immergerci negli anni ’60: ci mostra come Best avrebbe davvero voluto essere ricordato.

I fan stessi non sanno bene chi fosse il vero George Best.

“Ho smesso di bere. Ma solo quando dormo”. “Ho dato un taglio a donne e alcool. Sono stati i peggiori 20 minuti della mia vita”. “Ho speso molti soldi in alcool, donne e macchine veloci. Il resto l’ho sperperato”.

Queste sono alcune della frasi di Best più amate dai più giovani, che le citano come fossero un mantra. Ma nessuno cita l’ultima frase detta in vita da Best, l’unica che lui davvero volesse fosse pubblica: “Non morite come me”. Quello di Best non era un vizio ma una malattia, e se nei primi anni i suoi eccessi lo avevano reso un personaggio affascinante, con gli anni era diventato una parodia di cui lui stesso si vergognava, rilasciando frasi che tutti si scordano di citare in favore di quelle più da rockstar: “Quando me ne sarò andato, la gente dimenticherà tutta la spazzatura e ricorderà solo il calcio. E se una sola persona penserà che io sia stato il miglior giocatore al mondo, questo sarà abbastanza per me”.

Nel 2000, anno del film, Best era ancora vivo, e compare anche alla fine dei titoli di coda con un (vero) filmato del suo ultimo matrimonio. Un’immagine positiva di Best, sorridente e felice, come se tutte le tragedie e le perdite che gli abbiamo visto subire nel film e in vita fossero alla fine culminate in un meritato lieto fine; ma purtroppo resta solo un finale “da film”.

Dopo anni di alcolismo fu ricoverato per gravi problemi di fegato, e nel 2002 fu costretto a farsene trapiantare un altro. Nonostante l’apparente felicità alla fine del film, Best non sconfisse mai il bere, e il 20 novembre 2005, chiese esplicitamente al News of the World di pubblicare una foto del suo ricovero, con la lapidaria frase (anche questa di sua volontà) “Non morite come me”. Best si spense 5 giorni dopo.

George Best è una delle icone sportive più conosciute e amate del mondo, eppure il suo biopic paradossalmente non è altrettanto popolare; come detto forse propone una versione troppo malinconica di Best, ma vista la fama del personaggio fa effetto vederlo così poco citato. Anzi, lo si potrebbe persino considerare uno dei film sul calcio meno conosciuti. Forse perché non dipinge Best come molti amano ricordarlo, non mostra le sue serate di eccessi sotto una luce godereccia e goliardica. Non è il film su Best che la gente voleva, ma è il film che Best stesso voleva: un film dove non rinnega gli errori fatti, ma vuole anzi che siano di avvertimento verso tutti coloro che lo considerano prima un aforisma, poi un calciatore e solo infine un uomo.

Ma nonostante il vero (tragico) finale, è confortante vedere l’immagine del vero George Best sorridente, finalmente felice, e in sottofondo il suono più bello che ci sia, quello di un intero stadio a cantare il suo nome (la sensazione che a Best manca di più) durante la scena finale della commemorazione della morte del mister/padre Busby allo stadio con 80.000 tifosi presenti. Best guarda i suoi ex tifosi, contenti di rivederlo dopo anni, e dopo aver riabbracciato i suoi ex compagni con cui aveva condiviso gioie e dolori 20 anni prima, si chiede se effettivamente non abbia buttato la vento la sua vita e la sensazione più bella del mondo – quella di far abbracciare 80.000 sconosciuti in nome dello sport – solo per stare dietro a qualche bottiglia.

La scena più significativa del film è indubbiamente quella in cui è la vera anima di George Best a mettersi a nudo, non “il numero 7 dello United”, non il calciatore, non l’amabile ubriacone, ma l’uomo: Best si è ormai ritirato e dopo gli scandali, il gossip, i soldi persi, e tutte le altre cose per cui si parla di lui piuttosto che per le imprese fatte in campo. Sta ripercorrendo la sua carriera in uno show televisivo, e alla domanda del presentatore “Che effetto le fa rivedere questo gol?” Best risponde con uno sguardo inizialmente vuoto, poi commosso e malinconico: “Vede, io… so giocare a calcio. E questo nessuno potrà portarmelo via”.

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