Joker è un cineFUMETTO ed è pure un bel film

Arthur Fleck è un aspirante comico con un grosso problema: non ha nessun talento. È oltretutto penalizzato da problemi mentali non indifferenti, con una risata incontrollata ed inquietante come sintomo più evidente. La società lo mette ai margini, lo deride, nel peggiore di casi lo aggredisce. L’unica soluzione? Diventare il cattivo più famoso della storia dei fumetti.

PUNK IS NOT DEAD! – La recensione di Eddie Da Silva

(NO SPOILER)

È uscito un film sul Joker. Ve lo dico subito, è un buon film. Dobbiamo ringraziare Iddio che non ci sia Jared Leto bensì Joaquin Phoenix, e dobbiamo ringraziare il suo regista Todd Phillips, che ha deciso di scommettere ed ha vinto. Non sempre giocando pulito, ma ci torneremo.

Phillips è – come dicono in gergo gli americani – uno smart-ass. Da mesi le sue dichiarazioni vertono su quanto il suo film si dissoci dall’etichetta del cinecomic, talvolta sfociando in scivoloni dal retrogusto snob dei quali ci siamo già ampiamente lamentati. Oltre ciò, intervistato da testate importanti rivela come fosse niente di atteggiamenti da pazzo/tendente allo stronzo tenuti sul set da Joaquin Phoenix, per accrescere ancora di più l’aura “dannata” e “fuori dagli schemi” del film. Ho guardato con sospetto a tutta l’operazione per via di queste dichiarazioni, perché le cose erano due: o poi il film faceva sul serio, o Todd Phillips era un cazzaro. Alla fine mi sono trovato davanti ad una via di mezzo tra le due cose.

Todd Phillips: Homecoming.

Todd Phillips esordisce nel 1993 con Hated, un documentario sul punk-rocker G.G. Allin, uno dei personaggi più estremi ad aver mai calcato un palcoscenico. I suoi eccessi cominciavano sul palco, con la consuetudine ad esibirsi completamente nudo ed auto-mutilarsi, e continuavano sotto, con il pubblico che subiva i suoi scatti di violenza gratuita e lo guardava defecare a terra per poi spalmarsi addosso il prodotto di quel (naturalissimo) atto fisiologico. Philips lo segue, osserva da vicino il mondo che lo circonda, tra fan che hanno con lui uno strano rapporto adorante/violento e musicisti matti forse non quanto lui ma comunque da tenere d’occhio, e costruisce il ritratto di un reietto e dei suoi seguaci che – come viene detto a chiare lettere nel film – “non hanno posto nella società”.

26 anni dopo gira lo stesso film (senza la merda, per fortuna), ci appiccica sopra la mitologia di Batman e lo chiama Joker. In un momento di Hated G.G. Allin dice a chiare lettere che se non avesse avuto la musica come valvola di sfogo probabilmente sarebbe diventato un assassino pazzo. Joker ci prova pure a farsi una carriera come umorista, ma lo sapete che è un ambiente duro in cui bisogna scalciare parecchio e insomma poi diventa un assassino pazzo. Che altro dovrebbe fare?

Eccovi Gigi, il vero Joker. Tranquilli, è solo sangue (credo).

Insomma, siamo da quelle parti: Todd Philips è tornato a casa. Con un’opera di finzione dalla cornice laccata e dalle ambizioni molto più grosse, ma è tornato a parlare delle cose che gli interessano davvero: dei pazzi emarginati perché in effetti pazzi, della società ipocrita a cui non interessa aiutarli e che li vede come semplice immondizia e blablabla. Nulla di nuovo o trascendentale, ma è il suo pane e ci si ributta con entusiasmo dalla prima all’ultima scena.

Lo fa sfruttando un’icona pop mica da niente e trascinando al cinema gente che un film come questo non l’avrebbe mai visto altrimenti, fa numeri clamorosi per il suo esordio al box-office e ci vince pure il Leone d’oro. Niente male. Questo comunque solo dopo la gavetta con delle commedie di primissimo piano come lo Starsky & Hutch con Ben Stiller e Owen Wilson (mio personalissimo guilty pleasure) o la trilogia di Una notte da leoni, prodotti pensati per il pubblico più ampio possibile ma nei quali non mancano avvisaglie dei suoi tratti stilistici più riconoscibili. I momenti dei tre Nottedaleoni in cui si avverte di più la sua mano sono quelli in cui insiste sugli aspetti più neri della storia.

Non l’ho mai davvero digerito come regista di commedie, almeno non per il tipo di commedia con cui si è confrontato lui: ha la mano troppo pesante. Il suo gusto per l’eccesso ha echi di John Landis, ma senza lo stesso acume umoristico. Con Joker però questa sua mancanza di remore nell’essere pesante risulta perfetta, e trova un esecutore ideale in Joaquin Phoenix.

Joaquin: Dark Phoenix.

Phillips e Phoenix hanno una cosa in comune: gli piace sporcarsi le mani. Un altro regista forse se la sarebbe sentita meno di infierire sul suo protagonista e la sua performance così torbida, un altro attore semplicemente non si sarebbe mai spinto così oltre.
Si parla tendenzialmente benissimo dell’interpretazione di Phoenix e mi pare il minimo, ma ho letto spesso anche l’espressione over acting. Di sicuro non è un’interpretazione trattenuta, ed è vero che è seccante che la buona recitazione venga notata solo quando fa “rumore”.

AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA = Oscar

Il mio attore preferito è John Cusack e a molti fa strano quando lo dico, secondo me proprio perché antitetico rispetto a un Phoenix: perché gioca spesso di sottrazione, perché non recita mai eccedendo ma cercando finezze con tutti altri mezzi. Poi mettici che in Italia siamo abituati a sentirlo con la voce di Shaggy di Scooby Doo e il piatto è servito, nessuno si accorge che è un attorone e anzi “che faccia buffa che c’ha”.

Io Joker l’ho visto in originale e ovviamente la performance me la sono goduta tutta, ma sono sicuro che avrà modo di emozionare pure chi se lo sorbirà col doppiaggio di Adriano Giannini, perché in effetti è una prova gridata e troppo violenta per passare inosservata. È un male? No, perché gli credi in ogni secondo.

I festival si vincono, sì, ma ad un prezzo.

Joker è un film dall’impianto visivo notevole, davvero ben diretto e fotografato. Ha anche una versione realistica di Gotham City dal set design perfetto, ispirato alla New York anni ’70: i momenti più urbani, più neri, più Taxi Driver, sono piuttosto affascinanti e ripropongono quello sguardo torbido aggiornandolo visivamente ad oggi. Poi per partecipare ai festival (e vincerli) il flm paga la “tassa artistoide” con la colonna sonora ossessiva (ed efficace, ammetto) della violoncellista Hildur Guðnadóttir (scelta a scatola chiusa solo per il nome) e qualche scena di troppo in cui il Joker fa i balletti da persona sensibile o ride da solo, momenti che purtroppo lo consacrano come un film abbastanza furbo e artisticamente penalizzato dai suoi troppi ammiccamenti.

VENEZIA!?!? ENNAMO!

Il banco di prova finale: l’inserimento nel mondo di Batman.

Continuo a ritenere le chiacchiere di Phillips e soci sui film tratti dai fumetti delle pericolose generalizzazioni, ma un po’ li capisco pure se hanno voluto mettere le mani avanti: nella concezione comune, i cinecomic sono i film Marvel Studios. Film quasi sempre annacquati, blandi, stilisticamente nulli, indistinguibili l’uno dall’altro… o più semplicemente, come dichiarato di recente da qualcuno che se lo può permettere, dei parchi a tema. Ma il fatto che Joker non abbia nessuno di questi problemi non lo rende un “non-cinecomic”: di fatto si inserisce nella mitologia di Batman con abbastanza precisione e disinvoltura. Cita persino Adam West (giuro, ed è un momento tenerissimo)!

E poi sì, sicuramente si distingue e i momenti di buon cinema non gli mancano, ma il suo porsi come un film ‘autoriale’ fa emergere in maniera più decisa le ingenuità e i momenti sciatti della sceneggiatura: forzature, spiegoni, stucchevoli pipponi retorici. E ti lascia con l’idea che se fosse stato più onesto, meno ansioso di venire capito proprio da tutti ma allo stesso tempo di farli sentire parte di un’esperienza ‘diversa’, probabilmente si sarebbe rivelato qualcosa di più che un “buon film”.

‘Don’t Believe the Hype’ – La recensione di Dario Antolini

(CONTIENE SPOILER)

Partiamo da un presupposto: avevo paura per questo film, ma tanta. Un po’ per l’ingiustificato clamore mediatico sui suoi presunti risvolti sociali, tra polizia presente alle anteprime americane, divieto ai minori, arrivando infine alla nomea di film “pericoloso”… una così grande controversia intorno a un film non si sentiva dall’uscita de La passione di Cristo (quanto erano belle tutte quelle storie dei criminali che si autoconsegnavano alla giustizia dopo aver visto la crocefissione in salsa torture-porn?); ricordate i bei tempi in cui un film era soltanto un film e non un’opera di rivoluzione? Prima che arrivasse Black Panther ad azzerare da solo il razzismo nel mondo, o prima che Wonder Woman ponesse da sola fine alla diseguaglianza sessuale?

“Ti spiego, Jim: dobbiamo fare in modo che Gesù riesca a cambiare il mondo come non è riuscito a fare la prima volta”

Avevo paura un po’ perché l’interpretazione di Heath Ledger ci aveva lasciati con la falsa credenza che il Joker fosse un personaggio maledetto e profondo con lo scopo di farci capire quanto sia malata la società moderna con massime da Kurt Cobain de Facebook since 2008 e un po’ perché ormai in fan avevano in testa questa falsa credenza che fosse un personaggio maledetto e profondo con lo scopo di farci capire quanto sia malata la società moderna con massime da Kurt Cobain de Facebook.

Ma non c’è nulla di più lontano dal personaggio del Joker.

– “Vuoi sapere come mi sono fatto queste cicatrici?” – “No”

Facciamo ordine: il Joker nasce nel 1940 dalle menti di Jerry Robinson, Bill Finger e Bob Kane (una delle poche cose di cui Bob Kane può rivendicare la proprietà artistica senza risultare un cazzaro) sprovvisto di qualsiasi elemento comico, ma pieno di sadismo e voglia omicida. Arrivano gli anni ’50, il decennio più cartoonesco della storia dei supereroi, e il Joker diventa sempre più un vero e proprio pagliaccio. Poi negli ’60 anni arriva Adam West e succede questa cosa qua:

Il decennio giusto per il Joker, quello in cui nasce la sua versione definitiva, sono gli anni ’70: Dennis O’Neal e Neal Adams fondono entrambe le versioni e ci regalano il Joker tanto comico e spiritoso quanto sadico e inquietante che tanto amiamo.

Perché questo è il Joker: un assassino che agisce per la sola voglia di vedere morte e sofferenza accanto a lui, perché per la sua mente malata è tutto un gioco, dove più gente muore senza un vero motivo e maggiore è il divertimento. Nessun personaggio maledetto che porti alla pazzia (o alla morte) i propri interpreti, nessuna filosofia da terza media dietro, niente critica alla società, un puro e “semplice” villain vecchia scuola, un cattivo che è cattivo e basta. Senza qualche trauma o pippone di background, pura e animalesca cattiveria gratuita.

“AHAHAHAHAHA T’AMMAZZO”

Perché il Joker uccide Jason Todd (il secondo Robin) a sprangate senza pietà allora? Forse perché è la società che lo ha portato a fare questo? Forse perché i genitori non gli mostravano affetto? Forse perché la follia è come la gravità? No, perché è il cattivo. Punto. Nulla di più semplice. Ed è una tendenza moderna sempre più opprimente quella di dare un background tragico ai villain, perché crea empatia e soprattutto perché non farlo comporta accuse e dita puntate al grido di “Macchietta!”, “Cattivo anni 80!”, “Pessima scrittura!”; perché “nessuno è cattivo senza motivo” e quindi ci troviamo a dover dare un’anima persino a Ivan Drago su Creed II, con la differenza che non puoi sempre avere uno sceneggiatore raffinato come Sylvester Stallone (chi crede sia ironico si becca una sgridata) a farlo sembrare la cosa più naturale del mondo, ma finisci più spesso col far perdere fascino al tuo villain; perché il villain, piaccia o meno, per definizione deve essere il contrario dell’eroe, e l’essere dalla parte delle “vittime” e degli “incompresi” quasi quanto l’eroe non può avere lo stesso impatto.

Perché villain “umani” esistono da sempre (Magneto negli X-Men, per dirne uno), ma l’idea che ci siano personaggi che incarnano solo il male del mondo sarà meno realistica, ma sicuramente meno monotona di questa tendenza attuale. Fare il villain sarà anche un lavoro sporco, ma qualcuno deve pur farlo.

The Killing Arthur.

Proprio per questo l’idea di Philips di rendere il Joker una specie di antieroe incompreso alla Travis Bickle, trascinato nella follia più dalla società che dalla sua visione del mondo, non mi piaceva, perché il Joker deve essere il male incarnato, la definizione stessa di cattiveria, e renderlo un figlio affettuoso che si occupa della madre (perché se uno uccide le persone senza criterio è sicuramente dovuto alla figura materna assente/stramba/abusiva… Freud, mortacci tua), che balla da solo e vuole solo far ridere la gente fino all’essere trasformato nella peggior versione di sé stesso dalla società ammazza tutto il fascino del personaggio, molto più che nel caso di Ledger, che almeno aveva dalla sua le origini misteriose.

La risata stessa, il vero simbolo del personaggio, qui è sintomo di una malattia che lo porta a ridere anche quando il suo stato d’animo è totalmente opposto, in contrasto alla risata divertita dei fumetti, perché cosa c’è di più inquietante di un uomo che ride di gusto mentre compie un omicidio? Un uomo che ride per una malattia quando in realtà dentro è dispiaciuto? Non credo proprio.

“Questo film è una fottuta seduta di psicoanalisi, amico, se cercavi il divertimento hai sbagliato sala”

Nella sua prima rima parte Joker è un ottimo film, ben scritto (nonostante qualche piccola forzatura come le rivolte di Gotham City, la città più pericolosa d’America, dopo l’omicidio di tre tizi qualsiasi) e interpretato ovviamente benissimo, che compie anche il miracolo di non risultare ostentatamente intellettuale, per nulla scontato vista tutta la spocchiosa campagna marketing costruita per discostarsi dall’aura del cinecomic. Ciononostante, quel senso di “Se si fosse chiamato Arthur il film sarebbe stato uguale” si fa sentire e ci si chiede se non fosse più onesto intellettualmente Phoenix, che voleva eliminare ogni riferimento al fumetto, che Phillips con lo sfruttare il nome del Joker per accaparrare soldi mentre sputava sui cinecomic.

Ma sono due le cose ad impedire al film di cadere nel tranello della spocchia e dall’eccessivo distacco dai fumetti: gli ultimi 20 minuti in cui il Joker irrompe sullo schermo, e la scrittura non pretenziosa contro ogni pronostico. E pure la regia dai, con tutte le cattiverie che ho detto a Phillips eccovi il mio post-it con scritto “Scusami”.

Come detto prima, sono due le cose a rendere Joker il Joker: l’ironia macabra e la violenza sadica. Entrambe erano assenti nel Joker di Ledger, lasciando un inevitabile senso di vuoto, ma con Phoenix tornano prepotentemente in gioco. Forse sul lato comico non troppo (comunque abbastanza da regalarci un momento centratissimo che ha a che fare con un nano), ma quello sadico… Phoenix mostra negli ultimi 20 minuti la vera cattiveria del Joker fumettistico, la cattiveria che serviva per allontanarlo dall’aura di “antieroe” e “vittima” in cui ci si stava pericolosamente addentrando nella prima parte, dimostrando che la spocchiosa campagna marketing non era altro che, appunto, fastidios(issimo)o marketing.

E ora dico pure io due cose sulla questione “è o non è un cinecomic?”. Facciamola breve: sapete qual è la differenza tra “fumetto” e “Graphic Novel”? Quasi nessuna, graphic novel fu un termine popolarizzato da Will Eisner per perculare gli editori e convincerli che le sue opere non erano “bambineschi” fumetti ma “adulte” graphic novel. L’unica vera differenza è che le graphic novel, al contrario dei fumetti, sono pensate da subito per essere autoconclusive. Ma sempre di fumetto si tratta. Stesso discorso per Joker.

Stanley Kubrick ha mai detto “2001 non è un film di fantascienza” per farlo prendere sul serio? Peter Jackson ha mai detto “Il Signore degli anelli non è un film fantasy” per lo stesso motivo? No. Il Joker viene dai fumetti? Sì. Quindi Joker è un cinecomic? Sì. E il fatto che nel film a scaldare il cuore più di ogni altra cosa sia il primo incontro tra il Joker e un piccolo Bruce Wayne la dice lunga su quanto “debba vergognarsi”. Festival di Venezia beccate questo e dacce pure ‘sto Leone d’oro.

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