3 From Hell, il sequel che sapevi di non volere

È incredibile ma vero: la famiglia Firefly (Otis, Baby e Capitan Spaulding) è sopravvissuta agli eventi de La casa del diavolo! Trivellati di colpi dalla polizia, i tre reietti del diavolo si ostinano a voler vivere e finiscono in carcere. La cosa genera il malcontento dell’opinione pubblica che li ha in simpatia e li vorrebbe liberi, con slogan come “Free the three!”. Capitan Spaulding viene giustiziato, gli altri due no ed in qualche modo riescono ad evadere: forti dell’aiuto del loro fratellastro ‘Foxy’ (Richard Brake) decideranno di rapire e uccidere altre persone. Una volta stufi si sposteranno in Messico. Questa è la trama del film.

Rob Zombie è tornato! Solo che a tratti ricorda in maniera preoccupante il Robert Rodriguez degli ultimi anni, quello dei film girati nel garage di casa sua con gli amici seguendo a grandi linee una sceneggiatura scritta da suo figlio di sette anni. E infatti, GUARDACASO, il momento più sciatto e ridicolo del film – un’esecuzione in diretta tv – ha a che fare proprio con il grande Danny ‘Machete’ Trejo. La scena in questione è a pochi minuti dall’inizio, e confesso che stavo per abbandonare la nave senza nemmeno provarci. Pensate che mi faccia piacere parlare così di un film di Rob Zombie? Beh, no, io gli voglio bene.

Il signor Zombie è stato tra i protagonisti assoluti della mia ossessione adolescenziale per l’horror. A 14 anni ero lettore di diversi siti di critica (CineFile.biz e FilmTV su tutti) che tessevano le lodi dei suoi primi due lavori da regista, La casa dei 1000 corpi e La casa del diavolo. Incuriosito mi armai di un ventone gentilmente elargitomi da nonna, andai dall’allora Messaggerie Musicali di Via del Corso a Roma (che oggi è un punto vendita GAP) e li comprai entrambi in DVD.

Qua un tempo ci si potevano comprare i film di Satana.

All’epoca i miei riferimenti in ambito horror erano principalmente anni ’70 e ’80: stravedevo per Sam Raimi, Tobe Hooper (Non aprite quella porta 2 mi piaceva molto più del primo), Wes Craven, John Carpenter, Clive Barker… ero fan dei franchise di Nightmare e de La bambola assassina, Venerdì 13 lo ritenevo minore ma comunque non abbastanza da risparmiarmi la visione di tutti e 10 i capitoli… Leprechaun? Perché no! L’horror moderno invece non mi interessava. Mi sembrava sempre fin troppo anemico, troppo pulito, troppo 2000, motivo per cui Rob Zombie mi spiazzò. I suoi film erano sporchi, cattivi, pazzi.

La casa dei 1000 corpi mi divertì da matti con la sua estetica allucinata e sopra le righe, riconobbi i rimandi (plateali) a Tobe Hooper e mi innamorai di Sheri Moon Zombie, ma La casa del diavolo – che stilisticamente era completamente diverso, molto più asciutto – mi fece letteralmente impazzire. Lo vedevo e rivedevo, ammaliato dall’atmosfera pseudo-western, dalla colonna sonora country e southern rock e dalla violenza crudele e durissima. Poi c’era quel super finale epico con Free Bird dei Lynyrd Skynyrd, mai usata così bene in un film.

Che spettacolo.

Già dopo questa doppietta l’opinione della critica sui suoi lavori cominciò a vacillare, ma la mia no: i suoi due Halloween mi sembrarono dei filmoni rispetto alla media dei reboot horror dell’epoca e sinceramente mi piacciono ancora oggi, con la loro brutalità e la loro estetica sporchissima assolutamente non scontate per dei prodotti mainstream (basti pensare alla timidezza dell’horror da sala medio di oggi). Poi sul fatto che tradiscano in maniera abbastanza pesante la filosofia degli originali siamo più che d’accordo (il male assoluto non va spiegato, ha ragione Carpenter), ma si mangiano tranquillamente tutti i sequel dell’originale, incluso quello di David Gordon Green uscito lo scorso anno. Le streghe di Salem lo vidi al cinema voglioso di un po’ di sano satanismo ed uscii contentissimo tra lo sdegno generale del pubblico in sala, mentre 31 già mi lasciò più freddo, nulla più di un passabile divertissement. Per 3 From Hell invece devo tirare anch’io i remi in barca.

3 From Hell è l’ultima fatica di Rob Zombie. È anche il sequel de La casa del diavolo, che è un film che non aveva bisogno di sequel, ma fin qui sapete che c’è? Non mi importava. Mi ci sono avvicinato col sorriso, sebbene ne fiutassi l’inconsistenza. Volevo divertirmi, e diciamo che è successo, ma è davvero un film che non fa nulla per lottare contro la sua scarsa ragion d’essere. Lo si potrebbe quasi definire onesto per questo: sa di non avere nulla da dire, se ne frega e pensa solo a divertirsi, non senza punte di follia semi-irresistibili (la scena con il clown è notevole). Però davvero, non c’è il film.

La sceneggiatura non esiste, ed è un’accusa che spesso si usa a sproposito, magari per indicare una scrittura pigra, ma in questo caso davvero: non c’è. Zombie (oh, si chiama così) si limita a ricalcare con scarsa convinzione la struttura de La casa del diavolo, infarcisce i dialoghi di “fuck” e “motherfucker” sperando di renderli accattivanti (in più di un momento ho provato imbarazzo), aggiunge personaggi a dir poco posticci (il fratellastro loro a che serviva? Tanto valeva lasciarli in due) e gestisce le svolte di trama con la raffinatezza di un dodicenne. Pura scuola Rodriguez, tra C’era una volta in Messico e Machete 2.

In realtà, a rivederli oggi nemmeno i suoi primi film avevano delle grandi sceneggiature, anzi… è sempre stato rozzo, ma almeno era concentrato. Qua siamo dalle parti del gioco tra amici, cosa che appare definitiva di fronte ad un finale veramente lasciato al caso. Di buono c’è che la cattiveria e la sporcizia sono sempre quelle e che Bill Moseley e Sheri Moon Zombie sono entrambi ancora in splendida forma. Lei in particolare è meravigliosa: ipnotica, carismatica, a mani basse il motore del film.

<3

Poi sono stato felice di rivedere brevemente il grande Sid Haig, qua all’ultimissima apparizione su schermo prima della sua morte. Al bravo Richard Brake tocca l’ingrato (ed inutile) compito di sostituirlo come terzo elemento del gruppo, ma non è neanche lontanamente la stessa cosa.

Per quanto mi riguarda è comunque difficile voler male alla comitiva di metallari pazzi che ha realizzato questo film: l’amore per quel che fanno è palpabile, la grinta c’è ancora, le idee ogni tanto sono ancora quelle giuste. Proprio per questo mi sento di dire che Rob è tutt’altro che finito: ha solo bisogno del progetto giusto. Una cosa nuova, magari, non il sequel de Le streghe di Salem.

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